Non scampa tra chi veste da parata
Von: Paolo Talanca (paolotalanca@inwind.it) [Profil]
Datum: 23.01.2007 23:21
Message-ID: <1169590893.186195.195100@q2g2000cwa.googlegroups.com>
Newsgroup: it.fan.musica.guccini
Datum: 23.01.2007 23:21
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Newsgroup: it.fan.musica.guccini
Stasera mi è tornato in mente questa fondamentale discussione. Non so come funzionino i cassetti della memoria, so solo che ho provato un piacere assurdo nel ripassare a mente le parole di Riccardo quasi una per una con la mente, per poi venire a leggerle. Volevo riportare in cima la discussione rispondendo ma mi si dice che non si può rispondere perché sono passati più di 60 giorni e bla e bla e bla. Io però mi prodigo in una fragorosa risata e apro un post nuovo nuovo di zecca, col link e tutto il post del Venturi. ciao ciao Paolo * http://groups.google.com/group/it.fan.musica.guccini/browse_frm/thread/d316 821efac43415/7f844fd88aa7a47c?lnk=gst&q=non+scampa+tra+chi+veste+da+par ata&rnum=1#7f844fd88aa7a47c * Il 26 Mag 2004, 14:24, i...@yahoo.it (Alomus) ha scritto: > ...chi veste una risata???? Ma cosa vuol dire questa frase??? Io non > son mai riuscito a capirla... > Grazie Bella domanda, anche perché permette di parlare un po' del Guccini "at his best" (o, almeno, di quello che il sottoscritto considera tale). Innanzitutto, la frase ed il suo significato, diciamo, letterale. Significa, semplicemente, che in mezzo ad una massa di gente inquadrata (che può estendersi da un gruppo fino ad un intero popolo, nella storia non mancano fulgidi esempi del genere), cioè quelli "vestiti da parata" e che marciano tutti allo stesso passo -non importa neppure se sia o meno dell'oca, o romano, o uno qualsiasi degli altri passi escogitati dai coreografi di tutti i regimi- chi "veste una risata", vale a dire chi non si uniforma e sottolinea magari questo suo atteggiamento con il supremo scherno del ridere, non ha scampo. Viene immediatamente individuato, messo da parte, isolato; e, da qui, il passo che lo separa dalla galera è molto breve ("noi siamo gente che finisce male, galera od ospedale"; aggiungiamo pure che manca un terzo elemento fondamentale, il cimitero). La canzone da cui proviene questo verso è, probabilmente, tra tutte quelle di Guccini quella che ha fornito il maggior numero di "citazioni celebri"; non sto neanche a parlare dello "scusate non mi lego a questa schiera, morrò pecora nera", ad esempio. È questo, infatti, il senso dell'intera canzone, che non a torto è considerata (almeno da me) uno dei capolavori assoluti del modeno-pavanese. E' una canzone autenticamente libertaria, una di quelle che -per fortuna- nel corso della sua vita sfuggono addirittura di mano al suo autore (l'altro esempio lampante è "La locomotiva") e vanno per proprie strade lontane da ogni cosa e, più che altro, dalle eventuali "evoluzioni" (o involuzioni) di chi l'ha scritta. Non escludo che molti che conoscono benissimo quel paio di versi ignorino addirittura chi ne sia l'autore. Una canzone che, però, al contempo di iscrive in un dato momento storico e politico. So che quest'ultimo termine potrà far storcere il naso a molti a cominciare da Guccini stesso; ma una canzone politica è tale e lo resta. Guardiamo l'anno in cui è stata scritta, verso il 1976; siamo alla vigilia del '77, in cui una "rossa Bologna" vestita da parata arriverà, per mano del suo sindaco "democratico e antifascista" Renato Zangheri, a richiedere l'intervento dei carabinieri e dei celerini contro il Convegno sulla repressione -una bella massa di gente, comunque la si veda, cui piaceva sovente vestire delle risate. Che cosa ne sia stato poi di quella gente, non importa dirlo. Una parte ha continuato a ridere senza scampo, sopravvivendo come ha potuto; una parte ha imbracciato le armi; un'altra parte ha avuto percorsi, come dire, simpaticamente tortuosi. Se qualcuno vuole, se ne parlerà perché è, questo, un discorso che abbisogna di interlocutori che abbiano almeno un minimo di conoscenza diretta delle cose. Ma tornando alla canzone, trovo singolare che sia a contatto di gomito, nello stesso album, con l'"Avvelenata", lo sfogo (un tempo analizzato in maniera davvero mirabile da Michele L. Straniero, se non erro proprio nella prefazione del vecchio e storico Guccini della Lato