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Ritratto INQUIETANTE di Schifani, dal Sole24ore!!

X-FaceVon: Dito (d@d.it) [Profil]
Datum: 12.05.2008 00:04
Message-ID: <Xns9A9CCB42757ddit@193.70.192.192>
Newsgroup: it.politica
http://tinyurl.com/6l2j2m

Berlusconi, Schifani ed il cattivo esempio

Già nel 2002 Franco Giustolisi e Marco Lillo si occuparono su L'espresso di
Renato Schifani, ex democristiano, consigliere comunale a Palermo, poi capo
dei senatori di Forza Italia e per anni volto tv del Berlusconi pensiero.
Tra le sue azioni parlamentari si ricorda la legge o lodo Schifani, che
sospese temporaneamente i processi in corso contro le più alte cariche dello
Stato (fu utilizzata da Berlusconi stesso, allora premier), dichiarata poi
inconstituzionale. Ma anche la battaglia vinta per il carcere duro ai
mafiosi. Da ieri Schifani è il nuovo presidente del Senato. Ha avuto subito
parole di grande equilibrio e ricevuto molteplici applausi. Certo è che come
seconda carica dello Stato la maggioranza non ha scelto Pera o Pisanu, ma un
uomo dal profilo marcatamente berlusconiano. Si tratta di un omaggio alla
Sicilia, senza ministri nel governo, di un passo della Forza Italia dura
verso il Quirinale, ma anche di un premio ad un senatore per la cieca
fedeltà al capo. Solo che una democrazia non funziona coi cattivi esempi. E
una legislatura non inizia bene con un tale passo. Di seguito l'articolo di
Giustolisi e Lillo.

Quando, dopo una settimana di nottate, blitz e tranelli ha portato a casa
l'approvazione della legge sul legittimo sospetto, Renato Schifani ha
sottolineato con il consueto senso delle istituzioni la sua vittoria
sull'Ulivo: «Li abbiamo fregati». Il capo dei senatori forzisti è fatto
così. «È la mia chiarezza che dà fastidio alla sinistra»,
ha detto a un
settimanale che gli ha dedicato un editoriale lodando «lo stile Schifani».
Questo avvocato di 52 anni, nonostante il riporto e gli occhiali da
archivista, è l'uomo prescelto da Silvio Berlusconi come volto ufficiale di
Forza Italia. E lui lo ripaga come può. In un articolo sul "Giornale di
Sicilia" dal titolo "Cavour e il conflitto di interessi" afferma che anche
lo statista piemontese era «in potenziale macroscopico conflitto di
interessi perché aveva il giornale "Il Risorgimento", partecipazioni
bancarie, grandi proprietà terriere e un'intensa attività
affaristica».
Proprio come Berlusconi, insomma, eppure nessuno gli disse nulla. Peccato
che, come scrive Rosario Romeo a pagina 451 della sua biografia, Cavour
appena diventò ministro «decise in primo luogo di liquidare gli affari nei
quali era stato attivo fino ad allora». Ma Schifani per amore del capo è
disposto a sfidare anche il ridicolo. Come quando si fa riprendere in tv
accanto al santino del leader neanche fosse Padre Pio. Avvocato civilista e
amministrativista, 52 anni, sposato e padre di due figli, amante delle isole
Egadi, è stato eletto nel collegio di Corleone, cuore di quella Sicilia che
ha dato il cento per cento degli eletti a Forza Italia. Per descrivere
l'eroe del legittimo sospetto, l'uomo che ha scavato nottetempo la via di
fuga dal processo milanese per Berlusconi e Previti, si potrebbe partire
dalle sue radici democristiane. Ma applicando alla lettera il suo credo,
«non bisogna usare il politichese ma parlare con serenità il linguaggio
dell'uomo comune», sarà meglio partire da una constatazione: il capo dei
senatori di Forza Italia è stato socio di affari (leciti) con presunti
usurai e mafiosi.

