L'uomo elettrico
Von: Marco Sala (cav@adcserver1.biodip.unimi.it) [Profil]
Datum: 15.06.2008 06:04
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Newsgroup: it.discussioni.auto.mod
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Scendere nel box e trovare l'auto che non va in moto. Batteria scarica. Non fa una piega. Con gli occhi rivolti al cielo ed esaurite le parole di rito ci scappa lo sguardo verso qualche finestra del palazzo e scorgiamo per un attimo il viso allampanato di un curioso: dall'ombra della stanza guata il cortile per conoscere l'accaduto. Colto sul fatto si ritrae lesto e socchiude gli scuri. Aperto il cofano svitiamo i tappi della batteria e rafforziamo l'elettrolita stillando gocce di acido solforico dalla boccetta a ciascuno dei sei elementi. Poi scollegato un polo ammorsiamo i terminali del caricatore, mandibole metalliche che somigliano a bocche di squali, traendolo dalla scatola polverosa dove sonnecchiava pacifico dall'ultima volta che abbisognammo dei suoi servigi. Inseriamo la spina nella presa e subito il familiare ronzio della corrente che circola rabbiosa nel trasformatore lascia intendere che l'ambaradan ha preso vita e ci sta dando dentro. Uno sguardo all'amperometro per verificare che tutto sia a posto e sconsolati spegnamo la luce e abbassiamo la saracinesca, gesto ultimo che racchiude in sé tutta la nostra impotenza. Per ventiquattr'ore buone possiamo mettere il cuore in pace. L'indomani eccoci nel box di buon'ora. La batteria è tiepida, avviciniamo l'orecchio e percepiamo il sommesso gorgoglío dell'elettrolita, poi osserviamo l'amperometro che segna quasi zero e sentiamo l'ormai flebile ronzio della corrente: tutti segnali favorevoli: la nostra batteria si è ricaricata. Compiamo a ritroso le manovre del giorno prima, riponiamo il caricatore, avvitiamo i tappi, una botta di motorino d'avviamento e il propulsore prende vita. L'automobile è in moto e la sua garrula voce risuona nel cortile. Sarà contento anche il guardone di ieri, chissà, magari è ancora appostato dietro gli scuri per seguire le novità. Felici come una pasqua chiudiamo il cofano e partiamo. Trascorsi un paio di giorni, stessa scena. Un senso di déjà vu. La batteria è di nuovo scarica. Con gesti metodici ripetiamo le tappe della volta scorsa però mettiamo in campo un personaggio nuovo: il tester. Il tester è un po' il barone di ogni laboratorio, di ogni officina, e segna il passo solo al cospetto allo strumento principe -l'oscilloscopio- e dello strumento regale -il martello. Armati di tester e di tanta pazienza ci lanciamo alla ricerca della disgraziata dispersione, causa delle infauste discariche. Durante la ricerca ci torna alla mente il tempo di tanti anni fa quando, bambini, subimmo il fascino esercitato dalle cose elettriche e da quei misteriosi cilindretti e cubetti colorati che stavano dentro di loro, proprio come gli organi stanno dentro gli esseri viventi e non si sa bene come funzionano. Lasciati a casa da soli, nel pomeriggio, voleva dire avere campo libero nella ricerca della Verità Elettrica, o in parole piú pratiche poter prendere il cacciavite e smontare la radio o il ventilatore. Ma nel volgere di qualche mese i parenti esausti dal continuo e inarrestabile smontaggio dei vari apparecchi di casa si decisero a condurci in un'incredibile bottega all'altro capo della città (o forse era solo il quartiere di fianco, chi lo sa, a quell'età le distanze sono misteri insondabili) dove vendevano i cilindretti e i cubetti e tant'altre diavolerie sconosciute e meravigliose. Vederli, essere lí, averli lí, toccarli. No, non esisteva negozio di giocattoli che potesse neppure lontanamente concorrere con questa bottega. Somigliava a una gioielleria. Il bancone ostentava il piano trasparente, di vetro, e sotto si allineavano in bella mostra centinaia di scomparti quadrati colmi di componentistica misteriosa e colorata. Quando riconoscevamo un elemento noto ci prendeva un senso di gioiosa felicità, capivamo di essere quasi pronti per sentirci parte di quel mondo. Alle pareti vaste vetrinette verticali esponevano strumenti di misura, apparecchi vari, utensili. Sul fondo un piccolo uscio