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Almirante e gli scheletri di Salò

Von: .sergio. (senzanome2222@yahoo.it) [Profil]
Datum: 30.05.2008 20:03
Message-ID: <g1pfha$66s$1@news.newsland.it>
Newsgroup: it.politica.libertaria
Almirante e gli scheletri di Salò
Simonetta Fiori - La Repubblica
In Maremma lo chiamavano il "manifesto della morte". Era il maggio del
1944, apparve una mattina di primavera sui muri dell´alta Toscana, tra le
pendici dell´Amiata e la Val di Cecina, nei paesi sopra Grosseto già
occupati dalle insegne di Hitler. Vi era riprodotto l´ultimatum rivolto il
18 aprile da Mussolini ai militari "sbandati" dopo l´8 settembre 1943 e ai
ribelli saliti in montagna: consegnatevi ai tedeschi o ai fascisti entro
trenta giorni, oppure vi aspetta la fucilazione. Morte era minacciata
anche a chi avesse dato aiuto o riparo ai partigiani.

Fu il sigillo, quel decreto legge voluto dal duce di concerto con Rodolfo
Graziani, per un´indiscriminata caccia all´uomo e per rastrellamenti
feroci, in una terra insanguinata dalle stragi. Solo in Maremma, tra il 13
e il 14 giugno, furono ammazzati a Niccioleta ottantatré minatori. Ma il
manifesto che quel tragico ultimatum sunteggiava non era firmato da un
comando militare della Rsi o da un presidio delle SS. Era firmato da
Giorgio Almirante, allora capo di gabinetto di Fernando Mezzasoma,
ministro della Cultura Popolare che curava la Propaganda della Repubblica
Sociale.

Una figura non di seconda fila - quella del trentenne Almirante -
approdata al governo filonazista di Salò dopo una robusta esperienza
giornalistica da caporedattore nel quotidiano Il Tevere e da segretario di
redazione della Difesa della Razza, la rivista ufficiale
dell´antisemitismo sulla quale scrisse articoli intonati al più convinto
"razzismo biologico". È lo stesso Almirante al quale oggi il sindaco
Gianni Alemanno vuole dedicare una strada di Roma.

Se la vicenda del manifesto è stata sfiorata appena dalle cronache di
questi giorni, meno conosciuta è la storia del processo che proprio sul
clamoroso episodio vide negli anni Settanta il leader della Fiamma
inizialmente nelle vesti dell´accusatore-querelante, poi arretrato nel
ruolo di "imputato morale". Una vicenda giudiziaria lunga sette anni,
dall´andamento lento, che si concluse con assoluzione piena per
l´Unità,
il quotidiano querelato per aver pubblicato un documento giudicato da
Almirante "vergognosamente falso" e "calunnioso".

Per il fondatore del partito neofascista italiano fu una sconfitta
irrevocabile. La possiamo ricostruire oggi grazie alla documentata ricerca
realizzata nel corso di anni da uno dei testimoni, Carlo Ricchini -
giornalista di lunga esperienza, allora direttore responsabile del
quotidiano comunista, inventore delle prime iniziative editoriali
dell´Unità - per un libro che deve essere ancora pubblicato (Il manifesto
della morte con la firma di Almirante). La sentenza avversa al leader
missino era scontata fin dalle prime udienze, ma un complicato intreccio
politico-giudiziario ne rallentò il cammino. Quel che nelle intenzioni dei
promotori doveva essere il battesimo pubblico dell´Almirante in doppio
petto, utilizzato in alleanze dirette e indirette con la Dc, da liturgia
assolutoria si trasformò, grazie a un´imbarazzante documentazione, in
spinoso teatro d´accusa. Da qui le pratiche dilatorie, le ritirate
strategiche, le eccezioni procedurali mosse dagli avvocati di Almirante,
che trascineranno il dibattimento per tutti gli anni Settanta, fino
all´epilogo sancito soltanto nel 1978.

Il manifesto di Almirante venne alla luce nell´estate del 1971, scovato da
alcuni storici dell´università pisana negli archivi di Massa Marittima.
L´Unità lo pubblica il 27 giugno sotto il titolo Un servo dei nazisti.
Come Almirante collaborava con gli occupanti tedeschi. D´intonazione
analoga Il Manifesto, che lo propone con un severo commento di Luigi
Pintor.
«Ci apparve subito evidente», racconta Ricchini, «che era stata scoperta
una prova della partecipazione diretta di Almirante alla repressione
antipartigiana, da lui tenuta nascosta, come se il posto occupato a Salò
fosse stato un impiego come un altro e la sua divisa da brigatista nero un
obbligo dovuto alle circostanze». Intanto il manifesto firmato Almirante,
quasi sempre con la soprascritta "Fucilatore di partigiani", riempie i
muri d´Italia.
Da Reggio Emilia a Catanzaro, da Terni a Trapani, da Modena ad Avellino,
le associazioni partigiane si mobilitano per denunciare il segretario del
Movimento Sociale. Almirante replica con una pioggia di querele, uscendone
ovunque sconfitto. Ma non a Roma, dove il processo più importante, quello
intentato contro i due quotidiani di sinistra, mostra un percorso alquanto
accidentato.

