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l'aspetto psico-politico della massiccia lotta contro gli psichedelici

Von: AmanitaMuscaria (burzum8814@gmail.com) [Profil]
Datum: 18.01.2008 11:00
Message-ID: <d23b0810-605b-4470-9b95-7463f8ba14ad@m34g2000hsf.googlegroups.com>
Newsgroup: it.discussioni.droghe
"Dal punto di vista dell'ordine costituito, è forse legittimo
considerare le droghe psicodeliche come agenti sovversivi. Esse sono
in grado di spalancare le "porte della percezione", spesso potenziando
una capacità di penetrazione che permette di vedere oltre la miriade
di pretese e d'illusioni, che costituiscono la mitologia della
Posizione Sociale. Le sostanze psichedeliche, quindi, nella misura in
cui le strutture del potere, per puntellare e stabilizzare le loro
egemonie, poggiano sulla accettazione popolare controllata dei mito
della Posizione Sociale, rappresentano veramente una sorta di minaccia
politica"
(David Solomon)

"Dal punto di vista dei valori stabiliti del mondo antico, il processo
psichedelico è pauroso e pazzesco, è una psicotizzazione deliberata,
un disfacimento suicida della stabilità, del conformismo e
dell'equilibrio che l'uomo deve sforzarsi di raggiungere. L'esperienza
psichedelica, che coinvolge la coscienza e fenomeni interni,
invisibili e indescrivibili, e moltiplica la realtà, è spaventosamente
incomprensibile per chi aderisca ad una filosofia razionale,
protestante, volta al successo, behaviorista, equilibrata,
conformista"
(Timothy Leary)

"Il rinnovamento profondo dei dati coscienziali di base, i veri e
propri capovolgimenti interiori, che può provocare una esperienza con
L.S.D., urtano dunque contro vari tipi di paura, conscia o inconscia:
la paura di perdere il controllo razionale, quella del disorientamento
e della confusione, la paura di compiere qualche cosa di vergognoso o
di ridicolo; la paura di autoscoprirsi, ossia di scoprire, in noi
stessi, qualche cosa che non vogliamo affrontare; la paura che
possiamo chiamare culturale, ossia il timore di appurare certe verità
circa le istituzioni con cui ci identifichiamo, di perdere molte
illusioni circa talune nostre condotte o doveri sociali, ecc.; ed
infine la paura ontologica, cioè di scoprire un mondo assolutamente
nuovo e sconvolgente a cui non siamo preparati, e che potrebbe forse
assorbirci al punto di non poter tornare più indietro"
(Emilio Servadio)

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