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Giorgio Bocca e la Storia

Von: L'altro (menon@pd.infn.it) [Profil]
Datum: 02.07.2008 22:29
Message-ID: <f10466d5-9b9e-4c7a-acd0-2196122784b6@a1g2000hsb.googlegroups.com>
Newsgroup: it.cultura.storia
Dopo Montanelli, ti sei misurato più di ogni altro giornalista
contemporaneo con la scrittura storica. Nella tua produzione c'è la
resistenza, il terrorismo, comunismo e fascismo. Questa tradizione
oggi appare appannata, o “ad usum delfini”, sulla carta stampata e
non. C'è una ragione particolare o sono altri i media più adatti a
raccontare la storia, come la tv, oppure internet?
«Quando ho cominciato a scrivere di storia ho dovuto farlo contro la
casta degli storici che mi hanno ostacolato e diffamato in ogni modo.
Io avevo un interesse personale a riscoprire il periodo che avevo
vissuto: la guerra, la resitenza, la rifondazione della democrazia. Mi
pare che sia stato possibile farlo in modo decente, la mia biografia
di Togliatti non l'ha smentita nessuno. Certo, non bisogna scrivere di
storia in maniera diffamatoria, se uno non capisce le ragioni profonde
del comportamento di Togliatti lo riduce a un assassino e non si fa
della buona storia. Se i giornalisti che oggi fanno storia sono pochi
o nulli, si vede che è un campo che non rende. Quel che rende molto
sono libri scandalistici, fantapolitici».

Ma esiste la storia o esistono le storie?
«Secondo me esiste la storia, un nucleo storico c'è, ciò che è
accaduto non lo si può cambiare. Sulla resistenza, ad esempio, si
possono fare dei discorsi marginali, ma il fatto che per la prima
volta in Italia ci sia stata una guerra di popolo, una mobilitazione
popolare, non puoi fare finta che non esista, dire che non c'è. Questo
è all'origine della mia polemica con Giampaolo Pansa. Si commette un
grave errore storico sminuendo la resistenza, reputandola un fatto
minoritario. Invece è stato un fatto inedito nella storia italiana, di
dimensioni molto grandi».

Davanti al gran ciambellano Vespa, dopo il suo viaggio in Israele,
Gianfranco Fini ha spiegato il suo gesto dicendo che è tempo di
separare la politica dalla storia. Un po' come quell'adagio
giornalistico che vuole i fatti separati dai commenti per essere
buttati via. Al di là delle strumentalizzazioni e delle pulsioni da
leader, è davvero venuto il tempo per rimescolare tutte le carte o
certi paletti vanno mantenuti?
«Appunto, se si ha rispetto per la verità e la responsabilità è
possibile sempre stabilire un fondo di attendibilità. Se si racconta
la rivoluzione francese fermandosi ai delitti e alle stragi senza
vedere che alla fine si è realizzato un progresso dell'umanità, è un
modo sbagliato di fare la storia. Così andare lì a fare un libro come
quello di Pansa sulle persecuzioni patite dai fascisti subito dopo la
guerra è sbagliato anche come metodo storico. Intanto perché non è ma
i
stata fatta un'inchiesta, in secondo luogo si confondono le punizioni
operate dai partigiani con quelle della popolazione civile, che erano
la maggioranza. Nel momento della liberazione quelli andati a piazzale
Loreto sono stati i milanesi comuni, mica i partigiani. La famosa
scena dei cadaveri appesi al distributore di benzina, rappresentata
come esempio di crudeltà, era dovuta in realtà al fatto che la folla
premeva e l'unico modo per fermarla era di fargli vedere i corpi. Su
queste cose bisogna andarci molto piano, non fare delle speculazioni,
insomma».

Perché Pansa ha voluto scrivere un libro come “Il sangue dei vinti”,
utilizzando per di più lo stesso incipit, rovesciato, di un suo
precedente libro di segno opposto? Per i soldi? Perché si è voluto
aggregare al carro dei vincitori?
«Pansa è un uomo imprevedibile. Non è la prima volta che combina
scherzi del genere. Quando era alla Stampa faceva il giornalista della
maggioranza silenziosa. Ricordo un processo a Roma su piazza Fontana.
Io e la Camilla Cederna davanti, lui dietro a sfottere e fare ironia
sulla strategia della tensione. Era quella roba lì, faceva l'uomo
della polizia, poi è diventato ultracomunista. Un uomo imprevedibile.
Credo l'abbia fatto per motivazioni personali, è uno che non riesce ad
arrivare mai al generale, al bene comune, segue sempre i suoi umori.
In questa vicenda poi contano molto le cose personali, il fatto che
non l'abbiano fatto direttore dell'Espresso, che i suoi libri
precedenti non andassero bene. Ma io non ho polemizzato sul libro,
sono intervenuto sul fatto politico, perché non si rende conto che
scrivere un libro così mentre Berlusconi sta mettendo in piedi il suo
regime significa non capire nulla, o essere politicamente degli
irresponsabili».

