Non solo Noè: in ogni parte del mondo si ritrova il mito di un Diluvio universale e di un'Arca grazie alla quale l'umanità e le specie animali sono riusciti a sottrarsi all 'ira di un Essere superiore. Dell'Arca quindi dovremmo conosc ere tutto: dimensioni, materiali usati per la costruzione, gi orni di navigazione e luogo d'approdo.... Pietrificata nel s uo ipotetico luogo d'approdo biblico, a quasi cinquemila metr i tra i ghiacci del monte Ararat, in Turchia, l'Arca di Noè rappresenta insieme un mito e una sfida per geologi, archeolo gi professionisti e per molti dilettanti "arc-eologi" animati da fervore religioso. Non solo per le valenze scientifiche e culturali che una simile scoperta potrebbe comportare, ma an che per gli alti rischi connessi con quella che in turco è c hiamata "Agri Dagh", la montagna del castigo. Decine di spedi zioni sono fallite a causa di valanghe e frane, crepacci nasc osti dalla perenne foschia, terremoti ed eruzioni (l'Ararat è un vulcano ancora in attività, l'ultima risale al 1965), pericolose sacche di anidride carbonica e altri gas (sempre d ovute all'attività vulcanica), rischio di folgorazioni (la r occia granitica di cui la montagna è composta attira i fulmi ni) e, infine, in seguito ai divieti posti dal governo turco e al pericolo di essere catturati dai guerriglieri curdi (l'A rarat si trova in una delicata zona di confine con Repubblica Armena e Iran). Ma la ricerca continua, addirittura rinvigor ita dopo la pubblicazione delle foto, ora divulgate, scattate negli anni Sessanta dagli aerei-spia americani e sovietici e delle immagini dei satelliti che confermano l'esistenza di u na "anomalia" sull'Ararat. Si tratta proprio dell'Arca? Dov' è? Cosa ne rimane? Come fare a trovarla? Newton ha esaminato le scoperte e le ipotesi dei più noti "arc-eologi" mettendo le a confronto con i pareri degli esperti del settore. La pri ma ascensione documentata sull'Ararat dei tempi moderni è qu ella realizzata nel 1829 dal medico tedesco Friedrich Parrot, che non trovò tracce visibili dell'Arca ma poté ammirare l a croce venerata dai Pope ortodossi del monastero di Echmiadz in (distrutto durante l'ultima eruzione dell'Ararat nel 1840) , che pare fosse costruita proprio con il legno del biblico v ascello. Uguale insuccesso per le spedizioni effettuate fino al 1955 quando un industriale francese, Fernand Navarra, di r itorno dal suo terzo viaggio sull'Ararat portò in patria una trave di quercia che asseriva aver distaccato dall'Arca intr avista sotto un ghiacciaio. Le prime analisi sembravano confe rmare il racconto dell'archeologo dilettante: la datazione co l radiocarbonio faceva risalire il reperto a 5000 anni fa. Ma se quel legno fosse stato per tanto tempo sotto il ghiaccio a 4000 metri di altitudine, ribatté un gruppo d'esperti, il rilascio di carbonio 14 sarebbe dovuto essere notevolmente di verso da quello evidenziato dalle analisi. Navarra contrattac cò riportando il parere di ben quattro laboratori, ma gli sc ettici insinuarono che quel legno sarebbe potuto provenire an che da un'antica costruzione ittita che sorge sulle pendici d ell'Ararat. Le polemiche e le analisi continuano ancora oggi. Foto "anomale" Nel 1919, il pubblico ebbe finalmente la prim a "fotografia" dell'Arca: ripresa dall'aviatore russo Roskowi stzki, mostrava una confusa macchia scura che traspariva da u n ghiacciaio. Successive ricerche geologiche, effettuate util izzando radar e sonde di profondità, hanno però dimostrato che la macchia è soltanto un'anomala formazione rocciosa com une nella zona dell'Ararat. La caccia all'Arca è riesplosa t ra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta quando, elimi nato il vincolo del segreto militare, il Governo americano ha reso pubbliche le prime foto scattate dal satellite Eros e d agli aerei spia U2 che mostravano l'"anomalia" (tecnicamente definita "protrusione") che si intravede fuoriuscire dai ghia cci perenni del