Fin da principio Almirante nega tutto. Nega l´autenticità del manifesto,
sostenendo che sia un falso stampato ad arte contro di lui. Nega di essere
stato già allora capo di gabinetto di Mezzasoma (sposta in avanti la
data). Nega che il ministero della Cultura popolare potesse dare
esecuzione al bando di Mussolini. Nega che i ministri di Salò potessero
prendere simili iniziative in territori controllati dalle forze armate
germaniche. Anche la prosa illetterata del documento gli risulta estranea,
"non ho mai firmato manifesti o comunicati di tal genere in quel periodo,
né rientrava nelle mie attribuzioni firmare manifesti a nome del
ministro". Insomma, s´è trattato "d´una vergognosa campagna
di stampa", il
titolo di fucilatore "un´ignobile infamia".

La prima udienza si svolge sul finire del 1971. Sono chiamati a difendersi
dall´accusa di "falso e diffamazione" i giornalisti Carlo Ricchini e
Luciana Castellina, allora direttore responsabile del Manifesto. In realtà
non è difficile dimostrare l´autenticità del documento: la copia
fotostatica è autenticata da un notaio che attesta la conformità con
l´originale. «Le prove di oggi sarebbero già sufficienti»,
dichiara il
pubblico ministero Vittorio Occorsio, autorevole magistrato già impegnato
in quegli anni contro il terrorismo nero. Propone sia chiamato a deporre
il sindaco di Massa Marittima invitandolo a esibire l´originale del
manifesto. La nuova udienza è fissata per il 25 gennaio del 1972, la
conclusione appare prossima.

All´appuntamento di gennaio si presenta anche l´onorevole Almirante:
sorridente, impeccabile nel vestito fumo di Londra, cravatta blu con
piccoli cerchietti bianchi. Al principio della deposizione chiama in causa
il Parlamento e le istituzioni che, nonostante il suo passato, hanno
legittimato l´elezione a deputato. «Faccio presente che sono deputato in
Parlamento dal 18 aprile del 1948», esordisce con toni rassicuranti.
«Allora, oltre le regole costituzionali, vi erano norme eccezionali che
vietavano di entrare in Parlamento a coloro i quali avessero assunto
cariche o ricoperto determinate responsabilità nella Rsi. Personalmente
non ho mai subito alcun procedimento penale né fruito di amnistie. Se
c´era qualcosa da dire, quella era l´epoca più adatta, per freschezza
di
ricordi, vivacità di polemiche, presenza di testimoni?». In altre parole,
se non sono state fatte rispettare la Costituzione e le leggi, la colpa
non è mia.

E il confino di polizia al quale Almirante fu condannato nel 1947? Un
legale gli ricorda il grave provvedimento subìto per il collaborazionismo
con i tedeschi e per le attività successive alla guerra. Ma il segretario
missino ha ricordi confusi. Gli interessa soltanto rimarcare la totale
estraneità al manifesto pubblicato sui giornali e al bando di morte
pronunciato da Mussolini e Graziani. «Curare la diffusione del comunicato
o meglio del bando Graziani rientrava nelle competenze del ministero
dell´Interno o di quello delle forze armate», ribadisce con piglio
determinato. Lui boia o assassino di partigiani? Ma non scherziamo.

A nulla sembrano valere le nuove prove documentali portate dal sindaco di
Massa, un operaio di taglia robusta dal buffo nome di Rizzago Radi che
sfila dalla cartellina l´originale del documento firmato da Almirante,
insieme alla lettera della Prefettura che accompagna l´invio dei manifesti
e la missiva del vicecommissario prefettizio che rassicura
sull´affissione. Il manifesto, dunque, non è un falso. Il processo
potrebbe rapidamente chiudersi, come incoraggia Occorsio. Ma l´assoluzione
dei giornalisti implica la colpevolezza di Almirante. I suoi avvocati sono
costretti a cambiare strategia. L´unico modo per ritardare la sentenza è
accorpare il processo romano ai tanti processi in corso nella penisola in
seguito alle querele di Almirante. Il tribunale, presieduto da Carlo
Testi, sembra acconsentire alla proposta. L´udienza è aggiornata.