dava in altre stanze, private, dove s'intravedevano persone curve sulle loro strane scrivanie piene di fili e di schermi luminosi. Poter entrare là, osservare, porre domande, santo cielo che sogno! E poi l'odore della corrente. Quell'odore che chiunque ami il mondo dell'elettrotecnica sa riconoscere e apprezzare cosí come il sommelier riconosce e apprezza quello del buon vino; quell'odore che raggiunge vette ineguagliabili all'interno di un locomotore ferroviario vecchio stile, tipo l'E646, oppure nel capannone di una centrale idroelettrica d'inizio secolo, tipo la Bettini giú all'Adda. Poi c'erano gli avventori, la clientela. Alcuni avevano aspetto normale e sembravano persone come si vedevano al bar o dal fruttivendolo, solo che qui venivano per comprare una lampadina o un trasformatore anziché un cartoccio d'insalata e due cipolle. Altri invece erano strani, caratteristici, forse piú intonati all'ambiente: di età avanzata, un po' panzoni compensavano la scarsa altezza con l'abbondante larghezza, inforcavano occhialacci con due vetri da fiasca di vino e ostentavano sguardo severo. Radioamatori. Erano clienti fissi e alcuni di loro sembrava quasi che vivessero lí dentro. Parlavano sempre di valvole. Tornammo a casa con un fagottino di carta di giornale pieno di una manciata di cilindretti e cubetti misti, acquistati a caso senza sapere bene né come né perché, un rocchetto di filo da campanello, qualche piccola lampadina e i suoi altrettanto piccoli portalampade a forma di persona a gambe larghe e senza braccia né testa, una pila quadrata della Superpila con le due lamelle, un paio di pulsanti e interruttori, un auricolare del tipo che negli anni Sessanta andava di moda per ascoltare la radiolina a transistor. Stagno, saldatore e pasta salda li avevamo già e ci eravamo scottati già tante di quelle volte che ormai avevamo imparato a maneggiarli bene. Ascoltare nel silenzio della notte con l'auricolare il crepitio della corrente di scarica di un condensatore attraverso una resistenza oppure il quaquaqua di un circuito oscillante; o magari sudare concentratissimi sotto un pesante asciugamano, per stare nel piú assoluto silenzio e riuscire a percepire nella cuffia ad alta impedenza i piú deboli gracidii, mentre si cercava di sintonizzare una stazione radio muovendo a caso il baffo sopra il cristallo di galena regalatoci da quel vecchio radioamatore un po' panzone, erano e sono esperienze indimenticabili. Alle volte qualcosa non funzionava. Ecco la consapevolezza che un elettrone era andato a sbattere nel posto sbagliato. Pazienza, si ritentava, si ragionava, si capiva. Altre volte ancora cercavamo il limite estremo, per esempio quando scoprimmo che i condensatori elettrolitici possono esplodere se collegati a polarità invertita. Da lí a costruire infernali accrocchi per spaventare con un botto rumoroso e maleodorante la zia venuta in visita a trovarci, beh, il passo fu molto breve. Ma eccola lí l'artefice dei nostri malanni: la lampadina del bagagliaio! Disgraziata, resta accesa a cofano chiuso per colpa del suo interruttore rotto, a illuminare il baule solitario e a consumarci la corrente della batteria, scaricandola pian piano. Cambiamo l'interruttore e ci facciamo chiudere un attimo nel bagagliaio, per verificare dal vivo che non giochi piú brutti scherzi, e rimettiamo in carica. Cosí l'indomani saremo pronti per andare in qualche rivenduglio di componentistica a fare provviste, come quando eravamo bambini. Ah, ecco chi è quel guardone che ci spia attraverso le persiane, adesso ricordiamo! È il signore che pochi mesi fa dovette cambiare un vetro della finestra quando, in isfizio, provammo a mettere in cortile un bel condensatore elettrolitico di quelli usati per lo spunto dei motori delle lavatrici e lo collegammo tramite un robusto cavo elettrico di una ventina di metri alla 380, per vedere cosa sarebbe successo. Da quel giorno è davvero diffidente, il signore. -- Marco Sala Inutile che te me mandi 'l bocia, e dopo diesi minuti 'l va via, e s'è tuto roto come prima, diocàn! <cit>[ Auf dieses Posting antworten ]
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- Marcello - CA (15.06.2008 11:29)
