nntp2http.com
Posting
Suche
Optionen
Hilfe & Kontakt

.[EDS Quel che c'è sotto] Mutanda bianca, pelo nero

Von: Mybelline (mybelline80@yahoo.it) [Profil]
Datum: 03.07.2008 23:31
Message-ID: <5zbbk.109992$FR.366283@twister1.libero.it>
Newsgroup: it.sesso.racconti
Mutanda bianca, pelo nero.

Settembre mese di Maria, 8 settembre festa della Madonna nel piccolo
convento dei Frati Francescani, meglio conosciuto come convento dei Frati
Cappuccini. Mia nonna mi portava sempre con se per questa festa di paese, un
piccolo paesino situato nell'entroterra ligure ai confini con la provincia
di Piacenza. Ero ancora piccola, avevo forse 13 o 14 anni e la festa della
Madonna dei Cappuccini era un evento importante per le comunità del
circondario. Qui in paese aveva avuto base logistica una delle più grandi
formazioni di partigiani della provincia di Genova, quella del comandante
Bisagno.

I frati avevano anche prestato il loro aiuto a più riprese nascondendo
soldati sfollati in attesa di passare alla brigata partigiana. Queste
notizie le apprendevo dai racconti di nonna e nonno quando la sera prima di
dormire accadono quei miracoli di confidenze fra ragazzini e persone adulte.
Forse anche per questi fatti ormai passati le persone di questi posti, pur
non essendo molto attente alle cose della religione, rispettavano l'operato
dei frati. La religione ognuno la viveva nel suo modo personale senza
cercare mai di prevaricare le idee degli altri. Ci credo ma non ci credo.

Però quando arrivava la festa della Madonna dei Cappuccini tutti, uomini e
donne, piccoli e grandi arrivavano in massa alle funzioni religiose che da
sempre i frati tenevano nel loro piccolo convento. Arrivava persino il
Vescovo di Bobbio con un codazzo di preti, parroci e chi più ne ha più ne
metta. Il viale, in leggera salita e vigilato da querce secolari, che
serviva come accesso al convento si riempiva di bancarelle. Vendevano di
tutto, dai generi di carattere religioso ai generi alimentari, dai generi di
vestiario dozzinale a coloratissimi dolciumi per finire con i gelati e le
granite.

Le granite erano la specialità che più aveva successo, erano granite fatte a
mano grattando blocchi di ghiaccio avvolti in sacchi di iuta con un
attrezzo di alluminio o acciaio. Il ghiaccio poi veniva posto in un
bicchierone di plastica e inaffiato con liquori colorati tipo menta verde,
ciliegia rossa rossa o limone giallo giallo. Dimenticavo che c'era sempre un
vecchietto, con bombetta nera da Charlot, che aiutandosi con una  grossa e
alta bombola di elio gonfiava palloncini variopinti che poi vendeva ai
bambini più piccoli legandoli ai loro polsi con un leggero filo di cotone.

Per noi ragazzini e ragazzine era una festa di spensierata allegria e anche
un momento di ulteriore contatto con gli altri ragazzi del paese e anche dei
paesini confinanti. Intorno al convento c'erano piane terrazzate coltivate
ad oliveto che le famiglie che arrivavano alla festa da altri paesi
occupavano per l'ora del pranzo. Stendevano tovaglie e tovaglioli a quadroni
rossi e li ricoprivano di ogni bene di Dio alimentare. Intere famiglie
sedute intorno a questi immaginari tavoli a fior di terra "spazzolavano" in
allegria il pranzo per poi abbandonarsi a lunghissime "dormite" post
prandiali.

Le terrazze servivano anche come rifugio alla calura settembrina quasi
sempre afosa o anche per incontri un poco malandrini fra ragazze e ragazzi,
fra fidanzati e fidanzate, fra amanti e persone per bene. Bastava
allontanarsi un poco verso la sommità della collina e si potevano avere dei
lunghi momenti di assoluta tranquillità lontano dagli occhi indiscreti dei
genitori, dei parenti e dei conoscenti. Noi ragazzini ci arrampicavamo su
per queste terrazze per andare a scoprire qualche coppietta infrattata a
baciarsi. Coppietta che puntualmente prendevamo in giro per poi scappare
velocemente verso il basso per non diventare preda delle ire del ragazzo al
quale avevamo rotto "i cosidetti".

