Appello del Dalai Lama al popolo cinese
Von: stalker (stalker@zhiyi.it) [Profil]
Datum: 05.04.2008 16:49
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Newsgroup: it.cultura.religioni.buddhismo
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Invito chiunque a diffondere questo appello, soprattutto agli amici cinesi, perché contiene alcuni chiarimenti necessari affinché si giunga ad una soluzione pacifica del recente conflitto. Un saluto a tutti, f. --------------------------------------------- UN APPELLO AL POPOLO CINESE Il Dalai Lama Rivolgo oggi un grazie di cuore ai miei fratelli e alle mie sorelle cinesi di tutto il mondo, particolarmente a coloro che vivono nella Repubblica Popolare Cinese. Alla luce dei recenti sviluppi in Tibet, vorrei condividere con voi i miei pensieri riguardo le relazioni tra il popolo tibetano e quello cinese, e fare un appello personale a tutti voi. Sono profondamente rattristato dalla perdita di vite nei recenti tragici eventi in Tibet. Sono consapevole che anche alcuni cinesi sono morti. Sono vicino alle vittime e alle loro famiglie e prego per loro. Il recente rivolgimento ha chiaramente dimostrato la gravità della situazione in Tibet e l'urgenza di cercare una soluzione pacifica e benefica per entrambi attraverso il dialogo. Anche in questa circostanza ho espresso alle autorità cinesi la mia buona volontà di lavorare insieme per ottenere pace e stabilità. Fratelli e sorelle cinesi, io vi assicuro che non ho alcun desiderio di perseguire la secessione del Tibet; né ho voglia di creare divisioni tra il popolo tibetano e quello cinese. Al contrario, il mio impegno è sempre stato di trovare una soluzione autentica al problema del Tibet che tuteli nel lungo termine gli interessi sia dei cinesi sia dei tibetani. La mia preoccupazione primaria, come vado ripetendo da tempo, è di assicurare la sopravvivenza della particolare cultura, lingua e identità del popolo tibetano. Come semplice monaco che lotta per vivere la sua vita quotidiana in accordo con i precetti buddhisti, vi rassicuro intorno alla sincerità della mia motivazione personale. Ho fatto appello alla dirigenza della RPC affinché comprenda chiaramente la mia posizione e lavori a risolvere questi problemi attraverso "la ricerca della verità nei fatti". Sollecito la dirigenza cinese a esercitare saggezza e a iniziare un dialogo significativo con il popolo tibetano. Faccio anche appello affinché essi mettano in atto uno sforzo sincero per contribuire alla stabilità e all'armonia nella RPC e per evitare di creare spaccature tra le nazionalità. La rappresentazione che i media di stato hanno fatto dei recenti eventi in Tibet, usando immagini false e distorte, potrebbe gettare i semi della tensione razziale, con imprevedibili conseguenze a lungo termine. Questa è una grave preoccupazione per me. Similmente, nonostante il mio ripetuto sostegno alle Olimpiadi di Pechino, le autorità cinesi, con l'intenzione di creare una spaccatura tra il popolo cinese e me, asseriscono che sto cercando di sabotare i giochi. Sono tuttavia incoraggiato dal fatto che anche numerosi intellettuali e studiosi cinesi hanno espresso la loro preoccupazione per le azioni della dirigenza cinese, e per la possibilità che esse generino conseguenze negative sul lungo termine, particolarmente riguardo le relazioni tra le diverse nazionalità. Fin dai tempi antichi, il popolo tibetano e quello cinese hanno vissuto come vicini. Nei due millenni di storia documentata dei nostri due popoli, abbiamo a volte sviluppato relazioni amichevoli, anche attraverso vincoli matrimoniali, in altri momenti abbiamo combattuto gli uni contro gli altri. Tuttavia, poiché il Buddhismo fiorì in un primo tempo in Cina, prima di arrivare in Tibet dall'India, noi tibetani abbiamo storicamente accordato al popolo cinese il rispetto e l'affetto che si deve a fratelli e sorelle maggiori nel Dharma. Questo è qualcosa di ben conosciuto dai membri della comunità cinese che vivono fuori dalla Cina, alcuni