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Prosegue il cammino dell'eutanasia

Von: Amici di Lazzaro (amicidilazzaroweb@yahoo.it) [Profil]
Datum: 03.04.2008 02:55
Message-ID: <ft19u6$q7q$1@aioe.org>
Newsgroup: it.politica.cattolici
Prosegue il cammino dell'eutanasia
I sostenitori premono per rompere l'argine normativo


di padre John Flynn, L.C.
ROMA, domenica, 30 marzo 2008 (ZENIT.org).- Un errato senso di compassione
verso i malati continua ad alimentare i tentativi di legalizzazione
dell'eutanasia. Il Parlamento del Lussemburgo ha da poco approvato una legge
che consente questa pratica, secondo quanto riportato dalla Reuters il 20
febbraio.
Il Primo Ministro Jean-Claude Juncker e il suo Partito cristiano sociale
hanno votato contro il disegno di legge. E, come riportato da ZENIT il 7
marzo scorso, Benedetto XVI ha sollevato la questione durante un'udienza con
il premier che si è svolta quello stesso giorno.
Prima di dare il via libera finale alla legalizzazione dell'eutanasia, il
Lussemburgo farebbe bene a rivedere i precedenti negli altri Paesi. Solo
poco più a nord, in Olanda, la pratica dell'eutanasia per i malati terminali
adulti viene oggi estesa anche ai bambini.
Nel 2005 è stato pubblicato il cosiddetto Protocollo Groningen, che
stabilisce le condizioni per le quali è consentito uccidere un neonato.
Sebbene questa pratica sia stata oggetto di forti critiche, un articolo
pubblicato nell'edizione di gennaio/febbraio della rivista di bioetica
Hastings Report la difende.
Nell'articolo, intitolato "Ending the Life of a Newborn: The Groningen
Protocol", gli autori Hilde Lindemann e Marian Verkerk ricordano le
obiezioni sollevate al Protocollo: che esso prevede l'esercizio di una forma
di infanticidio, mentre non consente di distinguere con precisione i casi in
cui i bambini sono certamente destinati a morire da quelli che invece
presentano possibilità di sopravvivenza.
Queste critiche, osservano tuttavia gli autori, sono arrivate principalmente
da altri Paesi, mentre in Olanda l'opposizione a porre fine alla vita dei
neonati è scarsa, almeno nella maggior parte dei casi. Lindemann e Verkerk
individuano tre tipologie principali: coloro che non hanno alcuna speranza
di sopravvivenza; coloro che dopo terapie intensive possono sperare in un
futuro difficile e con gravi problemi.
Meno pacifico, ammettono gli autori, è il terzo caso, quello di coloro la
cui vita non è dipendente dalle cure mediche intensive e che sono in grado
di sopravvivere per molti anni e raggiungere persino l'età adulta. Tra gli
esempi che ricadono in questa categoria, Lindemann e Verkerk ricordano le
patologie di paralisi progressiva, di totale dipendenza o di incapacità
permanente di comunicazione.
"Ricomprendendo nel suo alveo i bambini che non sono in pericolo di morte e
che con le cure adeguate potrebbero diventare adulti, il Protocollo si
rivela ancora più radicale di quanto i suoi oppositori non avessero
immaginato", osservano.

Morte preventiva

Secondo gli autori, il Protocollo lascia inoltre la porta aperta
all'eutanasia dei bambini la cui sofferenza è prevista per il futuro e che
nello stato attuale non si trovano in condizioni di grande dolore.
È possibile per un medico intraprendere "azioni letali preventive prima che
la sofferenza si sia verificata", si chiedono Lindemann e Verkerk?
L'inquietante risposta che essi danno è: "Non vediamo perché, almeno in
alcuni casi, il senso di responsabilità non possa portare a porre fine alla
vita di un bambino in vista delle sofferenze intense e inevitabili che
altrimenti certamente dovrà sopportare".
Anche in America del Nord vi sono motivi di preoccupazione. Nel 1994 lo
Stato dell'Oregon ha legalizzato il suicidio assistito. Rita Marker,
direttrice dell'International Task Force on Euthanasia and Assisted Suicide,
ha analizzato la situazione in un articolo pubblicato lo scorso 18 dicembre
sul sito Internet InsideCatholic.com.
I fautori del suicidio assistito sostengono che non vi sono stati casi di
violazione alla legge dell'Oregon, osserva Marker. Tuttavia, spiega, questa
affermazione non può essere dimostrata. Tutte le informazioni contenute nei
rapporti ufficiali relativi a ciascun caso sono infatti fornite dalle stesse
persone che hanno dato l'assistenza al suicidio.
Peraltro non sono previste sanzioni penali per i dottori che semplicemente
non danno conto dei casi di suicidio assistito a cui hanno partecipato.
Una volta che i rapporti vengono ricevuti dalle autorità statali per
compilare un rapporto annuale, infine, gli originali vengono distrutti. Non
esiste quindi alcuna possibilità di riesaminare la documentazione se ad un
certo momento vengono sollevati dei dubbi.
Marker critica anche la norma dell'Oregon che consente al medico di aiutare
i pazienti malati di mente o depressi a suicidarsi. Questo, secondo
l'autrice, è inquietante se si considera che, secondo gli ultimi dati
ufficiali, i medici prescrivono diagnosi psicologiche o psichiatriche solo
al 4% dei pazienti che chiedono il suicidio assistito.

