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Non solo Noè: in ogni parte del mondo si ritrova il mito di un Diluvio universale e di un'Arca grazie alla quale l'umanità e le specie animali sono riusciti a sottrarsi all 'ira di un Essere superiore. Dell'Arca quindi dovremmo conosc ere tutto: dimensioni, materiali usati per la costruzione, gi orni di navigazione e luogo d'approdo.... Pietrificata nel s uo ipotetico luogo d'approdo biblico, a quasi cinquemila metr i tra i ghiacci del monte Ararat, in Turchia, l'Arca di Noè rappresenta insieme un mito e una sfida per geologi, archeolo gi professionisti e per molti dilettanti "arc-eologi" animati da fervore religioso. Non solo per le valenze scientifiche e culturali che una simile scoperta potrebbe comportare, ma an che per gli alti rischi connessi con quella che in turco è c hiamata "Agri Dagh", la montagna del castigo. Decine di spedi zioni sono fallite a causa di valanghe e frane, crepacci nasc osti dalla perenne foschia, terremoti ed eruzioni (l'Ararat è un vulcano ancora in attività, l'ultima risale al 1965), pericolose sacche di anidride carbonica e altri gas (sempre d ovute all'attività vulcanica), rischio di folgorazioni (la r occia granitica di cui la montagna è composta attira i fulmi ni) e, infine, in seguito ai divieti posti dal governo turco e al pericolo di essere catturati dai guerriglieri curdi (l'A rarat si trova in una delicata zona di confine con Repubblica Armena e Iran). Ma la ricerca continua, addirittura rinvigor ita dopo la pubblicazione delle foto, ora divulgate, scattate negli anni Sessanta dagli aerei-spia americani e sovietici e delle immagini dei satelliti che confermano l'esistenza di u na "anomalia" sull'Ararat. Si tratta proprio dell'Arca? Dov' è? Cosa ne rimane? Come fare a trovarla? Newton ha esaminato le scoperte e le ipotesi dei più noti "arc-eologi" mettendo le a confronto con i pareri degli esperti del settore. La pri ma ascensione documentata sull'Ararat dei tempi moderni è qu ella realizzata nel 1829 dal medico tedesco Friedrich Parrot, che non trovò tracce visibili dell'Arca ma poté ammirare l a croce venerata dai Pope ortodossi del monastero di Echmiadz in (distrutto durante l'ultima eruzione dell'Ararat nel 1840) , che pare fosse costruita proprio con il legno del biblico v ascello. Uguale insuccesso per le spedizioni effettuate fino al 1955 quando un industriale francese, Fernand Navarra, di r itorno dal suo terzo viaggio sull'Ararat portò in patria una trave di quercia che asseriva aver distaccato dall'Arca intr avista sotto un ghiacciaio. Le prime analisi sembravano confe rmare il racconto dell'archeologo dilettante: la datazione co l radiocarbonio faceva risalire il reperto a 5000 anni fa. Ma se quel legno fosse stato per tanto tempo sotto il ghiaccio a 4000 metri di altitudine, ribatté un gruppo d'esperti, il rilascio di carbonio 14 sarebbe dovuto essere notevolmente di verso da quello evidenziato dalle analisi. Navarra contrattac cò riportando il parere di ben quattro laboratori, ma gli sc ettici insinuarono che quel legno sarebbe potuto provenire an che da un'antica costruzione ittita che sorge sulle pendici d ell'Ararat. Le polemiche e le analisi continuano ancora oggi. Foto "anomale" Nel 1919, il pubblico ebbe finalmente la prim a "fotografia" dell'Arca: ripresa dall'aviatore russo Roskowi stzki, mostrava una confusa macchia scura che traspariva da u n ghiacciaio. Successive ricerche geologiche, effettuate util izzando radar e sonde di profondità, hanno però dimostrato che la macchia è soltanto un'anomala formazione rocciosa com une nella zona dell'Ararat. La caccia all'Arca è riesplosa t ra la fine degli anni Ottanta e i primi Novanta quando, elimi nato il vincolo del segreto militare, il Governo americano ha reso pubbliche le prime foto scattate dal satellite Eros e d agli aerei spia U2 che mostravano l'"anomalia" (tecnicamente definita "protrusione") che