versante russo dell'Ararat, a quota 3000 metr i. Ma cosa mostrano veramente quelle foto? I sostenitori dell a teoria dell'Arca non hanno dubbi: è il vascello di Noè. E in effetti ci sono alcune curiose coincidenze: l'"anomalia" è solo a poche centinaia di metri dal luogo dove Navarra avr ebbe ritrovato il legno, nei pressi della "gola Ahora", dove sorgeva il monastero Echmiadzin. Secondo i geologi e la Cia, invece, si può trattare di un cratere vulcanico apertosi int orno all'anno Mille o l'effetto dello slittamento di una dell e enormi lastre del ghiacciaio perenne con il conseguente ano malo ammucchiamento della neve. Non è l'unica confutazione d ell'esistenza dell'Arca. La più ovvia è l'assoluta impossib ilità che una qualsiasi inondazione abbia potuto sommergere una montagna alta più di cinque chilometri. Ma i sostenitori dell'esistenza dell'Arca sull'Ararat controbattono parlando di inverosimili sommovimenti tettonici che avrebbero, nel 300 0 avanti Cristo, sollevato le montagne dopo il diluvio. L'ipo tesi italiana L'Ararat, resta dunque la meta preferita dai ri cercatori, in particolare il ghiacciaio Parrot sul versante o vest, la gola Ahora e il ghiacciaio Abich II su quello nord-e st. Secondo Angelo Palego, chimico sessantatreenne di Trecate (Novara), personaggio di spicco della comunità dei Testimon i di Geova e archeologo dilettante (ha già al suo attivo 13 spedizioni) è in questa zona che si trova l'Arca di Noè; ma le sue ipotesi sono state smentite da ricercatori universita ri. Studiando le parole della Bibbia, Palego ha calcolato con esattezza il luogo d'approdo (un altopiano a quota 4800 metr i con una superficie pari a 16 volte un campo di calcio). Poi , in base ai successivi eventi naturali documentati, ha dedot to la posizione attuale dei frammenti: uno a 4300 metri di qu ota e un altro a 4000. Palego ha fatto esaminare le sue foto (in cui viene evidenziata una massa scura) e quelle scattate dal satellite francese Spot, da un gruppo di esperti guidato da Nello Balossino, docente di Elaborazione d'immagini al Dip artimento d'Informatica dell'Università di Torino, e da Corr ado Lesca, che insegna Topografia e fotogrammetria al Politec nico di Torino. Ma i risultati non sono stati quelli sperati. Il giudizio del professor Lesca, spiegato a Newton, è drast ico: "Non c'è nessun elemento che possa far pensare che la " macchia" fotografata da Palego sia l'Arca, e questo per due r agioni. Innanzitutto i ghiacciai dell'Ararat fanno parte dei cosiddetti "temperati": la loro caratteristica principale è di comportarsi come spugne, ovvero di trattenere, al di sotto della crosta, una grande quantità d'acqua ancora allo stato liquido". Ora, 4000 anni di acqua in movimento avrebbe sicur amente distrutto qualsiasi relitto di legno. "Anche se così non fosse", continua Lesca, "sarebbe bastato il continuo movi mento del ghiaccio a distruggere l'Arca. Il monte Bianco, per esempio, ci ha restituito resti di elicotteri e di piccoli a erei precipitati solo poche decine di anni fa, ridotti in pez zi davvero minuti". E il metallo con cui erano costruiti è c erto più robusto del legno di biblica memoria. "E' infine as solutamente impossibile", conclude Lesca, "che Palego sia riu scito a vedere a occhio nudo, e a fotografare con una macchin etta, una struttura che dovrebbe essere intrappolata almeno q ualche decina di metri sotto il ghiaccio. Il ghiaccio non è una lastra di vetro, e in trasparenza si può vedere solo per qualche centimetro, una decina al massimo". Più probabilist a, anche se con rigorosa cautela scientifica, appare invece N ello Balossino: "L'immagine satellitare che ho analizzato rip roduce solo la lunghezza d'onda tra il verde e il rosso", spi ega, "non è stato dunque possibile determinare da quale sost anza sia composta la "macchia". L'unica analisi certa riguard a le dimensioni: la massa scura è un parallelepipedo le cui misure grossomodo corrisponderebbero alla