dei quali hanno seguito mie lezioni di Buddhismo, così come da pellegrini che vengono dalla Cina continentale, che ho avuto il privilegio di incontrare. Questi incontri mi rincuorano e sento che possono contribuire a una migliore comprensione tra i nostri due popoli. Il ventesimo secolo è stato testimone di enormi cambiamenti in molte parti del mondo, e anche il Tibet è stato preso in questo vortice. Subito dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, nel 1949, l'Esercito Popolare di Liberazione entrò in Tibet, e ne risultò alla fine l'accordo in 17 punti concluso tra Cina e Tibet nel maggio del 1951. Quando io fui a Pechino, nel 1954/55, intervenendo al Congresso Nazionale del Popolo, ebbi l'opportunità di incontrare e di sviluppare un'amicizia personale con molti dei capi più anziani, compreso lo stesso presidente Mao. In effetti, il presidente Mao mi diede consiglio su numerose questioni, così come personali e cortesi rassicurazioni sul futuro del Tibet. Incoraggiato da queste rassicurazioni, e ispirato dalla dedizione di molti dei capi rivoluzionari della Cina del tempo, tornai in Tibet pieno di fiducia e ottimismo. Anche alcuni membri tibetani del Partito Comunista Cinese avevano una tale fiducia. Dopo il mio ritorno a Lhasa feci ogni possibile sforzo per cercare un'autentica autonomia regionale per il Tibet all'interno della famiglia della Repubblica Popolare di Cina. Credevo che ciò avrebbe servito nel modo migliore gli interessi a lungo termine sia del popolo tibetano sia di quello cinese. Sfortunatamente le tensioni, che cominciarono a crescere in Tibet a partire dal 1956, condussero alla fine alla pacifica insurrezione del 10 marzo del 1959 a Lhasa, e alla mia definitiva fuga in esilio. Sebbene molti positivi sviluppi abbiano avuto luogo in Tibet sotto il dominio della RPC, questi sviluppi, come il precedente Panchen Lama fece notare nel gennaio del 1989, furono offuscati da un'immensa sofferenza e da una distruzione su larga scala. I tibetani furono costretti a vivere in uno stato di costante paura, mentre il governo cinese manteneva un atteggiamento di diffidenza nei loro confronti. Tuttavia, invece di coltivare inimicizia verso i capi cinesi responsabili della spietata oppressione del popolo tibetano, io pregavo per oro perché diventassero amici, come ho espresso nei seguenti versi di una preghiera che ho composto nel 1960, un anno dopo che arrivai in India: "Possano essi ottenere l'occhio della saggezza che distingue il bene dal male, E possano essi dimorare nella gloria dell'amicizia e dell'amore." Molti tibetani, anche bambini delle scuole, recitano questi versi nelle loro preghiere quotidiane. Nel 1974, a seguito di serie discussioni con il mio Kashag (il consiglio dei ministri), in quanto portavoce e presidente dei deputati dell'allora Assemblea dei Deputati del Popolo Tibetano, decidemmo di trovare una Via di Mezzo che avrebbe dovuto cercare, non di separare il Tibet dalla Cina, ma di facilitare il pacifico sviluppo del Tibet. Sebbene non avessimo alcun contatto all'epoca con la RPC - che era nel mezzo della Rivoluzione Culturale - avevamo già riconosciuto che, prima o poi, avremmo dovuto risolvere la questione del Tibet attraverso negoziati. Ammettemmo anche che, quanto meno rispetto alla modernizzazione e allo sviluppo economico, il Tibet avrebbe ricavato grandi benefici se fosse rimasto all'interno della RPC. Sebbene il Tibet avesse un ricco e antico patrimonio culturale, era infatti materialmente non sviluppato. Situato sul tetto del mondo, il Tibet è la sorgente di molti tra i maggiori fiumi dell'Asia.; pertanto la protezione dell'ambiente dell'altopiano tibetano è di suprema importanza. Poiché la nostra maggiore preoccupazione è salvaguardare la cultura buddhista tibetana - radicata come è nei valori della compassione universale - così come la lingua tibetana e l'unicità dell'identità tibetana, abbiamo lavorato con tutto il cuore per ottenere un significativo autogoverno per tutti i tibetani. La