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Eyal Sivan ritira il suo ultimo film dal festival di Parigi in segno di opposizione alla politica israeliana di apartheid

Von: .sergio. (senzanome2222@yahoo.it) [Profil]
Datum: 06.11.2009 14:25
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Eyal Sivan ritira il suo ultimo film dal festival di Parigi in segno
di opposizione alla politica israeliana di apartheid


Post aggiunto da Zeitun il 28 Ottobre 2009 alle 0:00
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Un gran gesto di Eyal Sivan regista israeliano e co autore con Michel
Khleifi di Route 181 e autore di molti film tra cui ricordiamo Lo
Specialista sul processo a Eichmann. Una lettera lucida di grande
spessore, ferma nel denunciare da un lato l'uso strumentale da parte
israeliana della produzione culturale cinematografica per dimostrare
l'esistenza di una democrazia in Israele; dall'altro l'opportunismo e
il silenzio complice dei cineasti israeliani che, pur di ottenere
finanziamenti pubblici, si guardano bene dal denunciare l'occupazione
e i crimini di guerra a Gaza e in Libano. Grazie Eyal Sivan


Mme. Laurence Briot & Mme. Chantal Gabriel
Direzione del programma Forum des images
2, rue du Cinéma 75045 Paris Cedex 01 - Francia

