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Il supercapitalismo sta stritolando la democrazia

Von: giovanni (amaryllide@libero.it) [Profil]
Datum: 05.07.2008 17:50
Message-ID: <47f67c79-dcc7-41b6-b16d-04b154a1ace4@z66g2000hsc.googlegroups.com>
Newsgroup: it.politica.internazionale
Il supercapitalismo sta stritolando la democrazia e gli unici che
possono difenderla sono i cittadini. E’ questa l’idea-guida di Robert
Reich, economista dell’Università di Berkeley, ex Segretario del
Lavoro di Clinton e oggi consigliere di Barack Obama, che nel suo
«Supercapitalismo» (edito in Italia da Fazi) affronta le cause della
crisi globale che scuote non solo il sistema economico.

Che cos’è il supercapitalismo e perché ci minaccia?
«Rispetto al capitalismo che abbiamo avuto in passato quello odierno è
supercompetitivo. Le tariffe di accesso ai mercati sono basse, i
consumatori posso scegliere prodotti in ogni angolo del mondo, gli
investitori possono girare il Pianeta in cerca di profitti più alti, i
soldi viaggiano alla velocità della luce, lo shopping comparato è
istantaneo, beni e azioni possono essere acquistati in un attimo su
Internet. Ogni consumatore e investitore ha l’intero globo a
disposizione. Tutto ciò ha creato un capitalismo che non avevamo mai
visto prima».

Ma avere più opportunità a disposizione, per acquistare o investire,
non dovrebbe essere qualcosa di positivo?
«E’ certo una cosa buona per chi consuma e investe ma non lo è per i
cittadini che hanno a cuore valori comuni come la stabilità
dell’occupazione, che temono l’evaporazione dell’equità, il
surriscaldamento del clima, la scomparsa dei piccoli negozi a
vantaggio della grande distribuzione. Il supercapitalismo è
drammaticamente più efficiente del predecessore ma riduce i diritti
dei cittadini».

Per questo lei afferma nel libro che il supercapitalismo indebolisce
la democrazia...
«Esatto».

Allora come è possibile rinvigorire la democrazia?
«Il primo passo è comprendere ciò che sta avvenendo. Molte persone, a
destra, credono che il benessere dei consumatori e degli investitori
sono gli unici valori importanti dei quali dobbiamo occuparci. A
sinistra invece sono in molti a credere che le grandi corporation e il
capitalismo globale sono per natura diabolici, alla fonte di ogni male
del mondo. Se ho scritto questo libro è perché desidero che la gente
comprenda quanto entrambe queste posizioni sono semplicemente errate.
Il supercapitalismo può essere causa di molti benefici, come in
effetti avviene, ma devono essere bilanciati. L’unica maniera per
proteggere la democrazia e i nostri diritti civili è comprendere i
limiti del supercapitalismo».

Lei afferma che i cittadini sono diventati impotenti e la crisi dei
subprime non potrebbe essere conferma migliore per gli effetti a
catena che sta avendo. Da dove nasce questa dinamica che sta
stritolando milioni di famiglie?
«I cittadini sono diventati impotenti a causa degli immensi capitali
delle grandi imprese che hanno ingolfato le istituzioni democratiche.
Negli Stati Uniti avvocati, lobbisti e alti dirigenti delle
corporation hanno preso Washington. Lo stesso avviene a Bruxelles e
nelle altri maggiori capitali dell’economia mondiale. Ma non è tutto.
Se cediamo alla tentazione di pensare solo sulla base di consumi e
investimenti dimentichiamo il nostro ruolo di cittadini. Dobbiamo
occuparsi dell’educazione, ad esempio. Un cittadino ben istruito è
fondamentale al funzionamento della democrazia mentre ora si parla di
educazione solo come frutto di un investimento privato. Non più come
un bene pubblico. Considerare una laurea universitaria solo come un
passo verso un salario più alto significa avvalorare l’ideologia di un
supercapitalismo che erode l’idea stessa di avere dei propositi, degli
interessi comuni».

Invocare una maggiore difesa dell’interesse pubblico significa
chiedere una rivalutazione della politica?
«Non solo della politica ma della pratica della cittadinanza. Le
nostre opinioni pubbliche, negli Stati Uniti, in Italia e altrove,
sono molto ciniche rispetto alla politica. Il cinismo c’è ovviamente
sempre stato ma oggi è assai radicato. Dobbiamo chiederci di chi è la
responsabilità di resuscitare la democrazia. La risposta è semplice:
tocca a noi farlo. Se non sentiamo tale responsabilità, se non ci
uniamo per riuscirci, non avverrà mai».

Se l’obiettivo è resuscitare la democrazia quale ruolo può avere lo
Stato?
«Le istituzioni pubbliche sono fatte dai cittadini. Se il pubblico
consente che le istituzioni vengano degradate, corrotte, conquistate
da fondi privati o di grandi corporation, allora lo Stato non potrà
più funzionare. Ognuno di noi è un consumatore e, spesso, un
investitore, ma ognuno di noi è anche un cittadino e dobbiamo
comportarci come tale, proteggendo i nostri diritti. Solo riuscendoci
porteremo le istituzioni a funzionare meglio e la democrazia a
risollevarsi».

La crisi finanziaria innescata dai mutui subprime ha sollevato la
necessità di più stringenti regolamenti sulle banche, sui mercati. Ma
chi dovrebbe o potrebbe farlo?
«Il pendolo della regolamentazione sta tornando indietro. Per anni, da
Ronald Reagan a Margaret Thatcher, la tendenza è stata verso minori
regole, ora invece si va in direzione opposta. Ma il punto non è
questo bensì se stiamo regolando ciò che serve oppure no. Se le
istituzioni politiche vengono dominate da ricchezze private e potere
delle grandi imprese le regole non potranno essere nell’interesse
collettivo, serviranno solo a proteggere i ricchi e i potenti. Le
grandi corporation stanno già manovrando negli Stati Uniti per
cambiare i regolamenti finanziari, del settore immobiliare o del
settore energetico al fine di ledere gli interessi dei concorrenti. Il
pubblico chiede regole nuove e più efficienti ma chi siede al posto di
comando cede troppo spesso alle pressioni dei più forti».

Perché i politici esitano a difendere i diritti dei cittadini?
«Dipendono troppo dai media per essere rieletti e i media in molti
Paesi, a cominciare dagli Stati Uniti, dipendono dalla pubblicità
diretta e indiretta che viene in misura sempre maggiore dalle grandi
imprese. E’ un circolo vizioso».

Lei è un consigliere del candidato democratico Barack Obama. Ritiene
che diventando presidente potrebbe essere un leader di tipo diverso?
«Lo spero. La cosa interessante di Obama è il fatto di essere riuscito
ad accendere l’interesse in vasti settori dell’opinione pubblica che
in genere restano lontano dalla politica. Nessuno era riuscito a fare
altrettanto dall’epoca di Robert Kennedy. Se riuscirà a far continuare
tale partecipazione avrà almeno il 50% di possibilità di combattere le
forze dello status quo».
http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/giornalisti/grubrica.asp?ID_
blog=43&ID_articolo=926

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