Veniamo alla storia dell'oggi. Tra i tuoi ultimi libri ce n'è uno,
Piccolo Cesare, dedicato appunto a Silvio Berlusconi. In un reame di
lillipuziani anche un piccolo Cesare può sembrare un colosso. Cosa ha
portato e cosa lascerà? Il suo è un regime videocratico nuovo nella
scienza politica del XXI secolo o semplicemente una “compagnia della
forca” attenta alle proprie saccocce e destinata a sciogliersi come
neve al sole?
«Berlusconi è portatore di qualcosa di nuovo ma che non è farina del
suo sacco: dell'America ultraconservatrice e dell'economia globale. Ha
interpretato la modernità, anche se in modo pessimo. Vedi ad esempio
le osservazioni che ha fatto sulla stampa dicendo che non conta
niente, conta solo la televisione: è una cosa di una bassezza, di una
mediocrità totale. Lui è un uomo scadente, diciamolo pure. Al
confronto Mussolini era un genio gigantesco. Certo per vendere dei
prodotti scadenti servono televisione e pubblicità, ma per fare
politica non si può fare a meno dei giornali, a meno di non finire
come la società americana, incapace persino di produrre un partito di
sinistra, un'opposizione. Anche la sua mancanza di cultura e di senso
storico, poveretto, si vede che non ha mai letto un libro di storia.
La storia non insegna ad agire, ma dà lezioni per capire gli errori.
Lui non ne capisce nessuno, è molto deludente nella sua mediocrità».

Hai sostenuto che questo nostro paese è senza memoria storica perché
senza passato, in cui tutto ciò che è stato deve adeguarsi agli
interessi di corte, annacquarsi nell'abbracciamoci tutti, nel
“volemose bene”. Gli italiani non sanno odiare davvero dopo millenni
di incultura curiale, colpa dei preti come diceva Guicciardini,
oppure, semplicemente, alla fine del secolo cominciato con le
rivoluzioni la cianfrusaglia ci sommerge, per dirla come Roger Martin
du Gard?
«Forse sono stato colpito dalla mia esperienza personale. Se mi
avessero detto negli anni '50 che un postfascista sarebbe arrivato
alla presidenza del consiglio mi sarei messo a ridere. C'è una
rinascita del fascismo, senza dubbio. Quando Mussolini venne a fare
l'ultimo discorso qua a Milano c'erano 50mila fascisti, ma che siano
stati zitti e buoni per quarant'anni non se lo sarebbe aspettato
nessuno. Ci sono dei cicli generali. C'è sempre un periodo di ricerca
della democrazia a cui fa seguito quello della ricerca di un padrone.
È una tendenza generale, sennò non si spiega perché la Confindustria
è
stata così cretina da appoggiare Berlusconi pensando che sarebbe stato
meglio di un centrosinistra, molto più favorevole agli industriali.
Credo che ad un certo punto la paura sia dominante. La democrazia ha
il torto di rendere chiari i problemi, quindi di lasciare gli
individui soli di fronte alle scelte e alle responsabilità. Si vede
che ogni tanto arriva il desiderio collettivo dell'uomo fatale che ti
solleva da ogni responsabilità. Sennò non si riesce a capire come ci
siano questi tipi di intellettuali terzisti come Galli Della Loggia
che addirittura sostiene come i veri fascisti siano ora gli
antifascisti, perché essendo intransingenti forzano, violentano gli
altri. Oppure come Sciascia, quando diceva che i veri mafiosi stavano
all'antimafia».

Oltre dieci anni fa hai dato alle stampe un saggio: Disunità d'Italia.
Recentemente hai descritto questo paese come il corteo dei ciechi di
Bruegel il vecchio. Dove stiamo andando?
«Sai, la specie umana può resistere a tutto, anche al nuovo fascismo.
È che questo, come lo stalinismo, ti accorgi che c'è solo quando bussa
il poliziotto alla porta. Io mica m'ero accorto da giovane di vivere
sotto al fascismo, non me ne occupavo, andavo a sciare. Così, penso
che molti non si rendano conto che il berlusconismo rappresenta un
disagio dell'intelligenza, dal punto di vista dell'uomo comune non ci
si rende neppure conto delle cretinate che dice. Ma oltre un certo
punto può diventare un cane da guardia, cominciare a darti dei calci
in faccia. Berlusconi ha dentro di sé una megalomania che potrebbe
anche portarlo a diventare un dittatore feroce».

http://www.mediazone.info/site/it-IT/PERSONAGGI/Personaggi/bocca.html

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