si intravede fuoriuscire dai ghia cci perenni del versante russo dell'Ararat, a quota 3000 metr i. Ma cosa mostrano veramente quelle foto? I sostenitori dell a teoria dell'Arca non hanno dubbi: è il vascello di Noè. E in effetti ci sono alcune curiose coincidenze: l'"anomalia" è solo a poche centinaia di metri dal luogo dove Navarra avr ebbe ritrovato il legno, nei pressi della "gola Ahora", dove sorgeva il monastero Echmiadzin. Secondo i geologi e la Cia, invece, si può trattare di un cratere vulcanico apertosi int orno all'anno Mille o l'effetto dello slittamento di una dell e enormi lastre del ghiacciaio perenne con il conseguente ano malo ammucchiamento della neve. Non è l'unica confutazione d ell'esistenza dell'Arca. La più ovvia è l'assoluta impossib ilità che una qualsiasi inondazione abbia potuto sommergere una montagna alta più di cinque chilometri. Ma i sostenitori dell'esistenza dell'Arca sull'Ararat controbattono parlando di inverosimili sommovimenti tettonici che avrebbero, nel 300 0 avanti Cristo, sollevato le montagne dopo il diluvio. L'ipo tesi italiana L'Ararat, resta dunque la meta preferita dai ri cercatori, in particolare il ghiacciaio Parrot sul versante o vest, la gola Ahora e il ghiacciaio Abich II su quello nord-e st. Secondo Angelo Palego, chimico sessantatreenne di Trecate (Novara), personaggio di spicco della comunità dei Testimon i di Geova e archeologo dilettante (ha già al suo attivo 13 spedizioni) è in questa zona che si trova l'Arca di Noè; ma le sue ipotesi sono state smentite da ricercatori universita ri. Studiando le parole della Bibbia, Palego ha calcolato con esattezza il luogo d'approdo (un altopiano a quota 4800 metr i con una superficie pari a 16 volte un campo di calcio). Poi , in base ai successivi eventi naturali documentati, ha dedot to la posizione attuale dei frammenti: uno a 4300 metri di qu ota e un altro a 4000. Palego ha fatto esaminare le sue foto (in cui viene evidenziata una massa scura) e quelle scattate dal satellite francese Spot, da un gruppo di esperti guidato da Nello Balossino, docente di Elaborazione d'immagini al Dip artimento d'Informatica dell'Università di Torino, e da Corr ado Lesca, che insegna Topografia e fotogrammetria al Politec nico di Torino. Ma i risultati non sono stati quelli sperati. Il giudizio del professor Lesca, spiegato a Newton, è drast ico: "Non c'è nessun elemento che possa far pensare che la " macchia" fotografata da Palego sia l'Arca, e questo per due r agioni. Innanzitutto i ghiacciai dell'Ararat fanno parte dei cosiddetti "temperati": la loro caratteristica principale è di comportarsi come spugne, ovvero di trattenere, al di sotto della crosta, una grande quantità d'acqua ancora allo stato liquido". Ora, 4000 anni di acqua in movimento avrebbe sicur amente distrutto qualsiasi relitto di legno. "Anche se così non fosse", continua Lesca, "sarebbe bastato il continuo movi mento del ghiaccio a distruggere l'Arca. Il monte Bianco, per esempio, ci ha restituito resti di elicotteri e di piccoli a erei precipitati solo poche decine di anni fa, ridotti in pez zi davvero minuti". E il metallo con cui erano costruiti è c erto più robusto del legno di biblica memoria. "E' infine as solutamente impossibile", conclude Lesca, "che Palego sia riu scito a vedere a occhio nudo, e a fotografare con una macchin etta, una struttura che dovrebbe essere intrappolata almeno q ualche decina di metri sotto il ghiaccio. Il ghiaccio non è una lastra di vetro, e in trasparenza si può vedere solo per qualche centimetro, una decina al massimo". Più probabilist a, anche se con rigorosa cautela scientifica, appare invece N ello Balossino: "L'immagine satellitare che ho analizzato rip roduce solo la lunghezza d'onda tra il verde e il rosso", spi ega, "non è stato dunque possibile determinare da quale sost anza sia composta la "macchia". L'unica analisi certa riguard a le dimensioni: la massa scura