costituzione della RPC prevede per le nazionalità come i tibetani questo diritto. Nel 1979 Teng Xiaoping, l'allora supremo capo cinese, assicurò a un mio emissario personale che "eccezion fatta per l'indipendenza del Tibet, tutte le altre questioni possono essere negoziate". Poiché avevamo già formulato il nostra decisione di cercare una soluzione per la questione tibetana all'interno della costituzione della RPC, ci trovammo preparati a rispondere a questa nuova opportunità. I miei rappresentanti si sono incontrati molte volte con funzionari della RPC. Da quando abbiamo ripreso i contatti nel 2002, abbiamo avuto sei cicli di colloqui. Tuttavia sulla questione fondamentale non c'è stato assolutamente alcun risultato. Ciò nonostante, come ho dichiarato molte volte, io rimango fermamente impegnato nell'approccio della Via di Mezzo, e rinnovo qui l'attestazione della mia volontà di continuare a perseguire il processo di dialogo. Quest'anno il popolo cinese sta attendendo con orgoglio ed entusiasmo l'apertura dei Giochi Olimpici. Io ho fin dall'inizio sostenuto che a Pechino dovesse venire attribuita l'opportunità di ospitare i Giochi. La mia posizione rimane immutata. La Cina ha la popolazione più numerosa del mondo, una lunga storia e una civiltà estremamente ricca. Oggi, grazie al suo impressionante progresso economico, sta emergendo come una grande potenza. Questo è certamente da accogliere con favore. Ma la Cina ha anche bisogno guadagnare il rispetto e la stima della comunità mondiale attraverso la realizzazione di una società aperta e armoniosa basata sui principi della trasparenza, della libertà e della legalità. Per esempio, a tutt'oggi le vittime della tragedia di Piazza Tienanmen, che ha pesato sulla vita di così tanti cittadini cinesi, non hanno avuto giusta riparazione né alcun riconoscimento ufficiale. Similmente, quando migliaia di comuni cinesi nelle aree rurali soffrono ingiustizia per mano di funzionari locali sfruttatori e corrotti, i loro legittimi reclami sono ignorati o affrontati aggressivamente. Io esprimo queste preoccupazioni sia come essere umano, sia come qualcuno che è pronto a considerare se stesso membro della grande famiglia che è la Repubblica Popolare Cinese. Sotto questo aspetto apprezzo e sostengo la politica del presidente Hu Jintao di creare una "società armoniosa", ma ciò può nascere solo sulla base della fiducia reciproca e di un'atmosfera di libertà, includendo la libertà di parola e la legalità. Credo fortemente che, se questi valori fossero accolti, molti importanti problemi relativi alle minoranze nazionali potrebbero essere risolti, tanto la questione del Tibet quanto quella della Turchia Orientale e della Mongolia Interna, dove i nativi costituiscono solo il 20% di una popolazione totale di 24 milioni di abitanti. Avevo sperato che la recente affermazione del presidente Hu Jintao, che la stabilità e la sicurezza del Tibet riguardano la stabilità e la sicurezza del paese, potesse annunciare l'alba di una nuova era per la risoluzione del problema del Tibet. È una sfortuna che, nonostante i miei sinceri sforzi di non separare il Tibet dalla Cina, i capi della RPC continuino ad accusarmi di essere un "separatista". Similmente, quando i tibetani a Lhasa e in molte altre aree protestano spontaneamente per esprimere il loro profondamente radicato risentimento, le autorità cinesi immediatamente accusano me di aver orchestrato quelle dimostrazioni. Io ho richiesto un'indagine approfondita da parte di un organismo autorevole per fare chiarezza in merito a questa accusa. Fratelli e sorelle cinesi - ovunque voi siate - con profonda preoccupazione mi appello a voi per contribuire a sciogliere le incomprensioni tra le due comunità. Inoltre mi appello a voi perché ci aiutiate a trovare una pacifica e durevole soluzione al problema del Tibet attraverso il dialogo, nello spirito della comprensione e della conciliazione. Con le mie preghiere, Il Dalai Lama 28 marzo 2008[ Auf dieses Posting antworten ]
