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Re: Ossignùr ... :-(

Von: Paolo Talanca (paolotalanca@inwind.it) [Profil]
Datum: 06.05.2008 16:24
Message-ID: <3cae985e-e143-442c-a2df-fa2d2b57994a@e53g2000hsa.googlegroups.com>
Newsgroup: it.fan.musica.baglioni
On 6 Mag, 14:08, cix <amicom...@tiscali.it> wrote:

> il che mi fa tornare a mente (lo so, ho una mente contorta :))) ) una
> mitica filastrocca di Gianni Rodari, in cui veniva rivalutata
> nientepopodimeno che la H

Ma tu guarda cosa mi hai riportato alla mente! E' un vecchio post che
scrissi sul forum di Vecchioni poco più di un anno fa, ricordando con
immensa nostalgia i giorni di magnifico fancazzismo dell'università
chietina, con prato verde e chitarre... ah, che tristess!
Si trova qui:

http://www.robertovecchioni.org/public/topic.asp?TOPIC_ID=5094&FORUM_ID=
1&CAT_ID=3&Topic_Title=Buon+sogno+a+tutti%21&Forum_Title=Forum+General
e

Vado a postarti:

*

Ecco un'ottima occasione per spiegare come si passa il tempo
all'università, in "giovanili ciarpami" (citazione dotta).
Ricordo un paio di anni fa che la mia amica Marcella [*] interruppe
una coinvolgente schitarrata
gucciniàndeandreiàndylaniàndegregoriànleonardcoheniàna,
alzandosi
in
piedi di scatto e proponendo una petizione per l’annullamento della
“q” e del nesso “ch” di fronte a vocali estreme o vocale centrale. I
l
tutto sarebbe consistito in una raccolta di firme con un banchetto nel
pieno centro del campus universitario, con un preservativo da
distribuire a chi avesse contribuito alla causa con la propria
sottoscrizione. “Velare”, “gutturale”, “uvulare”, troppi aggetti
vi per
descrivere il povero e indifeso fonema [k], ancor più umiliato dai due
tipi di grafemi per rappresentare il medesimo suono, senza rendere
giusto omaggio a quello che l’alfabeto fonetico internazionale ha
scelto come suo proprio.
La macchina organizzativa nella testa di Marcella era già partita, con
conferenze stampa per promuovere l’iniziativa e fior fior di luminari
in materia: da Luca Serianni fino ai massimi esponenti dell’Accademia
della Crusca.

Di colpo un ripensamento, un attimo di grigiore in mezzo a tanto
entusiasmo. Marcella tornò a sedere sull’erba come sfinita, distrutta,
ammutolita. Cercò di balbettare alcune parole, rantoli e borborigmi
che sembravano ripetere la frase “Maledetto nesso secondario”.
In quel momento, per dovuta traduzione didascalica, Marcella aveva
compreso come la faccenda della “q” abbia una complessa storia alle
proprie spalle, che parte dalla riproposizione del nesso QU- latino –
nesso primario e comprensibilmente eliminabile nell’evolversi di una
lingua che vuole essere funzionale e mai pleonastica – fino
all’oscuramento del nesso KO-, con la “o” che si oscura in “u” e f
orma
la labiovelare “qu”, come nel dimostrativo “koelle>quelle”. Marcella

in quel preciso momento comprese che tornare alla “k” sarebbe
equivalso a buttare nel cesso secoli e secoli di grammatica storica e
soprattutto un passaggio documentale per la storia linguistica che
rende utile ed insostituibile lavoro per i neuroni; sarebbe stato un
andare indietro anziché avanti e che nel passato stava già la lezione
da seguire, in una quantità di risorsa di informazione dove il
pregresso si fa progresso. Marcella capì, in quell’istante, che in un
mondo in cui i neuroni servono unicamente nell’evitare gli ostacoli
lungo il tragitto che porta dalla propria poltrona all’interruttore
della TV, non poteva assumersi la responsabilità di cancellare in un
sol colpo un tal patrimonio di coscienza storica e attività
intellettuale; non nel Regno dei grandifratelli, fattorie e feticci di
calciatori, veline e cantanti, più “nani e ballerine” (citazione
dotta) in ogni angolo; non nella suo impegnativo, passionale e
appassionato ruolo di filologa – con tutto il bagaglio etimologico e
semantico che questa parola comprende.

Così ripensò anche al nesso “ch”, a come nei manoscritti del Duecent
o
si trovino spesso le forme più svariate per rendere la velare, in
carte che trasudano tutto lo sforzo di copisti e letterati nel rendere
al meglio e nella maniera più coscienziosa possibile un suono, un
passaggio, una espressione che aveva un certo senso. Così capì che la
codifica giusta e precisa non è un puro esercizio formale e che usarla
equivale a munirsi di giusto rispetto nei confronti del destinatario
del nostro messaggio comunicativo. E la stessa cosa sarebbe usarla
senza capirne i motivi storici. Marcella capì che la codifica è
importante, che dalla giusta codifica, da qualcosa che ci renda sicuri
che l’altro ci comprenda, partono le basi di rispetto e convivenza
dello stesso “altro”.
Marcella lo capì e, attraversato il momento interminabile del grigiore
nei suoi occhi e i secoli e secoli trascorsi nella sua mente, si
sdraiò sull’erba e ricominciò a cantare.

[*] Filologa romanza che studia attualmente a Roma. La si può trovare,
in giorni grigio umidi simil-parigini, a passeggiare a Villa Borghese,
con una copia del XVI secolo de La Vie de saint Alexis sotto il
braccio e dei buffissimi cappelli a mo’ di genio maudit. Nella sua
mente sono impressi momenti di un erasmus parigino e acuti stratagemmi
per cercare le parole migliori, rigorosamente in octosyllabe o
décasyllabe, quando il fato vorrà farle incontrare Tristano o
Lancillotto su carretta, orfano di Ginevra e quindi papabile per una
avvolgente storia d’amore.

*

ciao ciao

Paolo

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