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Von: Benedetto Zaccaria (xxxxxx@xxxx.com) [Profil]
Datum: 20.01.2007 15:52
Message-ID: <03b4r2hhv85uv88ppm1brn8a0i1sn8ojrd@4ax.com>
Newsgroup: it.politica.cattolici

Mentre noi ci affanniamo a nascondere Crocefissi, a vietare Presepi e
costruire moschee, i musulmani ci impongono la sharia in barba alla
nostra Costituzione.

http://www.avvenire.it/



«Sono una ragazza marocchina che appartiene ai cosiddetti immigrati di
seconda generazione. Ho 22 anni, quando arrivai in Italia ne avevo 6,
per questo non parlo correttamente quella che tutti chiamano la mia
lingua madre, cioè l'arabo. Il mio fidanzato Alessandro è italiano,
abbiamo deciso di sposarci civilmente, ma tra i documenti che
l'ambasciata marocchina mi ha chiesto per ottenere il nulla osta al
matrimonio, c'è anche un certificato che attesti la conversione del
mio ragazzo all'islam. Dato che siamo in Italia e la Costituzione
garantisce la libertà religiosa, che senso ha tutto ciò? Non è una
violazione di questa libertà?». Karima si considera vittima di
un'ingiustizia, ma molte altre ragazze che vivono qui e sono cittadine
di Paesi islamici si trovano nella sua stessa condizione. Oltre al
Marocco, anche Egitto, Tunisia, Algeria (solo per citare gli Stati di
tradizione musulmana da cui proviene il maggior numero di donne
emigrate in Italia) esigono la conversione all'islam del nubendo per
concedere il nulla osta alle loro cittadine che vogliono sposarsi
civilmente. «È una conseguenza del peso della sharia sui codici dei
Paesi islamici - spiega la professoressa Roberta Aluffi, docente di
diritto musulmano all'università di Torino -. Mentre in Italia
l'appartenenza religiosa dei nubendi è irrilevante per il matrimonio
civile, in quei Paesi si scontra con l'impedimento per diversità di
fede. La donna musulmana non può sposare un non musulmano, un divieto
che invece non vale per i maschi. Da qui le richieste dei cosiddetti
certificati di conversione da parte delle autorità consolari dei Paesi
di origine».
Karima non si dà pace: «Non ho fatto del male a nessuno, lavoro
onestamente come impiegata, voglio solo sposare la persona che amo e
condurre un'esistenza tranquilla e serena. E quando avrò dei figli,
insegnerò loro che gli esseri mani sono tutti uguali e che ognuno
merita rispetto e libertà. Ma adesso mi sento una straniera in quella
che considero la mia patria di adozione».
Karima ha chiesto aiuto a Dounia Ettaib, presidente di Admi,
un'associazione che tutela le donne magrebine. «Questi casi sono in
aumento, attualmente ne stiamo seguendo venti solo a Milano - spiega
Dounia -. Sono la conferma bruciante della condizione di inferiorità a
cui sono costrette le donne nei nostri Paesi e della mancanza di
libertà con la quale devono fare i conti anche quando vivono in
emigrazione. Diciamolo chiaro: sono trattate come cittadine di serie
B».
Fakhita Ahwari si è sposata con Salvatore Bruneo nel 1981, in Marocco.
Tra le carte che ha dovuto esibire, il consenso del padre (che da
qualche anno, con il nuovo codice di famiglia approvato sotto il regno
di Mohammed VI, non è più necessario) e il certificato di conversione.
«Fu una semplice formalità. Gli chiesero soltanto di pronunciare la
shahada (la professione di fede islamica) e di enunciare i cinque
pilastri della fede musulmana, il tutto si concluse in pochi minuti.
Dopo il matrimonio celebrato in Marocco, l'abbiamo registrato in
Italia».
Anche da noi è relativamente facile ottenere il certificato che
spalanca le porte al matrimonio con una donna musulmana. Solitamente
viene richiesto al nubendo di pronunciare la professione di fede nel
Dio unico e in Maometto suo profeta, di elencare i cinque pilastri
della fede islamica e di impegnarsi a educare i figli secondo la
religione musulmana. Il documento che attesta la conversione viene
inviato all'ambasciata, che dopo averlo approvato lo rispedisce al
consolato, dando di fatto il semaforo verde al matrimonio.
Al di là degli aspetti burocratici, si pongono problemi sostanziali.
Ad esempio, la relativa facilità con cui vengono rilasciati i
certificati di conversione (nelle rappresentanze consolari o in alcune
moschee) pone più di un interrogativo sul numero dei cosiddetti
convertiti all'islam, visto che molti di loro compiono questo passo
più per adempiere a esigenze di tipo burocratico ch e per una reale
convinzione spirituale e interiore. Quanti sono i musulmani
«autentici» tra le centinaia di uomini che ogni anno vengono
ufficialmente annoverati tra gli italiani che hanno deciso di seguire
gli insegnamenti di Maometto?
Fakhita, che è responsabile di un'altra associazione per la tutela
delle donne marocchine - Acmed - ha seguito vari casi di ragazze
marocchine che si sono scontrate con la necessità di esibire il
certificato di conversione del fidanzato per ottenere il nulla osta
dalle autorità consolari del loro Paese. «Ma spesso l'uomo si rifiuta
di piegarsi a questa richiesta, che potrebbe anche essere vissuto come
un atto più formale che sostanziale. Non accetta di 'fingere' la sua
conversione: è una questione di principio». E allora cosa succede?
«Succede che i due decidono di 'ripiegare' sulla convivenza senza
alcun legame giuridico, oppure si lasciano».
Ma c'è chi non si è arreso ed è ricorso alle vie legali perché
gli
venisse riconosciuto un diritto di libertà. Casi finiti nelle aule di
un tribunale civile, e che hanno rappresentato una piccola-grande
svolta in questa complessa problematica. È accaduto a Khalfallh
Sallohua Bet Khemaies, tunisina, e a Luigi Del Marro che hanno
presentato ricorso al Tribunale di Roma. È successo a T. H.,
marocchina, e all'italiano A. P. in quello di Viterbo. Entrambe le
cause, istruite dall'avvocato Paolo Liberati, si sono concluse con una
sentenza che ha ordinato all'ufficiale di stato civile di procedere
alla pubblicazione del matrimonio anche in assenza del certificato di
conversione all'islam del nubendo (vedere intervista in questa
pagina). Il rifiuto di concedere il nulla osta al matrimonio da parte
delle autorità consolari è stato dichiarato in contrasto con i
principi di libertà religiosa e di uguaglianza affermati dalla
Costituzione italiana. Ma per vedersi riconosciuti questi principi
elementari, le donne musulmane sono costrette a pagarsi un avvocato.




Benedetto Zaccaria

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