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Ma il cavaliere resta al bivio t ra il mo? votiamo e il mo? vedia mo

Von: pomero (pomr@tin.it) [Profil]
Datum: 20.11.2009 14:01
Message-ID: <4b0693d7$0$30970$4fafbaef@reader3.news.tin.it>
Newsgroup: it.politica.pds
Ma il cavaliere resta al bivio tra il mo’ votiamo e il mo’ vediamo
di Giuseppe De Tomaso

Se potesse rivolgergli una preghiera, il presidente del Consiglio
chiederebbe a Babbo Natale di disinnescargli la mina Gianfranco Fini. Il
Cavaliere non sopporta più il presidente della Camera. Se potesse tornare
sui suoi passi, non designerebbe più l’ex comandante della destra
alla terza
carica dello Stato che, da sola, garantisce più visibilità di
cento inviti a
«Porta a Porta».
Ci sono due modi - secondo i sostenitori di Silvio Berlusconi - per
neutralizzare l’offensiva di colui che il loro Capo giudica ora il suo
principale avversario, anzi una sorta di «nemico in casa»:
sperare nello
stop dell’offensiva finiana, o tornare alle urne per riottenere una nuova
legittimazione popolare tale da consentirgli, quindi, di mettere
successivamente fuori gioco Fini e i suoi amici.
L’operazione non è semplice. Sia perché la Costituzione
non assegna al capo
del governo il potere di sciogliere il Parlamento. Sia perché la storia
insegna che non sempre l’aborto di una legislatura determina il successo
elettorale di chi l’ha provocato. Sia perché la ratifica politica
della
rottura di un’alleanza potrebbe sfociare non già nella nuova chiamata
degli
elettori ai seggi, bensì in una coalizione inedita, diretta da un
«cane
sciolto», da un outsider o da un tecnico di grido. Con buona pace di tutti i
calcoli di chi ha assecondato la crisi, sperando in un’immediata ricompensa
nella conta elettorale.
Allora. Gianfranco Fini è ritenuto da tutti un politico cauto e freddo:
l’opposto
di un kamikaze. Se i suoi distinguo da Berlusconi sono più numerosi dei nei
epidermici di Bruno Vespa, evidentemente il presidente della Camera si
considera più forte, dentro e fuori il Pdl, di quanto il calcolo aritmetico
autorizzerebbe a pensare. Il che, pensa Berlusconi, rende problematica
qualsiasi decisione.
Il partito del voto anticipato, di cui fanno parte anche Vittorio Feltri e
Maurizio Belpietro, ritiene che a differenza del «mo’
vediamo» (celebrata
via d’uscita democristiana e attendista adoperata da Franco Marini nelle
fasi più concitate del suo partito), il Pdl debba scegliere la strada del
«mo’ votiamo» di antica e arrembante berlusconiana
memoria. Sulla carta, il
ragionamento non fa una grinza. Quando il primo ministro inglese si accorge
che qualcosa non funziona nel suo governo e che il voto anticipato potrebbe
dargli maggiore linfa vitale, non perde neppure un minuto: si presenta in
televisione per annunciare ai sudditi di Sua Maestà la data delle votazioni
anticipate. L’Italia non è la Gran Bretagna. Il presidente del
Consiglio,
come abbiamo visto, non dispone dei poteri del premier britannico. Ma anche
se potesse disporre dello stesso potere di scioglimento delle Camere, il
capo del governo italiano dovrebbe contare fino a dieci prima di optare per
il tutti a casa. Per la semplice ragione che il nostro sistema è bipolare,
non bipartitico.
Traduzione: da noi la vittoria elettorale non è di per sé
garanzia di
stabilità assoluta, come confermano le vicende dei governi dal 1994 a oggi.
E’ spesso irrefrenabile, all’interno delle coalizioni, la tentazione di
coprire tutti gli spazi e i ruoli, compresi quelli dell’opposizione: il che
determina il rialzo del tasso di litigiosità che, a sua volta, provoca
inevitabilmente la sconfitta nelle politiche successive.
Un tempo era Bossi la spina nel fianco del Cavaliere, poi Follini, adesso
Fini. E se, dopo le eventuali elezioni anticipate di marzo, fermata l’azione
di Fini, dovesse ritornare alla carica il condottiero del Carroccio? La
domanda non è peregrina. Sia perché l’idea di
«rivoluzione permanente» e la
concimazione di «aspettative crescenti» fanno parte del Dna
leghista. Sia
perché le ambizioni leghiste nel Nord e l’attuazione del federalismo
fiscale
nel Paese (intervento che non sarà a costo zero: il Tesoro dovrà
trovare i
soldi) potrebbero riaccendere la concorrenza, la competizione tra il partito
di Bossi e il partito di Berlusconi. E quando la competizione raggiunge
certi livelli, spesso si fa più esplosiva di un contatto tra Zidane e
Materazzi.
Conclusione. Non sappiamo se il presidente del Consiglio ha fatto questi
ragionamenti ieri, prima di ribadire la volontà di completare la
legislatura. Forse avrà pensato anche alla doccia scozzese patita
dall’ex
presidente francese Jacques Chirac che sciolse le Camere sicuro di fare il
pieno di voti nelle urne, ma poi dovette nominare primo ministro il capo
dell’opposizione. Forse avrà pensato, Berlusconi, anche
all’obiezione che
gli verrebbe rivolta in campagna elettorale: perché votare se il governo
dispone di una maggioranza più robusta di quella degasperiana negli anni
d’oro
della Dc? Forse avrà pensato anche alla forzatura del presidente del Senato
che, non escludendo l’ipotesi del voto anticipato, ha lambito,
indirettamente, le prerogative del Capo dello Stato. Chissà.
Un fatto è certo. Il duello Berlusconi-Fini non potrà durare a
lungo. Né si
intravvedono scorciatoie. O si firma un armistizio duraturo o si va alla
resa dei conti. Che può sfociare anche in una soluzione a sorpresa, ma il
principale sbocco rimane il ricorso al cittadino votante.


http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/GdM_le_analisi_NOTIZIA.php?IDNotizia(5869&IDCat
egoria&82


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