Re: Passo Uarieu
Von: A Lombardi (ars_italia@hotmail.com) [Profil]
Datum: 03.02.2008 01:26
Message-ID: <151Z57Z21Z66Y1201998395X1901@usenet.libero.it>
Newsgroup: it.cultura.storia.militare
Datum: 03.02.2008 01:26
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Sui gas, cito il capitolo relativo: I GAS A PASSO UARIEU La batosta presa dagli abissini spinse ras Cassa ed il negus a ricorrere alla solita storiella dell'uso dei gas, che avrebbe messo in crisi gli e-roici combattenti etiopi. Naturalmente la storia dell'iprite è stata ripre-sa e sposata da autori di ben chiaro schieramento. Mockler, visto che non poteva attribuire ai gas italiani i massacri di cui si è favoleggiato, arrivò a scrivere che il gas costituiva un grosso problema, ma causava più spavento che danni (--) Anche quando i gas arrivavano a contatto della pelle, le scottature potevano essere evitate. Ras Immirù aveva avvertito i suoi uomini di "lavarsi sem-pre" . Ovviamente non si lava via l'iprite: quindi, non si tratta di gas. Ma si doveva dimostrare che gli italiani saturavano di gas l'Etiopia. Del Bo-ca fa naturalmente da amplificatore alle chiacchiere di ras Cassa, di cui riporta dichiarazioni di grande drammaticità che non si possono negare al lettore: Il bombardamento era al colmo quando, all'improvviso, si videro alcuni uo-mini lasciar cadere le loro armi, portare urlando le loro mani agli occhi, cade-re in ginocchio e poi crollare a terra. Era la brina impalpabile del liquido cor-rosivo che cadeva sulla mia armata. Tutto ciò che le bombe avevano lasciato in piedi, i gas l'abbatterono. In questa sola giornata un numero che non oso dire dei miei uomini perirono. Duemila bestie si abbatterono nelle praterie contaminate. I muli, le vacche, i montoni, le bestie selvatiche fuggirono nelle forre e si gettarono nei precipizi. Gli aerei tornarono anche nei giorni succes-sivi. E cosparsero di iprite ogni regione dove scoprirono qualche movimento . Una piaga biblica. Evidentemente gli uomini di ras Cassa non avevano acqua per lavarsi-- né risulta che sia deceduto un solo ascaro, un solo nazionale, un solo mulo italiano. Ora, se è vero che i gas tossici furono certamente impiegati in misura assai maggiore di quanto ammise Les-sona , in realtà non influirono in maniera rilevante sulle operazioni militari, così come non furono decisivi nella Grande Guerra . Bandini ricorda come la concentrazione minima dell'iprite debba esse-re di un decimo di grammo per metro cubo d'aria:, ragion per cui. se si desiderasse appestare un quadrato di quattro chilometri di lato, alto una ventina di metri, anche questo piccolissimo valore darebbe pur sempre un peso totale di trentadue tonnellate, più quello dei contenito-ri o dei proiettili necessari. Un bombardiere italiano del 1936 − prose-gue Bandini − poteva trasportare sui cinquecento o mille chili di bom-be: ne sarebbero occorsi non meno di una sessantina per un modesto raid che si proponesse il limitato obiettivo che c'è servito di calcolo e di semplicissimo esempio . L'iprite è un gas molto persistente, per-ché non è solubile in acqua: il suo effetto può durare per delle setti-mane, addirittura mesi, rendendo impercorribili le zone in cui si è de-positata. Proprio questo rende l'uso del gas estremamente difficile: in caso d'avanzata, occorre prendere speciali precauzioni per la salva-guardia delle proprie truppe . Né si può dimenticare che basta un minimo di vento per disperdere subito la nuvola mortale: per cui la ve-locità del vento stesso, sulla base delle conclusive esperienze della prima guerra mondiale, non deve mai superare i quattro o cinque metri al secondo. Ma se non ce n'è del tutto, prosegue Bandini, la nuvola non si forma neppure. E queste due condizioni limite sono, alla fine, piuttosto rare: quando si verificano, possono non durare abbastanza a lungo. E se anche durano, bisogna vedere qual è la