Sua eccellenza Filippo Mancuso, solitamente bene informato, ha definito così
il suo ex compagno di partito: «Un avvocato del foro di Palermo
specializzato in recupero crediti». Schifani gli ha risposto con una lettera
in cui difende la sua «onesta e onorata carriera» e nega di avere mai svolto
una simile attività. Negli archivi della Camera di commercio di Palermo
risulta però una società, oggi inattiva, costituita nel 1992 da Schifani con
Antonio Mengano e Antonino Garofalo: la Gms. L'avvocato Antonino Garofalo
(socio accomandante come Schifani) è stato arrestato nel 1997 e poi rinviato
a giudizio per usura ed estorsione nell'ambito di indagini condotte dal
sostituto Gaetano Paci della Procura di Palermo. L'ex socio di Schifani è
ritenuto il capo di un'organizzazione che prestava denaro nella zona di
Caccamo chiedendo interessi del 240 per cento. Schifani non è stato
coinvolto nelle indagini ma certo non deve essere piacevole scoprire di
essere stato socio con un presunto usuraio in un'impresa che come oggetto
sociale non disdegnava: «L'attività esattoriale per conto terzi di recupero
crediti e l'attività di assistenza nell'istruttoria delle pratiche di
finanziamento...».

Schifani è stato sempre sfortunato nella scelta dei compagni delle sue
imprese. In un rapporto dei carabinieri del nucleo di Palermo, di cui
"L'Espresso" è in grado di rivelare i contenuti, si ricostruisce la
storia
di un'altra strana società di cui il capogruppo di Forza Italia è stato
socio e amministratore per poco più di un anno. Si chiama Sicula Brokers, fu
istituita nel 1979 e oggi ha cambiato compagine azionaria. Tra i soci
fondatori, accanto a un'assicurazione del nord, c'erano Renato Schifani e il
ministro degli Affari regionali Enrico La Loggia, nonché soggetti come Benny
D'Agostino, Giuseppe Lombardo e Nino Mandalà. Nomi che a Palermo indicano
quella zona grigia in cui impresa, politica e mafia si confondono. Benny
D'agostino è un imprenditore condannato per concorso esterno in associazione
mafiosa e, negli anni in cui era socio di Schifani e La Loggia, frequentava
il gotha di Cosa Nostra. Lo ha ammesso lui stesso al processo Andreotti
quando ha raccontato un viaggio memorabile sulla sua Ferrari da Napoli a
Roma assieme a Michele Greco, il papa della mafia.

Giuseppe Lombardo invece è stato amministratore delle società dei cugini
Ignazio e Nino Salvo, i famosi esattori di Cosa Nostra arrestati da Falcone
nel lontano 1984 e condannati in qualità di capimafia della famiglia di
Salemi. Nino Mandalà, infine, è stato arrestato nel 1998 ed è
attualmente
sotto processo per mafia a Palermo. Questo ex socio di Schifani e La Loggia
era il presidente del circolo di Forza Italia di Villabate, un paese vicino
a Palermo e proprio di politica parlava nel 1998 con il suo amico Simone
Castello, colonnello del boss Bernardo Provenzano mentre a sua insaputa i
carabinieri lo intercettavano. Mandalà riferiva a Castello l'esito di un
burrascoso incontro con il ministro Enrico La Loggia, allora capo dei
senatori di Forza Italia. Mandalà era infuriato per non avere ricevuto una
telefonata di solidarietà dopo l'arresto del figlio (poi scagionato per un
omicidio di mafia). E così raccontava di avere chiuso il suo colloquio con
La Loggia: «Siccome io sono mafioso ed è mafioso anche tuo padre che io me
lo ricordo quando con lui andavo a cercargli i voti da Turiddu Malta che era
il capomafia di Vallelunga. Lo posso sempre dire che tuo padre era mafioso.
A quel punto lui si è messo a piangere». La Loggia ha ammesso l'incontro ma
ne ha raccontato una versione ben diversa. E anche Mandalà al processo ha
parlato di millanteria. Nella stessa conversazione intercettata Mandalà
parlava di Schifani in questi termini: «Era esperto a 54 milioni all'anno,
qua al comune di Villabate, che me lo ha mandato il senatore La Loggia».

