nntp2http.com
Posting
Suche
Optionen
Hilfe & Kontakt

Il nodo di Gaza - Hamas batte Israele 3 a 0

Von: pirex (mokena@pakita.sus) [Profil]
Datum: 08.06.2010 23:58
Message-ID: <N1zPn.66896$Ua.11509@twister2.libero.it>
Newsgroup: free.it.politica.berlusconismo it.politica.lega-nord it.politica
Il nodo di Gaza - Hamas batte Israele 3 a 0

Superata la fase della reazione emotiva, già segue quella
della propaganda e molti cori intoneranno gli argomenti di
sempre, per dire che è tutta (e sempre) colpa di Israele o
per sostenere che è tutta (e sempre) colpa dei terroristi
(leggi: Hamas/palestinesi).

Ma se si vuole veramente capire, di buona norma, bisogna
partire dal risultato della vicenda Freedom Flotilla, e, con
disincanto e lucidità, prendere atto della vittoria totale e
globale del nuovo fronte islamista.

Tre le gravi conseguenze politiche (e militari) per Israele
che converrà elencare in buon ordine.

1 -    Il blocco della Striscia di Gaza non c’è più:
questo è il primo ed evidente successo di Hamas che apparirà
davanti al proprio popolo come una forza vincente e
credibile. La strategia della chiusura della Striscia voluta
da Israele (con l’aiuto egiziano e con il tacito assenso
occidentale) serviva a delegittimare Hamas e imporre una
linea internazionale di isolamento del fronte estremista
islamico: invece Hamas e Turchia escono vincenti su tutta la
linea.

2 -    Il ruolo di Israele nella NATO ridimensionato:
questo secondo aspetto, poco considerato dai mass media, è di
una gravità incalcolabile per Israele.
Mentre all’ONU si sono trovate mediazioni, in una riunione
d’urgenza della NATO reclamata dalla Turchia, si è arrivati a
una risoluzione che equivale tanto ad una condanna che a un
ammonimento.
I colleghi in divisa di Tzahal hanno chiesto (e imposto) il
rilascio immediato di tutti gli attivisti e la restituzione
delle imbarcazioni.
È stata questa la più evidente dimostrazione della potenza
della Turchia riconosciuta come elemento fondamentale
dell’Alleanza e della nuova condizione di Israele quale
“alleato problematico”.
È assai probabile che la mediazione all’ONU sia stata
possibile grazie alla dura presa di posizione della NATO, che
ergendosi da arbitro fra due alleati, ha emesso di fatto un
verdetto politico.

3 -       L’isolamento di Israele dalle cancellerie e
dall’opinione pubblica europee:
solo gli Stati Uniti hanno realmente lottato per aiutare
Israele a contenere i danni, mentre le cancellerie europee,
anche quelle tradizionalmente più filo-israeliane, hanno non
solo condannato il blitz navale, ma hanno avanzato richieste
di cambiamento di linea politica e di comportamenti “solo” a
Israele.
Nessuno ha avanzato critiche o fatto richieste a Hamas o alla
Turchia, anzi, il ministro Frattini ha preso come esempio da
imitare il comportamento di Abu Mazen.

Queste le tre principali e più gravi conseguenze, ma ne vanno
considerate altre che ci permettono di intravedere le nuove
difficoltà che Israele dovrà affrontare.

1 -     Trattative in salita per Israele:
Abu Mazen, invece di scegliere lo scontro ha optato per
insistere sulla via diplomatica.
Non si tratta di bontà d’animo, ma di un calcolo vincente,
perché oltre a guadagnare il plauso occidentale sa che ora,
al tavolo delle trattative, Israele è più debole.

2 -    Cambio di linea politica dei palestinesi:
vincere senza sparare un colpo.
Dentro Hamas si sta affermando la linea di chi, imitando
Fatah degli anni ’90, sostiene una strategia di lotta
alternativa a quella dello scontro militare diretto.
Le sei navi di Freedom Flotilla sono riuscite ad ottenere ciò
che Hamas non era riuscito a fare con il lancio di migliaia
di missili, cioè rompere l’embargo israeliano.
Cioè la politica per “provocare” ed isolare Israele.