Side -ma potrei sbagliarmi; una di quelle cose di cui serbo memoria senza ricordarmi precisamente dove mai e quando mai la abbia letta) dove Guccini fa un'altra delle sue affermazioni quasi passate in proverbio, "Però non ho mai detto che a canzoni si fan rivoluzioni ecc.". Lo trovo singolare perché "Canzone di notte n°2" è una canzone, ebbene sì, rivoluzionaria. Nel senso classico del termine e con tutti gli ingredienti: libertari, anarchici bastonati, galera ed ospedale, chi è inquadrato in parata e chi sta fuori ridendo, la pecora nera (Guccini avrà letto Stirner? De Andrè di sicuro, lui non so) e così via. Il tutto, però, "condito" con due cose tipicamente guccinesche, l'una di colore locale (la notte e il vino) e l'altra più sottile, intimista, la riflessione introversa ("o forse non è qui il problema" ecc.). Ma questo mio trovar singolare certi accostamenti di canzoni è forse ozioso; a Guccini andrà sempre riconosciuto di essere stato un cantore fedele delle proprie confusioni inserite nelle confusioni epocali, e qui se ne ha un esempio perfetto. Non si sono ancora spenti gli echi di certi slogan, o presunti tali, come quell' "Ah ah ah, sarà una risata che vi seppellirà"; e la forza rivoluzionaria della "Canzone di notte n° 2" sta molto in quel proporre, certamente non nuovo ma comunque sempre efficace, il riso e la risata nella loro valenza sovversiva. Quale sia usualmente il destino del sovversivo, non sto neppure a dirlo; ben che gli vada, si ritrova ai margini di qualcosa, sempre ai soliti margini, impegnato nell'estenuante arte del non arrendersi mai. Attorno a lui le parate imperversano, e non occorre che siano militari. Ma tu prova ad immaginare un tizio che, nel bel mezzo della parata del 2 giugno prossima ventura (ripristinata da carlazzeglio il presidente) si metta a sghignazzare come un matto, tipo con la risata dello "Scacciapensieri" della TV svizzera al sabato sera. Prova a immaginare questa scena e avrai il significato esatto della "frase" su cui hai chiesto lumi; anzi, tanto che ci sei, prova ad ampliare la cosa. Risate a crepapelle in mezzo al parlamento. Risate sardoniche in mezzo ai lutti e ai cordogli per gli eroici "sordatipellapace" di Nassiriya. Risate omeriche in un girotondino pellagiustizziaggiusta. Risate in mezzo a Piazza san Pietro mentre il papocchio "che soffre" (la sofferenza come mestiere) crea 380 nuovi santi e beati tra la folla in estasi -che poi lo sia perché vien fatto santo il fondatore dell'Opus Dei è una quisquilia, of course. Risate stentoree in faccia a tutti gli integralisti di qualsiasi chiesa, religione, credo, partito, setta, quel che ti pare. Prova a immaginarti di moltiplicare questa cosa all'infinito, chiudi gli occhi e sorridi. Anzi, ridi. Di gusto. Esci fuori e fallo. Anche in mezzo al passeggio del pomeriggio, anche nel centro commerciale del cazzo dove ti vendono persino il tuo tempo ("le temps s'achète au supermarché", scriveva Raoul Vaneigem il situazionista facendosi cantare tutto ciò da Gilles Servat in una canzone nata sotterranea). Prova, perché in questi rii tempi le parate e le divise imperversano. A volte se ne ha sentore persino ai concerti di Guccini. Del resto, come dicevo, la cosa non è nuova. Un esempio a caso. Tutto un famosissimo romanzo, il "Nome della rosa" di Umberto Eco, è costruito attorno alla potenza distruttiva del riso che promana da un presupposto capitolo perduto di Aristotele. Aristotele, il Filosofo. La legittimazione del riso come entità sovversiva effettuata da colui che era il cardine dell'intera visione del mondo medievale. C'è l'integralista, Jorge da Burgos, che arriva ai crimini più diabolici e orrendi per occultarlo, per far sì che tutto un mondo non crolli dalle fondamenta. E tutto, in fondo, brucia. Spero di essere stato un po' esauriente sulla cosa, esauriente e divagante al punto giusto. Colgo l'occasione per sottolineare il piacere che ho avuto nel vedere una domandina semplice semplice che può e deve aprire mondi ben più vasti. Non ne vedevo da tempo. Speriamo che ce ne siano altre, da parte tua o di chiunque. Tipo: " ma cosa vuol dire 'il tempo, il tempo chi ce lo rende'? ", o roba del genere. Salut, *Riccardo Venturi*[ Auf dieses Posting antworten ]
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- Franco Senia (25.01.2007 13:43)