La prima sorpresa, nel prosieguo del dibattimento, è la sostituzione del
pubblico ministero Occorsio con Niccolò Amato, futuro direttore degli
istituti di pena. Il suo orientamento appare capovolto rispetto alle
convinzioni del predecessore, facendo proprie le tesi difensive di
Almirante. Il processo slitta, si arriva a un nuovo rinvio per l´aprile.
Alberto Malagugini, difensore dell´Unità e futuro magistrato della Corte
Costituzionale, non ha dubbi: «Pur di prendere tempo sono state poste le
più strabilianti eccezioni procedurali. Non appena sono apparse chiare le
responsabilità del querelante per l´infame comunicato del 1944, non appena
il tribunale è stato posto in condizione di decidere e il pubblico
ministero di udienza l´ha fatto intendere, la difesa ha cominciato la sua
manovra di sganciamento».

Intanto in tutta Italia i processi intentati da Almirante si vanno
chiudendo con l´assoluzione dei querelati. Per tutti gli altri collegi
giudicanti Almirante è un fucilatore di partigiani, a Roma devono ancora
certificarlo. Eppure i supporti documentali sono ovunque gli stessi.

Passano ancora due anni. Nel giugno del 1974, dopo accurate ricerche,
viene prodotta in aula la "prova delle prove": un telegramma dell´8 maggio
1944, spedito dal ministero della Cultura Popolare all´indirizzo della
prefettura di Lucca.
È stato trovato negli archivi di Stato, è firmato Giorgio Almirante, e
corrisponde parola per parola al manifesto conservato a Massa Marittima.
Un foglietto giallo, tipico dei messaggi telegrafici di quel periodo, con
il decreto di morte pronunciato nell´aprile da Mussolini. Il capo di
gabinetto ne sollecita l´affissione in tutti i comuni della provincia.
Il funzionario che nel maggio del 1944 ha mandato il telegramma nella
tipografia Vieri di Grosseto per la stampa del manifesto s´è dimenticato
di levare la firma di Almirante. Una distrazione che inchioda il leader
del Movimento Sociale alle sue pesanti responsabilità. Dagli archivi
affiorano anche altre carte compromettenti. Una circolare del 24 maggio
1944, firmata sempre dal capo di gabinetto di Mezzasoma, ordina ai capi
delle province di divulgare non solo i manifesti che provengono dal
ministero della Cultura Popolare ma anche dalle autorità tedesche.

Almirante è sbugiardato su tutti i fronti: è lui che cura la propaganda
del bando Graziani, ed è sempre lui che segue sollecito l´affissione dei
comunicati del Führer. La sua difesa annaspa. Vittorio Occorsio, tornato a
ricoprire la pubblica accusa, chiede ironico: «Volete sostenere che è
falso anche questo documento, che ci viene inviato da un ufficio statale e
su richiesta del tribunale?». Il processo è sufficientemente istruito, non
resta che chiuderlo. «Dopo la sentenza», annuncia severo il pubblico
ministero, «chiederò che gli atti siano restituiti alla pubblica accusa
per procedere per i reati di calunnia e falsa testimonianza nei confronti
di Almirante. Calunnia per aver affermato che il manifesto era apocrifo,
falsa testimonianza per tutte le menzogne dichiarate davanti ai giudici».

Bisogna aspettare ancora altri quattro anni per assistere alla "condanna
morale" del fondatore del Movimento Sociale. Un primo pronunciamento
assolutorio non soddisfa a pieno il quotidiano fondato da Antonio Gramsci,
mentre il Manifesto preferisce fermarsi al traguardo. Solo l´8 maggio del
1978, dopo un intervento della Cassazione, arriva una sentenza priva
d´ombre, che assolve l´Unità «per avere dimostrato la
verità dei fatti» e
condanna Almirante alle spese processuali, anche al risarcimento dei
danni. «Ma l´Unità non ha mai chiesto i danni», ricorda Ricchini
in
chiusura del suo prezioso memoriale.
L´unico che non poté leggere la sentenza fu il pubblico ministero che con
passione civile e rigore più l´aveva sostenuta. Due anni prima Vittorio
Occorsio era rimasto vittima di un agguato, per mano di terroristi neri.


--
visitate http://www.comunisti-italiani.it/frames/index.htm
http://www.larinascita.org
http://www.italia-cuba.it/associazione/associazione.htm

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