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Rai3 addio, ecco qua

Von: Lela (lultimochiudalaporta@yahoo.it) [Profil]
Datum: 07.11.2009 11:49
Message-ID: <GgcJm.28286$813.4328@tornado.fastwebnet.it>
Newsgroup: it.politica
Quello che mangia pasta e fagioli con la nonna del dentista:

http://www.repubblica.it/2009/10/sezioni/politica/rai-5/terremoto-rai/terremoto-rai.html


Terremoto a RaiTre silurato Ruffini

di GIOVANNI VALENTINI

Se non si corresse il rischio di fare un regalo a Mediaset, favorendo la
concentrazione televisiva e pubblicitaria privata costituita dall'azienda
del premier, forse bisognerebbe dire che è arrivata l'ora di non pagare più
il canone d'abbonamento alla Rai.

L'ora, cioè, dell'obiezione fiscale. O comunque, della disdetta collettiva,
in forza di una protesta popolare e civile. Con la demolizione della terza
rete, ultimo bastione di quella riserva indiana in cui è stata confinata
l'informazione televisiva non ancora asservita al governo in carica, si
completa la manovra di accerchiamento del servizio pubblico, con
l'occupazione "manu militari" dell'azienda di viale Mazzini e la sua
definitiva normalizzazione.

Questo non è che l'epilogo di un lungo assedio in cui si intrecciano
interessi privati e pretese di egemonia politica. L'assalto finale al
Palazzo di vetro della televisione pubblica, tutt'altro che trasparente e
luminoso.

Il declassamento annunciato di Rai Tre da rete nazionale a rete regionale,
attraverso la rimozione del direttore Paolo Ruffini, non corrisponde però
soltanto a un "escamotage" per smantellare trasmissioni considerate scomode
o irriverenti: da Ballarò di Giovanni Floris a Che tempo che fa di Fabio
Fazio, per arrivare fino al talk-show satirico Parla con me di Serena
Dandini. Già questo, per la verità, sarebbe di per sé grave e
preoccupante.
E non tanto sul piano politico, del pluralismo interno o dell'indipendenza
professionale; quanto proprio sotto l'aspetto del palinsesto, della
produzione, della varietà e articolazione di scelte offerte al pubblico dei
telespettatori.

Ma il progetto per così dire federalista che punta a trasformare la terza
rete in una Repubblica televisiva separata, in una diaspora permanente di tg
e programmi locali, insomma in un'appendice di viale Mazzini, minaccia in
realtà di ridurre tutta la Rai da tv di Stato a tv di regime, mortificando
l'identità e il ruolo istituzionale del servizio pubblico in funzione di una
subalternità assoluta al governo e alla sua maggioranza. Se è vero che
quest'ultima beneficia in Parlamento di una sia pur legittima maggiorazione,
prodotta dal sistema elettorale vigente, è altresì vero che non gode di una
maggioranza effettiva di voti e di consensi nel Paese. E ciò, evidentemente,
rende ancora più abusiva la colonizzazione politica di viale Mazzini da
parte del centrodestra, guidato da un premier-tycoon che è anche il
principale concorrente privato dell'azienda pubblica.

Si dirà, magari, che in fondo è sempre stato così, che la Rai gravita
da
sempre nell'orbita governativa. Ovvero, per usare un'espressione di Bruno
Vespa, che storicamente l'azienda ha considerato il partito di maggioranza
come il proprio azionista di riferimento. Eppure, a parte la questione
irrisolta del conflitto d'interessi in capo a Berlusconi, è stata proprio la
presenza della terza rete a rappresentare finora un presidio di autonomia, a
garanzia della minoranza, se non un alibi o una foglia di fico.

Ricordiamo tutti che, ai tempi della vituperata Prima Repubblica, questo fu
il risultato di una spartizione fra maggioranza e opposizione, con l'appalto
di Rai Tre e del Tg3 al vecchio Pci: era l'epoca della celebre "Tele Kabul",
affidata all'esperienza e alla professionalità del povero Sandro Curzi. E
sappiamo bene che, all'interno delle reti e delle testate giornalistiche,
imperava (e continua a imperare) la legge della lottizzazione fra i partiti,
le loro correnti e sottocorrenti. Ma la terza rete, al di là di certi
estremismi e faziosità, ha rappresentato tuttavia un surrogato di
alternativa, una zona franca, uno spazio di libertà, mentre oggi la sua
amputazione rischia di compromettere la stessa ragion d'essere del servizio
pubblico.

Con la forza profetica dei suoi arcani sondaggi, recentemente il capo del
governo ha predetto che, in seguito al comportamento della Rai nei suoi
confronti, l'evasione del canone è destinata a passare dal 30 addirittura al
50 per cento. Senza ricorrere all'ausilio di indagini demoscopiche, c'è da
meravigliarsi semmai che ciò non sia ancora avvenuto. In rapporto al
servilismo di gran parte dell'informazione - e in qualche caso anche
dell'intrattenimento - propinato quotidianamente ai cittadini abbonati, la
quota di evasione dovrebbe arrivare anzi al 65 per cento, corrispondente
all'area elettorale che ha votato contro o comunque non ha votato a favore
del centrodestra.
Sta di fatto che il servizio pubblico esiste in tutti i Paesi democratici e
in alcuni di questi, a cominciare dalla Gran Bretagna della mitica Bbc, è
finanziato soltanto dal canone d'abbonamento.

Ora, se ne esiste uno al mondo in cui la sua funzione è assolutamente
necessaria, questo è proprio il nostro, dominato dall'anomalia del conflitto
d'interessi e ancor prima dalla concentrazione televisiva e pubblicitaria.
L'obiettivo prioritario, piuttosto, resta quello di affrancare la Rai dalla
sudditanza alla politica e dalla subalternità al governo.

Non c'è scritto in nessuna legge che in Italia la tv pubblica debba gestire
tre reti: e infatti non accade altrove. Ma non c'è scritto neppure che un
solo operatore privato ne debba detenere altrettante, in concessione dallo
Stato. Né tantomeno che lo stesso soggetto controlli poi quelle pubbliche
direttamente dalle stanze di Palazzo Chigi. Prima di abolire o disdire il
canone, è necessario allora ridurre la concentrazione televisiva ed
eliminare il conflitto d'interessi che condizionano l'intero sistema
dell'informazione nel nostro Paese.



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