velocità di sposta-mento dell'avversario. Se è legato ad un sistema di trincee, che non si deve e no si può abbandonare, è una cosa: ma se si trova in rasa cam-pagna, non legato ad una posizione fissa, è un'altra cosa . A passo Uarieu quindi, se davvero vi fosse stato un impiego massiccio dei gas, a pagarne le maggiori conseguenze sarebbero state paradossalmente le Camicie Nere assediate all'interno del forte. Gli italiani, si dice, satu-rarono i fronti avanti alle loro truppe di nuvole di gas: tuttavia è certo che non fu presa nessuna speciale precauzione quando si trattò di an-dare all'inseguimento, come fecero le Camicie Nere di passo Uarieu e gli ascari di Vaccarisi. Eppure le truppe indigene, che marciavano a piedi nudi, erano particolarmente esposte alle conseguenze della pre-senza di gas, così come vi erano esposte le truppe nazionali, in una re-gione dove l'acqua scarseggiava, e bisognava pur bere . Né risulta che qualcuno dei difensori di passo Uarieu abbia riportato conseguen-ze dall'aver bevuto, dopo l'assedio, l'acqua contaminata-- In realtà non è vero nulla. La ritirata etiopica fu causata dalla sconfitta militare, causata dalla resistenza della 28 Ottobre e delle Camicie Nere del I Gruppo, che avevano trattenuto le truppe di ras Cassa sino all'arrivo della 2a Divisione eritrea. Tutte le testimonianze sono concordi nel confermare che i primi nuclei di prime forze abissine avevano iniziato a ritirarsi nella serata, ma che i combattimenti si protrassero anche la mattina del 24 e che la rotta avvenne quando comparvero gli ascari di Vaccarisi. Ras Cassa pretese invece che i suoi guerrieri fossero stati gasati mentre conducevano l'attacco al forte, quindi a ridosso delle posizioni italiane: oltre che smentita dai fatti, la versione abissina è inverosimile dal punto di vista tecnico. Mockler 1972, p.102. Tuttavia come si è ricordato più sopra, persino Mockler, per quanto apertamente filoetiope, dovette ammettere che a passo Uarieu non furono uti-lizzati i gas, anche se con argomenti capziosi: l'Imperatore e ras Cassa affermarono che l'attacco fu spezzato con bombardamenti all'iprite. Da parte italiana risulta che il Generale [Aymone] Cat non potè eseguire l'ordine di Badoglio di usare i gas per-ché i rifornimenti erano momentaneamente esauriti. (p.508 n.8) Cit. in del Boca 1992 p.532. Ovviamente del Boca accetta in toto le affermazioni del ras, arrivando a scrivere, a giustificazione delle melodrammatiche affermazioni di Cassa Darghiè sulla brina impalpabile ecc. che l'iprite sinora era stata lanciata sol-tanto in grossi bidoni e non irrorata con speciali diffusori (ivi). Il che è l'ennesima sciocchezza: i gas venivano lanciati con le bombe C500T e non con diffusi con irro-gatori. Angelo del Boca dedicò ampio spazio all'argomento della guerra chimica (cui dedicò un successivo volume, I gas di Mussolini). Del Boca si basa soprattutto su fon-ti abissine e su testimonianze di giornalisti anti italiani che, ad esser generosi, si pos-sono definire quantomeno di dubbia attendibilità. Per quanto riguarda l'affidabilità della testimonianza di ras Cassa si può citare come esempio: A Choum Aorié (...) le cento mitragliatrici che furono prese là, caddero nelle nostre mani senza l'aiuto del fucile, ma solo con quello delle sciabole. Nessuna forza di terra avrebbe potuto arre-stare i miei uomini che sembravano passare fra le raffiche. Essi piombavano così ra-pidi sugli italiani che gli strappavano dalle mani il fucile (--) dinanzi a tali demoni, gli italiani, non conservando che i loro pantaloni appesi alle cinture, sparivano come la polvere (cit. in del Boca 1992, p. 536). Ovviamente, gli italiani non persero mai cento mitragliatrici. Come si vede, voler scrivere la storia della guerra d'Etiopia ba-sandosi su queste fonti è come voler scrivere la storia della prima Crociata basandosi su Torquato Tasso. Del resto, che