descrizione biblica dell'Arca: 150 metri di lunghezza per 25 di profondità". La ricerca è dunque arrivata alla fine? "L'ipotesi che siano t ronconi appartenenti all'Arca, o comunque resti di un oggetto estraneo al ghiacciaio", conclude Balossino, "è valida tant o quanto quella che si tratti di una formazione rocciosa o di un'enorme massa di ghiaccio annerita da una colata lavica e poi ricoperta da altro ghiaccio. La prova dell'origine lignea della "macchia" potrebbe venire dall'analisi del suo comport amento spettrale (ovvero della diversa maniera con cui le var ie sostanze di cui potrebbe essere composta riflettono la luc e), ma per far ciò occorrerebbero più immagini". L'ipotesi islamica Se le spedizioni di ricerca ispirate dalle parole de ll'Antico Testamento hanno apparentemente fallito, qualche in dizio in più, benché non ancora sostenuto da evidenti prove scientifiche, è stato riportato dalle spedizioni che si son o basate sul racconto del Diluvio riportato dal Corano. Per i l libro sacro dei musulmani, infatti, l'arca di Noè sarebbe approdata in Turchia su un monte (quasi mai riportato sulle c arte moderne) che la gente del luogo chiama "Cudi Dagh" (cono sciuto in Occidente come monte Judi, montagne Gordiane o mont e Nipur), 300 chilometri a sud dell' Ararat. E' importante no tare come questo monte sia molto vicino al sito archeologico di Ninive (dove sono state ritrovate le tavolette su cui è i nciso il poema epico Gilgamesh, di cui parliamo più diffusam ente nel riquadro a pagina 124), a soli 40 chilometri dal fiu me Tigri, in una zona di frequenti inondazioni. Questo territ orio è ai confini di quella che biblicamente era chiamata "r egione dell'Ararat" (la Genesi, infatti, afferma che l'Arca è approdata non su una specifica vetta ma "sulle montagne de ll'Ararat"). Esplorando la zona nel 1910, l'archeologa ingles e Gertrude Bell individuò una struttura in pietra la cui for ma ricordava quella di una nave. Quest'insolita formazione er a già nota agli abitanti del luogo con il nome di "Sefinet N ebi Nu" (la barca di Noè) e in passato ogni 14 settembre div entava meta di un pellegrinaggio che coinvolgeva ebrei, musul mani e cristiani. Dichiarato sito di alto interesse archeolog ico dal Governo turco nel 1995, l'altopiano Dogubayazit, a qu ota 2300 metri, presenta in effetti una strana formazione geo logica che per la maggior parte dell'anno resta intrappolata fra i ghiacci. Lunga 170 metri e larga 45, la struttura a for ma di barca sembrerebbe corrispondere all'Arca descritta nel libro della Genesi. Un gruppo internazionale di scienziati ha svolto ricerche per sei anni, scattando foto aeree e scandag liando la zona con uno speciale apparecchio (Dell Omnitron Sy stem) capace di operare a frequenze molto più alte dei norma li sistemi radar e quindi di "vedere" attraverso i ghiacci a una maggiore profondità. Si è quindi ipotizzato che si trat ti di un manufatto realizzato circa 5000 anni fa; anzi, alcun i sostengono che possa essere il ponte superiore del biblico vascello. Altri dati raccolti sul terreno circostante sembrer ebbero confermare la teoria dell'Arca: innanzitutto la presen za di insoliti livelli di ossido di ferro (che potrebbero ess ere causati dalle fasce di ferro che imbragavano lo sca-fo), e poi il ritrovamento di grandi massi scavati a un'estremità che potrebbero essere le "pietre stabilizzatrici", che nell' antichità venivano trascinate dalle navi per aumentarne la s tabilità. David Fasold, della New York University, afferma c on certezza che si tratta dell'Arca. Ma da un gruppo di geolo gi guidato da Lorence Collins dell'Università della Californ ia arriva l'ennesima doccia fredda: si tratterebbe di una for mazione rocciosa completamente naturale. Gli scavi promossi d al Governo turco e un'approfondita analisi al radiocarbonio c i daranno finalmente la risposta?
Von: gibboni (sologibboni@fastwebnet.it) [Profil]
Datum: 26.07.2008 20:37