è un parallelepipedo le cui misure grossomodo corrisponderebbero alla descrizione biblica dell'Arca: 150 metri di lunghezza per 25 di profondità". La ricerca è dunque arrivata alla fine? "L'ipotesi che siano t ronconi appartenenti all'Arca, o comunque resti di un oggetto estraneo al ghiacciaio", conclude Balossino, "è valida tant o quanto quella che si tratti di una formazione rocciosa o di un'enorme massa di ghiaccio annerita da una colata lavica e poi ricoperta da altro ghiaccio. La prova dell'origine lignea della "macchia" potrebbe venire dall'analisi del suo comport amento spettrale (ovvero della diversa maniera con cui le var ie sostanze di cui potrebbe essere composta riflettono la luc e), ma per far ciò occorrerebbero più immagini". L'ipotesi islamica Se le spedizioni di ricerca ispirate dalle parole de ll'Antico Testamento hanno apparentemente fallito, qualche in dizio in più, benché non ancora sostenuto da evidenti prove scientifiche, è stato riportato dalle spedizioni che si son o basate sul racconto del Diluvio riportato dal Corano. Per i l libro sacro dei musulmani, infatti, l'arca di Noè sarebbe approdata in Turchia su un monte (quasi mai riportato sulle c arte moderne) che la gente del luogo chiama "Cudi Dagh" (cono sciuto in Occidente come monte Judi, montagne Gordiane o mont e Nipur), 300 chilometri a sud dell' Ararat. E' importante no tare come questo monte sia molto vicino al sito archeologico di Ninive (dove sono state ritrovate le tavolette su cui è i nciso il poema epico Gilgamesh, di cui parliamo più diffusam ente nel riquadro a pagina 124), a soli 40 chilometri dal fiu me Tigri, in una zona di frequenti inondazioni. Questo territ orio è ai confini di quella che biblicamente era chiamata "r egione dell'Ararat" (la Genesi, infatti, afferma che l'Arca è approdata non su una specifica vetta ma "sulle montagne de ll'Ararat"). Esplorando la zona nel 1910, l'archeologa ingles e Gertrude Bell individuò una struttura in pietra la cui for ma ricordava quella di una nave. Quest'insolita formazione er a già nota agli abitanti del luogo con il nome di "Sefinet N ebi Nu" (la barca di Noè) e in passato ogni 14 settembre div entava meta di un pellegrinaggio che coinvolgeva ebrei, musul mani e cristiani. Dichiarato sito di alto interesse archeolog ico dal Governo turco nel 1995, l'altopiano Dogubayazit, a qu ota 2300 metri, presenta in effetti una strana formazione geo logica che per la maggior parte dell'anno resta intrappolata fra i ghiacci. Lunga 170 metri e larga 45, la struttura a for ma di barca sembrerebbe corrispondere all'Arca descritta nel libro della Genesi. Un gruppo internazionale di scienziati ha svolto ricerche per sei anni, scattando foto aeree e scandag liando la zona con uno speciale apparecchio (Dell Omnitron Sy stem) capace di operare a frequenze molto più alte dei norma li sistemi radar e quindi di "vedere" attraverso i ghiacci a una maggiore profondità. Si è quindi ipotizzato che si trat ti di un manufatto realizzato circa 5000 anni fa; anzi, alcun i sostengono che possa essere il ponte superiore del biblico vascello. Altri dati raccolti sul terreno circostante sembrer ebbero confermare la teoria dell'Arca: innanzitutto la presen za di insoliti livelli di ossido di ferro (che potrebbero ess ere causati dalle fasce di ferro che imbragavano lo sca-fo), e poi il ritrovamento di grandi massi scavati a un'estremità che potrebbero essere le "pietre stabilizzatrici", che nell' antichità venivano trascinate dalle navi per aumentarne la s tabilità. David Fasold, della New York University, afferma c on certezza che si tratta dell'Arca. Ma da un gruppo di geolo gi guidato da Lorence Collins dell'Università della Californ ia arriva l'ennesima doccia fredda: si tratterebbe di una for mazione rocciosa completamente naturale. Gli scavi promossi d al Governo turco e un'approfondita analisi al radiocarbonio c i daranno finalmente la risposta?