Piegare le leggi

Anche senza una espressa legalizzazione, in diversi casi di suicidio
assistito il sistema giurisdizionale ha trattato in modo "morbido" le
persone coinvolte. In Canada, il National Parole Board ha deciso di
rimettere in libertà Robert Latimer, condannato nel 1993 per aver ucciso la
figlia Tracy, affetta da paralisi cerebrale, secondo il quotidiano National
Post del 28 febbraio.
Latimer aveva sostenuto che si era trattato di "mercy killing" (uccisione
per compassione), ma è stato condannato per omicidio e nel 2001 ha iniziato
a scontare la pena. Alla fine dello scorso anno gli era stata negata la
libertà condizionale, poiché si era rifiutato di ammettere di aver compiuto
un delitto. Ben presto, tuttavia, le autorità hanno rovesciato la decisione.
Intanto, in Inghilterra, Robert Cook ha ammesso l'omicidio della moglie
Vanessa, ma la sentenza gli è stata sospesa, secondo la BBC del 1° febbraio.
Cook aveva aiutato la moglie, affetta da sclerosi multipla, a suicidarsi. Il
Tribunale di Lewes Crown Court aveva condannato Cook a 12 mesi di
reclusione, con la sospensione di due anni.
"La legge sull'omicidio, che vieta l'uccisione degli altri, è fondamentale
soprattutto per la tutela dei soggetti più vulnerabili della società",
ha
osservato Andrea Williams, dell'organizzazione Care Not Killing, alla BBC.
Tuttavia, gruppi favorevoli all'eutanasia hanno colto l'occasione per
rinnovare i loro appelli per l'introduzione di una normativa che consenta il
suicidio assistito. Contro questa ipotesi si è espresso anche Mick Hume,
editorialista del quotidiano Times, il 5 febbraio.
Hume osserva che i tribunali stanno trattando in modo sempre più soft coloro
che aiutano i malati a commettere suicidio. Questa tendenza può tuttavia
portare a casi drammatici, avverte. A tale riguardo, cita il caso di
Jennifer Allwood, che aveva considerato compassionevole soffocare il padre
di 67 anni affetto da tumore.
Il padre non ne voleva sapere ed è riuscito a resistere all'attacco e a
sopravvivere. Nonostante questo, lo scorso dicembre un tribunale ha inflitto
a Jennifer Allwood solo una sentenza con sospensione della pena.

Il valore della vita

Benedetto XVI ha parlato chiaramente della necessità di rispettare il valore
della vita umana di fronte ai tentativi di legalizzazione dell'eutanasia.
"Se è vero che la vita umana in ogni sua fase è degna del massimo
rispetto,
per alcuni versi lo è ancor di più quando è segnata
dall'anzianità e dalla
malattia", ha detto ai partecipanti ad un congresso internazionale
organizzato dal Pontificio Consiglio per gli operatori sanitari lo scorso 17
novembre.
"L'odierna mentalità efficientista tende spesso ad emarginare questi nostri
fratelli e sorelle sofferenti, quasi fossero soltanto un 'peso' ed 'un
problema' per la società", ha osservato il Pontefice.
"È certamente nostro compito fare tutto ciò che possiamo per lenire le
pene
che derivano dalla malattia - ha rimarcato - ma allo stesso tempo dobbiamo
anche mostrare una concreta capacità di amare e un senso della dignità
umana".
Il Pontefice ha anche incoraggiato ad imparare dall'esempio di Cristo sulla
croce e a ricordarci del suo amore per noi che ci sostiene nei momenti della
prova.
Il mese scorso, la Pontificia Accademia per la Vita ha svolto il suo
congresso annuale proprio sul tema dei malati incurabili. Nel suo intervento
del 25 febbraio, il Papa ha invitato a non far mancare ai malati le adeguate
cure mediche e a non dimenticarsi di sostenere le loro famiglie, che spesso
sopportano pesanti oneri.
Gli anziani sono minacciati, sempre di più, da una visione utilitaristica
della persona, a cui si sommano le pressioni economiche, ha avvertito il
Papa. Per questo, ha esortato le istituzioni della Chiesa e le parrocchie a
creare un ambiente di solidarietà e di carità per coloro che si trovano
vicino al momento della morte, riaffermando allo stesso tempo l'immutato
insegnamento della Chiesa sull'immoralità dell'eutanasia diretta.
Il Pontefice ha anche citato un passaggio della sua recente enciclica "Spe
salvi": "Una società che non riesce ad accettare i sofferenti e non
è capace
di contribuire mediante la com-passione a far sì che la sofferenza venga
condivisa e portata anche interiormente è una società crudele e
disumana"
(n. 38). Una crudeltà che con la legalizzazione dell'eutanasia rischia di
estendersi.

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