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Newsgroup: it.sport.calcio.torino it.sport.calcio it.sport.calcio.napoli it.comp.grafica
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Non solo Noè: in ogni parte del mondo si ritrova il mito di un Diluvio universale e di un'Arca grazie alla quale l'umanità e le specie animali sono riusciti a sottrarsi all'ira di un Essere superiore. Dell'Arca quindi dovremmo conoscere tutto: dimensioni, materiali usati per la costruzione, giorni di navigazione e luogo d'approdo.... Pietrificata nel suo ipotetico luogo d'approdo biblico, a quasi cinquemila metri tra i ghiacci del monte Ararat, in Turchia, l'Arca di Noè rappresenta insieme un mito e una sfida per geologi, archeologi professionisti e per molti dilettanti "arc-eologi" animati da fervore religioso. Non solo per le valenze scientifiche e culturali che una simile scoperta potrebbe comportare, ma anche per gli alti rischi connessi con quella che in turco è chiamata "Agri Dagh", la montagna del castigo. Decine di spedizioni sono fallite a causa di valanghe e frane, crepacci nascosti dalla perenne foschia, terremoti ed eruzioni (l'Ararat è un vulcano ancora in attività, l'ultima risale al 1965), pericolose sacche di anidride carbonica e altri gas (sempre dovute all'attività vulcanica), rischio di folgorazioni (la roccia granitica di cui la montagna è composta attira i fulmini) e, infine, in seguito ai divieti posti dal governo turco e al pericolo di essere catturati dai guerriglieri curdi (l'Ararat si trova in una delicata zona di confine con Repubblica Armena e Iran). Ma la ricerca continua, addirittura rinvigorita dopo la pubblicazione delle foto, ora divulgate, scattate negli anni Sessanta dagli aerei-spia americani e sovietici e delle immagini dei satelliti che confermano l'esistenza di una "anomalia" sull'Ararat. Si tratta proprio dell'Arca? Dov'è? Cosa ne rimane? Come fare a trovarla? Newton ha esaminato le scoperte e le ipotesi dei più noti "arc-eologi" mettendole a confronto con i pareri degli esperti del settore. La prima ascensione documentata sull'Ararat dei tempi moderni è quella realizzata nel 1829 dal medico tedesco Friedrich Parrot, che non trovò tracce visibili dell'Arca ma poté ammirare la croce venerata dai Pope ortodossi del monastero di Echmiadzin (distrutto durante l'ultima eruzione dell'Ararat nel 1840), che pare fosse costruita proprio con il legno del biblico vascello. Uguale insuccesso per le spedizioni effettuate fino al 1955 quando un industriale francese, Fernand Navarra, di ritorno dal suo terzo viaggio sull'Ararat portò in patria una trave di quercia che asseriva aver distaccato dall'Arca intravista sotto un ghiacciaio. Le prime analisi sembravano confermare il racconto dell'archeologo dilettante: la datazione col radiocarbonio faceva risalire il reperto a 5000 anni fa. Ma se quel legno fosse stato per tanto tempo sotto il ghiaccio a 4000 metri di altitudine, ribatté un gruppo d'esperti, il rilascio di carbonio 14 sarebbe dovuto essere notevolmente diverso da quello evidenziato dalle analisi. Navarra contrattaccò riportando il parere di ben quattro laboratori, ma gli scettici insinuarono che quel legno sarebbe potuto provenire anche da un'antica costruzione ittita che sorge sulle pendici dell'Ararat. Le polemiche e le analisi continuano ancora oggi. Foto "anomale" Nel 1919, il pubblico ebbe finalmente la prima "fotografia" dell'Arca: ripresa dall'aviatore russo Roskowistzki, mostrava una confusa macchia scura che traspariva da un ghiacciaio. Successive ricerche geologiche, effettuate utilizzando radar e sonde di profondità, hanno però dimostrato che la macchia è soltanto un'anomala formazione rocciosa comune nella zona dell'Ararat. La caccia all'Arca è riesplosa tra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta quando, eliminato il vincolo del segreto militare, il Governo americano ha reso pubbliche le prime foto scattate dal satellite Eros e