Von: gibboni (sologibboni@fastwebnet.it) [Profil]
Datum: 26.07.2008 20:37
Message-ID: <6b405dd5-95b4-402c-a9a0-7497f8256afd@34g2000hsh.googlegroups.com>
Newsgroup: it.sport.calcio.torino it.sport.calcio it.sport.calcio.napoli it.comp.grafica
Non solo Noè: in ogni parte del mondo si ritrova il mito di un Diluvio
universale e di un'Arca grazie alla quale l'umanità e le specie
animali sono riusciti a sottrarsi all'ira di un Essere superiore.
Dell'Arca quindi dovremmo conoscere tutto: dimensioni, materiali usati
per la costruzione, giorni di navigazione e luogo d'approdo....

Pietrificata nel suo ipotetico luogo d'approdo biblico, a quasi
cinquemila metri tra i ghiacci del monte Ararat, in Turchia, l'Arca di
Noè rappresenta insieme un mito e una sfida per geologi, archeologi
professionisti e per molti dilettanti "arc-eologi" animati da fervore
religioso. Non solo per le valenze scientifiche e culturali che una
simile scoperta potrebbe comportare, ma anche per gli alti rischi
connessi con quella che in turco è chiamata "Agri Dagh", la montagna
del castigo. Decine di spedizioni sono fallite a causa di valanghe e
frane, crepacci nascosti dalla perenne foschia, terremoti ed eruzioni
(l'Ararat è un vulcano ancora in attività, l'ultima risale al 1965),
pericolose sacche di anidride carbonica e altri gas (sempre dovute
all'attività vulcanica), rischio di folgorazioni (la roccia granitica
di cui la montagna è composta attira i fulmini) e, infine, in seguito
ai divieti posti dal governo turco e al pericolo di essere catturati
dai guerriglieri curdi (l'Ararat si trova in una delicata zona di
confine con Repubblica Armena e Iran). Ma la ricerca continua,
addirittura rinvigorita dopo la pubblicazione delle foto, ora
divulgate, scattate negli anni Sessanta dagli aerei-spia americani e
sovietici e delle immagini dei satelliti che confermano l'esistenza di
una "anomalia" sull'Ararat. Si tratta proprio dell'Arca? Dov'è? Cosa
ne rimane? Come fare a trovarla? Newton ha esaminato le scoperte e le
ipotesi dei più noti "arc-eologi" mettendole a confronto con i pareri
degli esperti del settore. La prima ascensione documentata sull'Ararat
dei tempi moderni è quella realizzata nel 1829 dal medico tedesco
Friedrich Parrot, che non trovò tracce visibili dell'Arca ma poté
ammirare la croce venerata dai Pope ortodossi del monastero di
Echmiadzin (distrutto durante l'ultima eruzione dell'Ararat nel 1840),
che pare fosse costruita proprio con il legno del biblico vascello.
Uguale insuccesso per le spedizioni effettuate fino al 1955 quando un
industriale francese, Fernand Navarra, di ritorno dal suo terzo
viaggio sull'Ararat portò in patria una trave di quercia che asseriva
aver distaccato dall'Arca intravista sotto un ghiacciaio. Le prime
analisi sembravano confermare il racconto dell'archeologo dilettante:
la datazione col radiocarbonio faceva risalire il reperto a 5000 anni
fa. Ma se quel legno fosse stato per tanto tempo sotto il ghiaccio a
4000 metri di altitudine, ribatté un gruppo d'esperti, il rilascio di
carbonio 14 sarebbe dovuto essere notevolmente diverso da quello
evidenziato dalle analisi. Navarra contrattaccò riportando il parere
di ben quattro laboratori, ma gli scettici insinuarono che quel legno
sarebbe potuto provenire anche da un'antica costruzione ittita che
sorge sulle pendici dell'Ararat. Le polemiche e le analisi continuano
ancora oggi. Foto "anomale" Nel 1919, il pubblico ebbe finalmente la
prima "fotografia" dell'Arca: ripresa dall'aviatore russo
Roskowistzki, mostrava una confusa macchia scura che traspariva da un
ghiacciaio. Successive ricerche geologiche, effettuate utilizzando
radar e sonde di profondità, hanno però dimostrato che la macchia è
soltanto un'anomala formazione rocciosa comune nella zona dell'Ararat.