Londra 6 Ottobre 2009

Care Laurence Briot e Chantal Gabriel
Vi scrivo in seguito alla richiesta che avete indirizzato ai miei
produttori, Trabelsi e Eskenazi, di programmare il mio ultimo film
"Jaffa, La meccanica del’arancia" nella retrospettiva 'Tel-Aviv, il
Paradosso' da voi organizzata il mese prossimo al Forum des Images,
nel quadro della celebrazione del centenario della città di Tel-Aviv.
Innanzitutto voglio ringraziarvi per la vostra offerta di partecipare
a questo evento e vi chiedo di scusare il mio ritardo nel rispondere
alle vostre calorose sollecitazioni. Sono sinceramente onorato che
abbiate pensato di programmare il mio film "Jaffa, La meccanica
dell’arancia" per chiudere la vostra retrospettiva. Tuttavia, dopo
matura riflessione, ho deciso di declinare il vostro invito. Le
ragioni di questa decisione sono complesse e di natura politica, e per
questo vorrei, se siete d’accordo, spiegarvele dettagliatamente.
Come probabilmente sapete, l'insieme del mio lavoro cinematografico -
più di 15 film - ha principalmente per oggetto la società israeliana e
il conflitto israelo-palestinese. Opponendomi alla politica israeliana
nei confronti del popolo palestinese, mi sono sempre sforzato di agire
in modo indipendente affinchè non vi sia nessuna ambiguità sul fatto
che io non rappresento la "democrazia (ebraica) israeliana". Per
questo, dall’inizio della mia carriera cinematografica, più di 20 anni
fa, non ho mai beneficiato di alcun aiuto o di alcun supporto di una
qualsiasi istituzione ufficiale israeliana. Ho sempre agito in modo di
evitare che il mio lavoro possa essere strumentalizzato e rivendicato
come una prova dell'atteggiamento liberale d'Israele; una libertà di
espressione e una tolleranza che l’autorità israeliana accorda solo,
ovviamente, a critiche ebraiche israeliane.
La politica razzista e fascista del governo israeliano e il silenzio
complice della maggior parte dei suoi ambienti culturali durante la
recente carneficina operata a Gaza come di fronte alla continua
occupazione, alle violazioni dei diritti umani e alle molteplici
discriminazioni nei confronti dei Palestinesi sotto occupazione o dei
cittadini palestinesi dello Stato israeliano – tutte queste ragioni
giustificano il mio mantenere le distanze rispetto ad ogni avvenimento
che potrebbe essere interpretato come una celebrazione del successo
culturale in Israele o una garanzia della normalità del modo di vivere
israeliano. Poiché la vostra retrospettiva fa parte della campagna
internazionale di celebrazione del centenario di Tel-Aviv e gode, a
questo titolo, del sostegno del governo israeliano, non posso che
declinare il vostro invito. D’altra parte, considerando gli attacchi
offensivi, umilianti e continui di cui il mio lavoro è oggetto, in
Francia come in Israele, e i rarissimi israeliani che si sono espressi
per difendermi e manifestare la loro sincera solidarietà (non tengo
conto delle dichiarazioni di principio in favore del privilegio
egemonico della "libertà d'espressione"), non mi è possibile
sentirmi
solidale con un tale gruppo.
Non posso essere associato ad una retrospettiva che celebra artisti e
cineasti che godono dì una posizione di privilegio assoluto e di una
totale immunità, ma che hanno scelto di tacere quando crimini di
guerra venivano commessi in Libano o a Gaza e che continuano ad
evitare di esprimersi chiaramente sulla brutale repressione della
popolazione palestinese, sul blocco di 3 anni e la chiusura di oltre
un milione di persone nella Striscia di Gaza.
Ci tengo a smarcarmi da quei miei colleghi che utilizzano in modo
opportunista, perfino cinico, il conflitto e l'occupazione come sfondo
dei loro lavori cinematografici e come rappresentazione neo-esotica
del nostro paese – pratiche che possono spiegare il loro successo in
Occidente e in particolare in Francia – ed io rifiuto di essere
associato a loro nel contesto della vostra manifestazione.
Anche se il vostro invito aveva suscitato in me qualche esitazione,
questa è stata spazzata via dalla lettura, una quindicina di giorni
fa, di un articolo firmato da Ariel Schweitzer, l'organizzatore della
vostra retrospettiva, e pubblicato su Le Monde. In quest’articolo, che
si oppone al boicottaggio culturale dell’establishment israeliano,
egli dichiara: “Delle male lingue diranno che questa politica
culturale serve da alibi, mirando a dare del paese l'immagine di una
democrazia illuminata, una posizione che maschera il suo vero
atteggiamento repressivo verso i Palestinesi. Ammettiamolo. Ma io
preferisco francamente questa politica culturale alla situazione
esistente in molti paesi della regione dove non si possono proprio
fare film politici e certo non con l’aiuto dello Stato”. Su questo
punto, devo ringraziare il vostro organizzatore M. Schweitzer per la
sua ingenua sincerità e per le sue argomentazioni settarie che mi
hanno permesso di articolare le ragioni per cui preferisco mantenere
la distanza rispetto alla vostra retrospettiva e ad altri eventi
simili. Infatti, come conferma M. Schweitzer, si tratta, in effetti,
di celebrazioni della politica culturale israeliana e di una difesa
dell'ideologia del ‘male minore’.
Sia la mia storia e la mia tradizione ebraiche che le mie convinzioni
e la mia etica personali mi obbligano, nelle circostanze politiche
attuali – mentre le autorità delle democrazie occidentali e le loro
intellighenzie hanno fatto la scelta di stare al fianco della politica
criminale israeliana – a oppormi pubblicamente con questo atto fermo e
non-violento all'attuale regime di apartheid che esiste oggi in
Israele.
Termino riprendendo le parole del mio collega ed amico, il famoso
regista palestinese Michel Khleifi, che non cessa di ricordarci che la
sfida che dobbiamo affrontare, in quanto artisti e intellettuali, è
quella di proseguire i nostri lavori non GRAZIE alla democrazia
israeliana, ma MALGRADO essa.
Per questo, sempre in modo non-violento, continuerò a oppormi, e a
incitare i miei colleghi a fare lo stesso, contro il regime israeliano
di apartheid e contro il "trattamento speciale" riservato nelle
democrazie occidentali alla cultura israeliana ufficiale di
opposizione.
Augurandomi che accettiate e comprendiate la mia posizione e sperando
di avere l'opportunità di mostrare il mio lavoro in altre
circonstanze, con sincera gratitudine e rispetto,
Eyal Sivan

Filmmaker Research Professor in Media Production School of Humanities
and Social Sciences
University of East London (UEL) United-Kingdom

traduzione di marianita


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