dagli aerei spia U2 che mostravano l'"anomalia" (tecnicamente definita "protrusione") che si intravede fuoriuscire dai ghiacci perenni del versante russo dell'Ararat, a quota 3000 metri. Ma cosa mostrano veramente quelle foto? I sostenitori della teoria dell'Arca non hanno dubbi: è il vascello di Noè. E in effetti ci sono alcune curiose coincidenze: l'"anomalia" è solo a poche centinaia di metri dal luogo dove Navarra avrebbe ritrovato il legno, nei pressi della "gola Ahora", dove sorgeva il monastero Echmiadzin. Secondo i geologi e la Cia, invece, si può trattare di un cratere vulcanico apertosi intorno all'anno Mille o l'effetto dello slittamento di una delle enormi lastre del ghiacciaio perenne con il conseguente anomalo ammucchiamento della neve. Non è l'unica confutazione dell'esistenza dell'Arca. La più ovvia è l'assoluta impossibilità che una qualsiasi inondazione abbia potuto sommergere una montagna alta più di cinque chilometri. Ma i sostenitori dell'esistenza dell'Arca sull'Ararat controbattono parlando di inverosimili sommovimenti tettonici che avrebbero, nel 3000 avanti Cristo, sollevato le montagne dopo il diluvio. L'ipotesi italiana L'Ararat, resta dunque la meta preferita dai ricercatori, in particolare il ghiacciaio Parrot sul versante ovest, la gola Ahora e il ghiacciaio Abich II su quello nord-est. Secondo Angelo Palego, chimico sessantatreenne di Trecate (Novara), personaggio di spicco della comunità dei Testimoni di Geova e archeologo dilettante (ha già al suo attivo 13 spedizioni) è in questa zona che si trova l'Arca di Noè; ma le sue ipotesi sono state smentite da ricercatori universitari. Studiando le parole della Bibbia, Palego ha calcolato con esattezza il luogo d'approdo (un altopiano a quota 4800 metri con una superficie pari a 16 volte un campo di calcio). Poi, in base ai successivi eventi naturali documentati, ha dedotto la posizione attuale dei frammenti: uno a 4300 metri di quota e un altro a 4000. Palego ha fatto esaminare le sue foto (in cui viene evidenziata una massa scura) e quelle scattate dal satellite francese Spot, da un gruppo di esperti guidato da Nello Balossino, docente di Elaborazione d'immagini al Dipartimento d'Informatica dell'Università di Torino, e da Corrado Lesca, che insegna Topografia e fotogrammetria al Politecnico di Torino. Ma i risultati non sono stati quelli sperati. Il giudizio del professor Lesca, spiegato a Newton, è drastico: "Non c'è nessun elemento che possa far pensare che la "macchia" fotografata da Palego sia l'Arca, e questo per due ragioni. Innanzitutto i ghiacciai dell'Ararat fanno parte dei cosiddetti "temperati": la loro caratteristica principale è di comportarsi come spugne, ovvero di trattenere, al di sotto della crosta, una grande quantità d'acqua ancora allo stato liquido". Ora, 4000 anni di acqua in movimento avrebbe sicuramente distrutto qualsiasi relitto di legno. "Anche se così non fosse", continua Lesca, "sarebbe bastato il continuo movimento del ghiaccio a distruggere l'Arca. Il monte Bianco, per esempio, ci ha restituito resti di elicotteri e di piccoli aerei precipitati solo poche decine di anni fa, ridotti in pezzi davvero minuti". E il metallo con cui erano costruiti è certo più robusto del legno di biblica memoria. "E' infine assolutamente impossibile", conclude Lesca, "che Palego sia riuscito a vedere a occhio nudo, e a fotografare con una macchinetta, una struttura che dovrebbe essere intrappolata almeno qualche decina di metri sotto il ghiaccio. Il ghiaccio non è una lastra di vetro, e in trasparenza si può vedere solo per qualche centimetro, una decina al massimo". Più probabilista, anche se con rigorosa cautela scientifica, appare invece Nello Balossino: "L'immagine satellitare che ho analizzato riproduce solo la lunghezza d'onda tra il verde e il rosso", spiega, "non è stato dunque possibile determinare da quale sostanza sia composta la "macchia". L'unica analisi certa riguarda