La caccia all'Arca è riesplosa tra la fine degli anni Ottanta e i
primi Novanta quando, eliminato il vincolo del segreto militare, il
Governo americano ha reso pubbliche le prime foto scattate dal
satellite Eros e dagli aerei spia U2 che mostravano
l'"anomalia" (tecnicamente definita "protrusione") che si intravede
fuoriuscire dai ghiacci perenni del versante russo dell'Ararat, a
quota 3000 metri. Ma cosa mostrano veramente quelle foto? I
sostenitori della teoria dell'Arca non hanno dubbi: è il vascello di
Noè. E in effetti ci sono alcune curiose coincidenze: l'"anomalia"
è
solo a poche centinaia di metri dal luogo dove Navarra avrebbe
ritrovato il legno, nei pressi della "gola Ahora", dove sorgeva il
monastero Echmiadzin. Secondo i geologi e la Cia, invece, si può
trattare di un cratere vulcanico apertosi intorno all'anno Mille o
l'effetto dello slittamento di una delle enormi lastre del ghiacciaio
perenne con il conseguente anomalo ammucchiamento della neve. Non è
l'unica confutazione dell'esistenza dell'Arca. La più ovvia è
l'assoluta impossibilità che una qualsiasi inondazione abbia potuto
sommergere una montagna alta più di cinque chilometri. Ma i
sostenitori dell'esistenza dell'Arca sull'Ararat controbattono
parlando di inverosimili sommovimenti tettonici che avrebbero, nel
3000 avanti Cristo, sollevato le montagne dopo il diluvio. L'ipotesi
italiana L'Ararat, resta dunque la meta preferita dai ricercatori, in
particolare il ghiacciaio Parrot sul versante ovest, la gola Ahora e
il ghiacciaio Abich II su quello nord-est. Secondo Angelo Palego,
chimico sessantatreenne di Trecate (Novara), personaggio di spicco
della comunità dei Testimoni di Geova e archeologo dilettante (ha già
al suo attivo 13 spedizioni) è in questa zona che si trova l'Arca di
Noè; ma le sue ipotesi sono state smentite da ricercatori
universitari. Studiando le parole della Bibbia, Palego ha calcolato
con esattezza il luogo d'approdo (un altopiano a quota 4800 metri con
una superficie pari a 16 volte un campo di calcio). Poi, in base ai
successivi eventi naturali documentati, ha dedotto la posizione
attuale dei frammenti: uno a 4300 metri di quota e un altro a 4000.
Palego ha fatto esaminare le sue foto (in cui viene evidenziata una
massa scura) e quelle scattate dal satellite francese Spot, da un
gruppo di esperti guidato da Nello Balossino, docente di Elaborazione
d'immagini al Dipartimento d'Informatica dell'Università di Torino, e
da Corrado Lesca, che insegna Topografia e fotogrammetria al
Politecnico di Torino. Ma i risultati non sono stati quelli sperati.
Il giudizio del professor Lesca, spiegato a Newton, è drastico: "Non
c'è nessun elemento che possa far pensare che la "macchia" fotografata
da Palego sia l'Arca, e questo per due ragioni. Innanzitutto i
ghiacciai dell'Ararat fanno parte dei cosiddetti "temperati": la loro
caratteristica principale è di comportarsi come spugne, ovvero di
trattenere, al di sotto della crosta, una grande quantità d'acqua
ancora allo stato liquido". Ora, 4000 anni di acqua in movimento
avrebbe sicuramente distrutto qualsiasi relitto di legno. "Anche se
così non fosse", continua Lesca, "sarebbe bastato il continuo
movimento del ghiaccio a distruggere l'Arca. Il monte Bianco, per
esempio, ci ha restituito resti di elicotteri e di piccoli aerei
precipitati solo poche decine di anni fa, ridotti in pezzi davvero
minuti". E il metallo con cui erano costruiti è certo più robusto del
legno di biblica memoria. "E' infine assolutamente impossibile",
conclude Lesca, "che Palego sia riuscito a vedere a occhio nudo, e a
fotografare con una macchinetta, una struttura che dovrebbe essere
intrappolata almeno qualche decina di metri sotto il ghiaccio. Il
ghiaccio non è una lastra di vetro, e in trasparenza si può vedere
solo per qualche centimetro, una decina al massimo". Più probabilista,
anche se con rigorosa cautela scientifica, appare invece Nello
Balossino: "L'immagine satellitare che ho analizzato riproduce solo la
lunghezza d'onda tra il verde e il rosso", spiega, "non è stato dunque
possibile determinare da quale sostanza sia composta la "macchia".
