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Mussolini ondivago

Von: L'altro (menon@pd.infn.it) [Profil]
Datum: 24.06.2008 11:15
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Newsgroup: it.cultura.storia
A rendere più confuso il commento del duce («Se gli ebrei vogliono un
loro Stato dovranno stabilire Tel Aviv in America. Sono nostri nemici
e non ci sarà posto in Europa per loro»)
ecco un estratto interessante:

L’ondivago Mussolini
La questione antisemita in Italia durante il fascismo non può comunque
prescindere dall’analisi del pensiero di Benito Mussolini. Come spesso
accadde nel Ventennio, il Duce ebbe un atteggiamento ondivago anche su
questo tema. Fu un politico spregiudicato e capace di interpretare il
consenso del popolo italiano, a volte di manovrarlo verso nuovi
approdi.
Non è un caso che dopo il 1938 i più fervidi sostenitori della
campagna contro gli ebrei poterono facilmente rileggere alcune prese
di posizione di Mussolini, fin dagli albori del fascismo, come esempi
di un antisemitismo già alla base della strategia futura. Non è un
caso che gli stessi ebrei ebbero difficoltà, fino e oltre l’emanazione
delle leggi razziali, ad accettare la svolta del Duce. Non è un caso
che i postfascisti poterono facilmente sostenere la tesi di un
Mussolini prigioniero di Hitler, specie per quanto concerne il
razzismo.
Già nei primi anni Cinquanta, ancora prima degli studi di Renzo De
Felice, un saggio di Antonio Spinosa dal titolo Mussolini razzista
riluttante, pubblicato dalla rivista il Ponte, fondata da Pietro
Calamandrei (ripreso poi in volume nel 1994 da Bonacci editore, con
prefazione di Francesco Perfetti) raccoglieva la sfida storiografica
di dirimere la questione. «Per lunghi anni il Duce – scriveva Spinosa
– si mantenne nei confronti dell’ebraismo in una posizione oscillante,
di equilibrio instabile. In verità non ebbe mai un’idea ben radicata
in proposito, cosa che gli permise più facilmente di coniare alcuni
slogans, ora razzisti ora antirazzisti, a seconda delle contingenze
politiche. Scese alla distinzione tra sionismo e semitismo: così fu
sionista quando riteneva opportuno di mostrarsi amico della Gran
Bretagna, e antisionista quando faceva la politica dell’avvicinamento
ai Paesi arabi. La distinzione gli serviva per non guastarsi gli ebrei
come tali. Senonché tornò a far confusione tra sionismo e semitismo,
dichiarandosi nemico di entrambi, quando decise di condizionare tutte
le altre politiche a quella dell’alleanza oltranzista con la Germania.
Quindi, nella gran messe delle dichiarazioni mussoliniane ce n’è per
tutti: si può trovare un Mussolini razzista e uno antirazzista, almeno
apparentemente, poiché in effetti, egli seguendo il giuoco della
politica, prese l’una o l’altra veste a secondo le convenienze».

Gli esempi sono numerosi. Durante l’intervista fiume rilasciata nel
1932 allo storico Emil Ludwig (poi pubblicata da Mondadori nella
biografia autorizzata, Colloqui con Mussolini), il Duce chiariva:
«L’antisemitismo in Italia non esiste. Gli ebrei si sono sempre
comportati bene come cittadini, e come soldati si sono battuti
coraggiosamente. Essi occupano posti elevati nelle università,
nell’esercito, nelle banche. Tutta una serie sono generali».
Ancora nel 1934 a Bari, in occasione della Fiera del Levante,
Mussolini criticando il razzismo tedesco proclamava a voce spiegata
che «trenta secoli di storia ci permettono di guardare con sovrana
pietà talune dottrine di oltre Alpe sostenute dalla progenie che
ignorava la scrittura con la quale tramandare i documenti della
propria vita, nel tempo in cui Roma aveva Cesare, Virgilio e Augusto».
Erano gli anni in cui il Mein Kampf è solo «un mattone che non sono
mai riuscito a leggere» sbotta Benito al termine del suo primo
incontro con il Fürher.
Ma a ritroso si trova una lunga serie di incongruenze che qui si
accenna per sommi capi, prendendo solo le circostanze più curiose. La
prima biografa del Duce (Dux, Mondadori 1926), amata da Benito
Mussolini, Margherita Sarfatti, è ebrea. Mussolini tiene buonissimi
rapporti con la Comunità ebraica. Nel suo entourage molti si mostrano,
come Costanzo Ciano, amici degli ebrei o sono ebrei. Perfino il
quotidiano del Duce il Popolo d’Italia, fin dalla fondazione, è
finanziato dall’ebreo Giuseppe Toeplitz, amministratore della Banca
Commerciale. Nel 1937 a poche decine di chilometri da Roma, nel porto
di Civitavecchia, era stata aperta una “scuola marittima per ebrei”.
Ancora il 2 luglio 1938, solo tredici giorni prima della svolta
antisemita, annota Eucardio Momigliano nella sua Storia tragica e
grottesca del razzismo fascista (Mondadori, 1946), Mussolini è così
poco razzista che «firma il decreto di nomina di un generale Levi,
ebreo purissimo, a generale di divisione».
http://www.ildomenicale.it/approfondimento.asp?id_approfondimento=16

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