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Il Bersani che ha vinto le primarie della dolcezza

Von: Incantesimo (incantesimo@incantesimo.com) [Profil]
Datum: 23.10.2009 19:23
Message-ID: <eElEm.84848$9f6.99921@twister1.libero.it>
Newsgroup: it.fan.musica.battiato
Sui ringraziamenti a Dori Ghezzi, con Samuele che ha firmato nella versione
del nuovo disco per I Tunes un'interpretazione esplosiva del Bombarolo e
che, come Faber, sa usare le parole come un giocoliere, ma con dolcezza.
Sugli altri ringraziamenti a Ruddy Zerbi, sammargheritese doc che è il
numero uno della Sony in Italia e spesso è in giuria ad Amicie dintorni.
Tanto che Samuele ci ha giocato: «Ultimamente, quando vado a pranzo con lui,
le ragazze lo fermano e vanno direttamente da Rudy a chiedergli l'autografo,
ingnorandomi».
Ma pure racchiudere Bersani in una storia fra De Andrè, Leivi e Santa
Margherita Ligure - sia pure tre meravigliosi luoghi del cuore e della
memoria - sarebbe anche questa volta riduttivo.
E così mi piace raccontare che, in fondo, l'appuntamento di oggi pomeriggio
alle 18 alla Fnac di via Venti Settembre con Samuele, che avrò la fortuna di
accompagnare (moderare o presentare è riduttivo), sia solo l'ennesima
puntata della storia d'amore fra una città bellissima e straniante come è
Genova e la poesia. Caproni, Montale, Sbarbaro, (Sanguineti no, mi rifiuto),
De Andrè, Fossati e Bersani. Genovese, Samuele, almeno per un giorno.
Non esagero. Ho sempre trovato abbastanza retorico il considerare le canzoni
come poesia. Semplicemente, sono due generi diversi, hanno nobiltà altissime
entrambi, ma diversi, difficilmente confondibili.
Eppure, Samuele Bersani sa usare le parole in un modo che è difficile
definire «altro» che poesia. Canzoni come Il mostro, composta a ventidue
anni (a ventidue anni!) e che racconta la diversità meglio di un trattato
universitario, riuscendo a commuovere chi la ascolta, o Il pescatore di
asterischi o, ovviamente, Giudizi universali, sono capaci di mettere i
brividi. A chi le ascolta e anche a chi legge i loro testi.
E anche Manifesto abusivo, l'ultimo album di Bersani, funziona così. E
conferma Samuele. Che non sceglie la via più facile, quella di ripetere se
stesso, ma va sempre oltre, alle ricerca di nuove colonne d'Ercole da
superare, anche a costo di scavarsi dentro. Di rischiare di farsi male.
Ora, se mi permettete, per dieci righe mi faccio i fatti miei.
Personalmente, a me Bersani piace tantissimo. Penso che si fosse capito
anche senza dirlo esplicitamente (lui, in un suo testo, non l'avrebbe mai
fatto; il suo gioco preferito è quello di arrivare a dire le cose con parole
mai scontate, non con didascalie, ma con metafore ed emozioni dialettiche).
Eppure, confesso che la prima volta che ho sentito Manifesto abusivo non mi
faceva impazzire.
Invece, come una donna di cui ti innamori giorno dopo giorno, che ti penetra
nella pelle d'oca senza quasi farsene accorgere, come mia moglie Loredana,
anche dieci anni dopo e mille litigi dopo, Manifesto abusivo è il
«solito»
Bersani. Testi che conquistano un po' alla volta, sfidando musiche che non
sembrano fatte per seguirli e soprattutto con schiaffi continui alla
metrica. Parole che vanno a parare dove non ti aspetteresti. Che vanno a
cozzare contro altre parole del tutto inattese.
Il racconto della fine di un amore di Un periodo pieno di sorprese, ad
esempio, riesce a raccontare il dolore e il rancore strizzandolo in un fiume
di dolcezza: «Comincia a ingiallirsi il nero del livido/non è più
così tanto
nitido/e da oggi il dolore ritorna semplicemente sottocutaneo/Ho cambiato la
scheda al telefono/ho lavato nel lago lo spirito/e nel farlo il tuo corpo ha
finito per essermi estraneo». Vi giuro che riesce a cantarla, sfidando ogni
metrica attesa.
Oppure, la bellezza del ricordo della nostra infanzia. Dico nostra perchè
siamo quasi coetanei, anche se Samuele usa le parole rompendo ogni barriera
generazionale. Pure quando canta di una generazione come in Lato proibito:
«Estate povera di ogni cosa/due settimane buone senza avere la tivù/la casa
al mare, la cassetta di Battiato difettosa/a metà diCuccuruccucù/bicicletta
sull'erba/una ciabatta l'ho persa/per tirare ad un pallone che veniva
giù/mercurocromo sopra un ginocchio». E ancora «a una vera insalata per
quanto lavata/il lombrico si aggrappava e ci restava su» e «per antibiotico
la spremuta/me ne bastava solo un goccio che sparivano/la sete dal palato
asciutto, dalla lingua biforcuta/e la febbre dal termometro/La finestra era
aperta, si usciva alla svelta/da poter saltare la predica e il
rimprovero»...
Samuele usa le parole, ad esempio per raccontare la vita di un ragno, quasi
pizzicandole, inzuppandole di dolcezza e di ironia.
E proprio qui sta il valore aggiunto. Anche quando non canta, sa dire cose.
Soprattutto, sa strappare un sorriso. Poeticamente.

Il Giornale



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