L'unica analisi certa riguarda le dimensioni: la massa scura è un
parallelepipedo le cui misure grossomodo corrisponderebbero alla
descrizione biblica dell'Arca: 150 metri di lunghezza per 25 di
profondità". La ricerca è dunque arrivata alla fine? "L'ipotesi
che
siano tronconi appartenenti all'Arca, o comunque resti di un oggetto
estraneo al ghiacciaio", conclude Balossino, "è valida tanto quanto
quella che si tratti di una formazione rocciosa o di un'enorme massa
di ghiaccio annerita da una colata lavica e poi ricoperta da altro
ghiaccio. La prova dell'origine lignea della "macchia" potrebbe venire
dall'analisi del suo comportamento spettrale (ovvero della diversa
maniera con cui le varie sostanze di cui potrebbe essere composta
riflettono la luce), ma per far ciò occorrerebbero più immagini".
L'ipotesi islamica Se le spedizioni di ricerca ispirate dalle parole
dell'Antico Testamento hanno apparentemente fallito, qualche indizio
in più, benché non ancora sostenuto da evidenti prove scientifiche, è
stato riportato dalle spedizioni che si sono basate sul racconto del
Diluvio riportato dal Corano. Per il libro sacro dei musulmani,
infatti, l'arca di Noè sarebbe approdata in Turchia su un monte (quasi
mai riportato sulle carte moderne) che la gente del luogo chiama "Cudi
Dagh" (conosciuto in Occidente come monte Judi, montagne Gordiane o
monte Nipur), 300 chilometri a sud dell' Ararat. E' importante notare
come questo monte sia molto vicino al sito archeologico di Ninive
(dove sono state ritrovate le tavolette su cui è inciso il poema epico
Gilgamesh, di cui parliamo più diffusamente nel riquadro a pagina
124), a soli 40 chilometri dal fiume Tigri, in una zona di frequenti
inondazioni. Questo territorio è ai confini di quella che biblicamente
era chiamata "regione dell'Ararat" (la Genesi, infatti, afferma che
l'Arca è approdata non su una specifica vetta ma "sulle montagne
dell'Ararat"). Esplorando la zona nel 1910, l'archeologa inglese
Gertrude Bell individuò una struttura in pietra la cui forma ricordava
quella di una nave. Quest'insolita formazione era già nota agli
abitanti del luogo con il nome di "Sefinet Nebi Nu" (la barca di Noè)
e in passato ogni 14 settembre diventava meta di un pellegrinaggio che
coinvolgeva ebrei, musulmani e cristiani. Dichiarato sito di alto
interesse archeologico dal Governo turco nel 1995, l'altopiano
Dogubayazit, a quota 2300 metri, presenta in effetti una strana
formazione geologica che per la maggior parte dell'anno resta
intrappolata fra i ghiacci. Lunga 170 metri e larga 45, la struttura a
forma di barca sembrerebbe corrispondere all'Arca descritta nel libro
della Genesi. Un gruppo internazionale di scienziati ha svolto
ricerche per sei anni, scattando foto aeree e scandagliando la zona
con uno speciale apparecchio (Dell Omnitron System) capace di operare
a frequenze molto più alte dei normali sistemi radar e quindi di
"vedere" attraverso i ghiacci a una maggiore profondità. Si è
quindi
ipotizzato che si tratti di un manufatto realizzato circa 5000 anni
fa; anzi, alcuni sostengono che possa essere il ponte superiore del
biblico vascello. Altri dati raccolti sul terreno circostante
sembrerebbero confermare la teoria dell'Arca: innanzitutto la presenza
di insoliti livelli di ossido di ferro (che potrebbero essere causati
dalle fasce di ferro che imbragavano lo sca-fo), e poi il ritrovamento
di grandi massi scavati a un'estremità che potrebbero essere le
"pietre stabilizzatrici", che nell'antichità venivano trascinate dalle
navi per aumentarne la stabilità. David Fasold, della New York
University, afferma con certezza che si tratta dell'Arca. Ma da un
gruppo di geologi guidato da Lorence Collins dell'Università della
California arriva l'ennesima doccia fredda: si tratterebbe di una
formazione rocciosa completamente naturale. Gli scavi promossi dal
Governo turco e un'approfondita analisi al radiocarbonio ci daranno
finalmente la risposta?

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