si fossero usati i gas era noto; si è già avuto modo di citare la testi-monianza di Caccia Dominioni sui bombardamenti sul Mai Tonquà del gennaio 1936; Bottai annota nel proprio diario, alla data del 5 febbraio dello stesso anno: (--) Pre-cauzioni: non raccogliere le bombe inesplose dei nostri aeroplani, che si trovassero sul terreno e le schegge di bombe, che potrebbero essere ipritiche (--) (Bottai 1982, p. 86; il corsivo è di Bottai). Circolavano inoltre fotografie scattate da soldati italiani di morti per i gas (Mignemi 1984, fig. 269, 305, con didascalia sul retro colpito dalla liprite [sic]), sicuramente mostrate in Italia al ritorno dalla guerra. Se realmente dun-que i gas fossero stati usati in maniera massiccia come preteso dagli etiopi e da certi storiografi se ne avrebbero molte più testimonianze, mentre molti soldati italiani pote-rono ignorarne l'uso in perfetta buona fede (Montanelli, Cervi, 1976, p. 295). Mantoan 2001, p. 206. Per quanto riguarda l'uso dei gas, la richiesta di Badoglio (che non va dimenticato, s'era formato in gran parte durante la guerra 1915-18, in cui i gas furono utilizzati normalmente) di utilizzare aggressivi chimici allo scopo di ac-celerare le operazioni belliche, richiesta accolta dal Duce, fu una decisione profonda-mente errata: sotto il profilo militare, perché non recò alcun effettivo vantaggio; sotto il profilo politico perché diede l'occasione di screditare le forze armate e, quindi l'Italia, a tutti coloro che all'estero avevano disapprovato il conflitto (Bovio 1999, p. 146). Tra questi il ministro degli esteri britannico Anthony Eden, che scrisse nelle proprie memorie in totale malafede che l'effetto dei gas fu crudele ed assai grave (cit. in De Biase 1966, p. 58). Come scrisse Bandini i gas diventavano addirittura una stu-pidaggine, e di quelle grosse, quando il loro impiego era così limitato da non produr-re alcun sostanziale vantaggio militare: ma abbastanza diffuso da tirarci addosso tutte le conseguenze negative di un fatto che necessariamente prescindeva dalla "quantità" (Bandini 1980, p. 352). Per quel che riguarda Eden, l'11 marzo 1936 a Risib, nel Somaliland britannico, durante una protesta dei nativi contro le eccessive tasse imposte dall'amministrazione coloniale inglese, per un colpo accidentale di fuci-le fu ucciso il vice-residente britannico. Per rappresaglia vennero dati alle fiamme sei villaggi e passati per le armi centocinquantotto somali, ovviamente estranei ai fatti. Gli stessi inglesi usarono i gas nel 1931 a Sulainam, in Irak, per sopprimere il capo curdo Karim bey, reo dell'uccisione di due funzionari britannici e ancora nel 1935 in Afghanistan, lungo la frontiera con l'India (De Biase 1966 pp. 58-59). Per una miglio-re comprensione storica il comportamento degli italiani in Etiopia andrebbe quanto meno contestualizzato nel quadro della condotta coloniale dell'epoca. Bandini 1980, p. 350. Ibid. Ibid. Il Gen. Giuseppe Valle, sottosegretario di Stato all'Aeronautica in una sua relazione sulle operazioni in A.O.I. scrisse: Data la grande distensione del fronte, la vastità del territorio e l'assenza di centri vitali, il nemico dal punto di vista aereo po-teva dimostrarsi organismo amorfo. Truppe non acquartierate e radunate in località non certo determinabili come nei paesi civili, ma aggruppantesi qua e là attorno ai vari capi. I movimenti erano effettuati poi in piste pochissimo note con una suddivi-sione minuta degli armati che andavano verso punti di concentramento di difficile definizione. Tutto ciò rendeva nullo ed esasperante il compito dell'aviazione (cit. in De Biase 1966, p. 50). Bandini 1980, p. 351. -------------------------------- Inviato via http://arianna.libero.it/usenet/[ Auf dieses Posting antworten ]
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- Aerei Italiani (03.02.2008 11:05)
- Luca Morandini (03.02.2008 15:52)