le dimensioni: la massa scura è un parallelepipedo le cui misure grossomodo corrisponderebbero alla descrizione biblica dell'Arca: 150 metri di lunghezza per 25 di profondità". La ricerca è dunque arrivata alla fine? "L'ipotesi che siano tronconi appartenenti all'Arca, o comunque resti di un oggetto estraneo al ghiacciaio", conclude Balossino, "è valida tanto quanto quella che si tratti di una formazione rocciosa o di un'enorme massa di ghiaccio annerita da una colata lavica e poi ricoperta da altro ghiaccio. La prova dell'origine lignea della "macchia" potrebbe venire dall'analisi del suo comportamento spettrale (ovvero della diversa maniera con cui le varie sostanze di cui potrebbe essere composta riflettono la luce), ma per far ciò occorrerebbero più immagini". L'ipotesi islamica Se le spedizioni di ricerca ispirate dalle parole dell'Antico Testamento hanno apparentemente fallito, qualche indizio in più, benché non ancora sostenuto da evidenti prove scientifiche, è stato riportato dalle spedizioni che si sono basate sul racconto del Diluvio riportato dal Corano. Per il libro sacro dei musulmani, infatti, l'arca di Noè sarebbe approdata in Turchia su un monte (quasi mai riportato sulle carte moderne) che la gente del luogo chiama "Cudi Dagh" (conosciuto in Occidente come monte Judi, montagne Gordiane o monte Nipur), 300 chilometri a sud dell' Ararat. E' importante notare come questo monte sia molto vicino al sito archeologico di Ninive (dove sono state ritrovate le tavolette su cui è inciso il poema epico Gilgamesh, di cui parliamo più diffusamente nel riquadro a pagina 124), a soli 40 chilometri dal fiume Tigri, in una zona di frequenti inondazioni. Questo territorio è ai confini di quella che biblicamente era chiamata "regione dell'Ararat" (la Genesi, infatti, afferma che l'Arca è approdata non su una specifica vetta ma "sulle montagne dell'Ararat"). Esplorando la zona nel 1910, l'archeologa inglese Gertrude Bell individuò una struttura in pietra la cui forma ricordava quella di una nave. Quest'insolita formazione era già nota agli abitanti del luogo con il nome di "Sefinet Nebi Nu" (la barca di Noè) e in passato ogni 14 settembre diventava meta di un pellegrinaggio che coinvolgeva ebrei, musulmani e cristiani. Dichiarato sito di alto interesse archeologico dal Governo turco nel 1995, l'altopiano Dogubayazit, a quota 2300 metri, presenta in effetti una strana formazione geologica che per la maggior parte dell'anno resta intrappolata fra i ghiacci. Lunga 170 metri e larga 45, la struttura a forma di barca sembrerebbe corrispondere all'Arca descritta nel libro della Genesi. Un gruppo internazionale di scienziati ha svolto ricerche per sei anni, scattando foto aeree e scandagliando la zona con uno speciale apparecchio (Dell Omnitron System) capace di operare a frequenze molto più alte dei normali sistemi radar e quindi di "vedere" attraverso i ghiacci a una maggiore profondità. Si è quindi ipotizzato che si tratti di un manufatto realizzato circa 5000 anni fa; anzi, alcuni sostengono che possa essere il ponte superiore del biblico vascello. Altri dati raccolti sul terreno circostante sembrerebbero confermare la teoria dell'Arca: innanzitutto la presenza di insoliti livelli di ossido di ferro (che potrebbero essere causati dalle fasce di ferro che imbragavano lo sca-fo), e poi il ritrovamento di grandi massi scavati a un'estremità che potrebbero essere le "pietre stabilizzatrici", che nell'antichità venivano trascinate dalle navi per aumentarne la stabilità. David Fasold, della New York University, afferma con certezza che si tratta dell'Arca. Ma da un gruppo di geologi guidato da Lorence Collins dell'Università della California arriva l'ennesima doccia fredda: si tratterebbe di una formazione rocciosa completamente naturale. Gli scavi promossi dal Governo turco e un'approfondita analisi al radiocarbonio ci daranno finalmente la risposta?[ Auf dieses Posting antworten ]
