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PALESTINA La Nakba e il diritto al ritorno

Von: Pomero (terzolle@tin.it) [Profil]
Datum: 21.06.2008 12:54
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Newsgroup: it.cultura.storia
PALESTINA La Nakba e il diritto al ritorno
L'ostinata memoria dei profughi palestinesi
Michelangelo Cocco

Rappresentante dell'Olp dal '77 al '90, Karma Nabulsi è docente a Oxford.
Tra le sue opere, «Registro palestinese» una ricerca svolta in Medioriente,
Europa e nei paesi della diaspora palestinese. Al telefono con l'autrice
abbiamo discusso della Nakba, e dei profughi palestinesi, subito dopo il 60°
anniversario di Israele.

Il bombardamento del campo di Nahr el Bared, in Libano, gli attacchi del
presidente Usa Bush, secondo il quale i profughi torneranno solo nel futuro
stato di Palestina e non nei villaggi da cui furono cacciati, oggi parte
d'Israele. E nessuna voce in difesa dei profughi palestinesi. Chi li
rappresenta oggi?

Il risultato dell'occupazione e del fallimento del processo di Oslo è
proprio che non esiste più una voce che possa parlare a nome dei
palestinesi. E fino a quando non saremo rappresentati - e democraticamente -
non potremo affrontare efficacemente questioni come il futuro dei profughi,
Gerusalemme, i confini.

Parla di una rifondazione dell'Olp?

Gli israeliani e gli statunitensi hanno puntato su organismi non
rappresentativi - l'Autorità palestinese - che seguissero i loro voleri. Ma
solo l'Olp è l'organismo deputato ad affrontare le questioni sullo status
finale.

Oltre che in Cisgiordania e a Gaza, ci sono profughi in Libano, Giordania e
Siria. Qual è il loro livello d'integrazione/alienazione in queste società
arabe?

L'Unrwa, l'agenzia Onu per i rifugiati, rappresenta un tratto comune tra
questi tre paesi e la Cisgiordania e Gaza. Ci sono altri paesi però -
Egitto, Iraq e Arabia saudita, Yemen e Libia - dove i palestinesi vivono in
situazioni durissime, spesso senza documenti, assistenza né visibilità. In
Libano ci sono ancora circa 70 lavori che i palestinesi non possono
svolgere. In Giordania i profughi del '48 hanno la cittadinanza, quelli del
'67 no. Ma ciò che li unisce è la precarietà.

C'è ancora nei campi una memoria comune della Nakba?

Sì. La memoria viene tramandata di generazione in generazione attraverso un
legame molto tangibile con la terra: la maggior parte di noi sono contadini,
conoscono un certo tipo di alberi, di terra. Le nuove generazioni stanno
evidenziando l'universalità della Nakba. La usano per mobilitarsi e andare
avanti. Predicando che l'esistenza dello Stato ebraico implica la non
esistenza dei palestinesi, il sionismo sta diventando sempre più
esclusivista e razzista. Al contrario il punto di vista palestinese non è
mai stato che «loro debbono scomparire affinché noi possiamo esistere».

Ma quasi tutti i villaggi sono stati distrutti, dove c'erano uliveti ora ci
sono parchi. Come prescindere da questi sconvolgimenti?

Tutto questo deve essere affrontato in un processo di pace, che non è
neanche cominciato. Dovremmo prendere esempio da alcune associazioni, come
l'israeliana Zochrot e la palestinese Badil: portare il diritto al ritorno
fuori dal linguaggio della propaganda. Durante il processo di Oslo si è
tentato di mettere i profughi di fronte a una scelta: preferite i soldi e la
possibilità di reinsediamento per una parte simbolica di voi o insistete col
diritto al ritorno, e in questo caso la vostra vita sarà un inferno? Il
messaggio era chiaro: arrendetevi.

Privati della terra, cosa sono diventati i palestinesi dopo 60 anni di
esilio?

Un popolo che ha dato e continua a dare il principale contributo allo
sviluppo intellettuale, economico e politico del Medioriente e del mondo
arabo. La prima generazione di profughi, negli anni '50, andò nei paesi del
Golfo, dove ha costruito e lavorato in scuole, ospedali, fabbriche. 60 anni
dopo sono ovunque, dalle università della California a quelle africane:
medici, ingegneri, fisici. I palestinesi rappresentano tuttora le
avanguardie dei movimenti sociali e dei processi di rinnovamento nel mondo
arabo. La brutalità dello shock causato dalla Nakba ha fatto sì che questi
progressi si siano registrati in solo una/due generazion

http://www.ilmanifesto.it/



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