Noi ragazzine, me compresa, eravamo molto più sfacciate dei nostri coetanei
maschi, eravamo noi che li istigavamo a salire su per le terrazze e magari
anche a tirare qualche sasso alle coppie che avevano la "sfortuna" di
trovarsi lungo la nostra strada. Durante una di queste escursioni, mentre
salivamo in silenzio in fila indiana su per queste terrazze alla ricerca di
eventuali "prede" da prendere in giro, mentre stavo per arrampicarmi su per
un poggio il ragazzo che era dietro di me mi intimò di fermarmi e di non
muovermi.

Probabilmente aveva visto qualcosa alla sua destra o alla sua sinistra e non
voleva che facessimo troppo rumore per non preavvertire la coppia che aveva
scovato. Mi fermai in una posizione anche scomoda con una gamba avanti ed
un'altra troppo indietro, piegata col busto in avanti quasi a toccare il
terreno. "Non ti muovere, ferma così, lasciami vedere bene". Ma cosa
aveva
da vedere bene di così importante che dovevo fermarmi e restare li immobile
in una posizione così scomposta e scomoda magari anche senza respirare?

Non avevo ancora finito di rimuginare fra me e me questo pensiero che mi
sono sentita una mano calda e sudaticcia fra le cosce, proprio nel bel mezzo
della patatina. Una mano tremante che cercava di racchiudermi la patatina
fra le sue dita spingendo il medio ad aprire la fessura che stava sotto. Ma
guarda cosa gli viene in mente di fare a questo stupidone in un momento come
questo quando siamo in caccia di coppiette! Ecco perché il "belinone" mi
aveva fatto fermare dicendomi di restare immobile.

Aveva ed aveva avuto davanti gli occhi, penso a non più di mezzo metro, un
bel fondo schiena racchiuso in un paio di mutandine bianche di cotone grosso
che facevano risaltare una protuberanza carnosa e pelosa nascosta alla
vista. Chissà da quanto mi stava osservando ogni volta che scavalcavamo una
terrazza per passare ad un'altra e adesso che avevamo preso la scorciatoia
mi aveva incastrata nel vero senso della parola. Fu talmente inaspettato ed
imprevisto questo atto del mio compagno di giochi che non mi arrabbiai e
nemmeno gli tirai un calcio nei denti.

Quel tocco quasi ingenuo e repentino mi aveva bloccata, per un attimo entrai
nei suoi pensieri e mi chiesi se al posto suo avessi avuto lo stesso
comportamento. La risposta alla domanda fatta  me stessa fu affermativa e
perciò lo lasciai tranquillamente "ravanare". Tanto da un momento
all'altro
il richiamo degli altri amici che stavano davanti avrebbe decretato la fine
di quel momento di totale perdita di testa. Con l'indice, il bastardo, mi
spostò il bordo della mutandina facendo fuoriuscire un nutrito ciuffo di
peli neri. "Adesso basta, non esagerare con la perlustrazione. Non andare
contro la fortuna che fino a questo momento ti è stata amica".

Con queste parole lo bloccai costringendolo a ritrarre velocemente la mano
senza però che prima di abbandonare la presa e la vista delle mie grazie mi
avesse stampato un bacio fuggevole fra una chiappa e l'interno coscia.
"Scusa Annina, ma è stato più forte di me. Proprio non ce l'ho fatta a
resistere". Come previsto una voce ci ha richiamati alla realtà ed abbiamo
proseguito la scalata come se niente fosse accaduto.

Rimaneva sempre il ciuffo di peli neri fuori dalle mutandine e speravo che
ogni volta che il mio amico lo adocchiava, sempre lungo la nostra salita,
gli fosse venuto un tremendo male alle parti basse causato da un'erezione
infinita. Fa malissimo, vero?


[ Auf dieses Posting antworten ]

Antworten