3 -      Minor controllo su Gaza:
le porte aperte sono quelle egiziane.
Finché la Turchia terrà duro, sarà l’Egitto
a controllare le
merci dirette a Gaza mentre, in termini di sicurezza e di
rapporti di forza, sarebbe stato meglio per Israele far usare
i propri valichi.

Ciò che più preoccupa (soprattutto Washington e, spero,
Gerusalemme) è che la vittoria del nuovo fronte islamista non
sia un fatto regionale, ma abbia una portata globale tale da
cambiare le carte sul tavolo.

Solitamente chi ha voluto assumere il ruolo di leader nella
regione ha fatto propria la cosiddetta “causa palestinese”:
solitamente si è trattato di dittatori arabi ma poi è
venuto il tempo dei leader mussulmani non-arabi, prima
Ahmadinejad ed ora Erdogan.

Ma la differenza fra questi ultimi due è che il secondo non è
un dittatore, ma il leader di un paese semi-europeo, di
importanza vitale per la difesa degli interessi occidentali.
È ormai chiaro che la Turchia è determinata ad assumere un
ruolo di leadership su scala globale del variegato mondo
musulmano, in virtù sia del suo retaggio storico che della
sua condizione geopolitica, a cavallo di quattro aree di
influenza (Europa, Mediterraneo, Asia continentale e Medio e
Vicino Oriente).
Ed è altrettanto evidente quindi che da oggi in poi Israele
troverà dall’altra parte del tavolo, accanto ai palestinesi,
la Turchia: cambierà tutto, dai rapporti di forza a tutto
l’armamentario politico e di comunicazione. Abituati ad avere
per anni nemici fanatici e antidemocratici, gli israeliani
faticheranno non poco a misurarsi con una controparte così
politicamente solida e strutturata.

Forse l’unico ad avere capito in anticipo la costruzione del
nuovo equilibrio è stato il presidente statunitense: sin
dalla sua investitura, Obama ha iniziato ha costruire un
nuovo rapporto con il mondo musulmano fondato sulla fiducia e
il rispetto, condizione necessaria per recuperare una forza
di mediazione reale fra Israele e il mondo arabo.
È questo un fatto cristallino assolutamente frainteso dai
politici israeliani e da buona parte della leadership della
diaspora ebraica europea, annebbiata da preconcetti e
sospetti.

Rimane il fatto che l’unico sostegno di Israele rimangono gli
USA, che hanno speso con discrezione notevoli energie
negoziando una soluzione dell’attuale crisi con la Turchia,
sia in sede NATO che in sede ONU.
Obama rimane un sicuro alleato di Israele non solo perché sa
che lo stato ebraico, per sua natura culturale e politica, è
l’unico paese simile agli USA, ma anche per la sua personale
formazione politica molto legata ai valori ebraici tanto da
trarre dall’esperienza sionista il suo modello di politica
sociale.

Sarà bene che la leadership israeliana abbandoni i paradigmi
politici e psicologici degli ultimi vent’anni: nell’era della
globalizzazione l’idea dell’autosufficienza non calza più per
nessun paese moderno e democratico. Il conflitto
mediorientale, non solo simbolicamente, è da tempo un
conflitto di scala globale e Israele, per garantire la sua
sicurezza e per salvare la propria identità democratica ed
ebraica, non può pensare di fare a meno dl resto del mondo e
tanto meno di Obama.

Victor Magiar, Europa, 5 giugno 2010
http://moked.it/blog/2010/06/07/il-nodo-di-gaza-hamas-batte-israele-3-a-0/

L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane rappresenta gli
ebrei d’Italia nei confronti delle Istituzioni e delle
Autorità italiane ed estere.
Coordina le Comunità ebraiche e l’ebraismo italiano.
Sovrintende e promuove l’istruzione e le attività culturali,
religiose e sociali degli ebrei in Italia.

--

"...il sud è il Bancomat d’Italia, è il derubato che
continua
a essere chiamato ladro...
http://www.beppegrillo.it/2010/04/terroni_intervi.html#a3_tito



[ Auf dieses Posting antworten ]