Schifani è stato sentito dalla Procura e, senza falsa modestia ha spiegato
con la sua bravura la consulenza e lo stipendio: «Il mio studio è uno dei
più accreditati in campo urbanistico in Sicilia». Ma per La Loggia sotto
sotto c'era una raccomandazione: «Parlai di Schifani con Gianfranco Micciché
(coordinatore di Forza Italia in Sicilia) e dissi: sta sprecando un sacco di
tempo e quindi avrà dei mancati guadagni facendo politica. Vivendo lui della
professione di avvocato dico se fosse possibile fargli trovare una
consulenza. È un modo per dirgli grazie. E allora parlammo con il sindaco
Navetta». Il sindaco Navetta è il nipote di Mandalà e il suo comune
è stato
sciolto per mafia nel 1998.

Il capogruppo di Forza Italia è stato sfortunato anche nella scelta dei suoi
assistiti. Proprio un suo ex cliente recentemente ne ha fatto il nome in
tribunale. La scena è questa: Innocenzo Lo Sicco, un mafioso pentito, il 26
gennaio del 2000 entra in manette in aula a Palermo e viene interrogato
sulla vicenda di un palazzo molto noto in città, quello di Piazza Leoni. Le
sue parole fanno balenare pesanti sospetti: «L'avvocato Schifani ebbe a dire
a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il
palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il governo
Berlusconi perché, così mi disse, fecero una sanatoria e lui era riuscito a
farla pennellare sull'esigenza di quegli edifici. Era soddisfattissimo.
Perché lo diceva a me? Ma perché io lo avevo messo a conoscenza di qual era
la situazione, l'iter, le modalità del rilascio della concessione...».

La Procura dopo aver analizzato le parole del pentito non ha aperto alcun
fascicolo per la genericità del racconto. Comunque la storia di questo
palazzo, scoperta dal giornalista de "la Repubblica" Enrico Bellavia, è
tutta da raccontare. Comincia alla fine degli anni Ottanta quando Pietro Lo
Sicco, imprenditore finanziato dalla mafia e zio di Innocenzo, mette gli
occhi su un terreno a due passi dal parco della Favorita, una delle zone più
pregiate di Palermo. Lo Sicco vuole costruirci un palazzo di undici piani ma
prima bisogna eliminare due casette basse che appartengono a due sorelle
sarde, Savina e Maria Rosa Pilliu, che non vogliono svendere. Pietro Lo
Sicco le minaccia e le sorelle si rivolgono alla polizia. Ma la mafia è più
lesta della legge: Lo Sicco ottiene la concessione edilizia grazie a una
mazzetta di 25 milioni di lire e comincia ad abbattere l'appartamento a
fianco. Quando le sorelle vedono avvicinarsi il bulldozer cominciano ad
arrivare nel loro negozio i fusti di cemento. Il messaggio è chiaro:
finirete lì dentro. Lo Sicco smentisce di essere il mandante ma la Procura
offre alle Pilliu il programma di protezione. Oggi le sorelle sono un
simbolo dell'antimafia: vivono proprio nel palazzo costruito da Lo Sicco e
confiscato dallo Stato. Il costruttore è stato condannato a 2 anni e otto
mesi per truffa e corruzione a cui si sono aggiunti sette anni per mafia.

All'inaugurazione del nuovo negozio costruito grazie al fondo antiracket, il
senatore Schifani non c'era. Era dall'altra parte in questa vicenda. Il suo
studio ha difeso l'impresa Lo Sicco davanti al Tar. Il pentito Innocenzo Lo
Sicco, ha raccontato che lui stesso accompagnava l'avvocato Schifani negli
uffici per seguire la pratica. Certo all'epoca l'imprenditore non era stato
inquisito e il senatore non poteva sapere con chi aveva a che fare anche se
il genero di Lo Sicco era sparito nel 1991 per lupara bianca. In quegli
stessi anni Schifani assisteva anche altri imprenditori che sono incappati
nelle confische per mafia, come Domenico Federico, prestanome di Giovanni
Bontate, fratello del vecchio capo della cupola Stefano. Un settore quello
delle confische che il senatore non ha dimenticato in Parlamento. Quando ha
presentato un progetto di legge (il numero 600) per modificare la legge
sulle confische e sui sequestri.

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