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Appello del Dalai Lama al popolo cinese

Von: stalker (stalker@zhiyi.it) [Profil]
Datum: 05.04.2008 16:49
Message-ID: <47f79194$0$4794$4fafbaef@reader4.news.tin.it>
Newsgroup: it.cultura.religioni.buddhismo
Invito chiunque a diffondere questo appello, soprattutto agli amici cinesi,
perché contiene alcuni chiarimenti necessari affinché si giunga ad una
soluzione pacifica del recente conflitto.
Un saluto a tutti,
f.

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UN APPELLO AL POPOLO CINESE

Il Dalai Lama


Rivolgo oggi un grazie di cuore ai miei fratelli e alle mie sorelle
cinesi di tutto il mondo, particolarmente a coloro che vivono nella
Repubblica Popolare Cinese. Alla luce dei recenti sviluppi in Tibet, vorrei
condividere con voi i miei pensieri riguardo le relazioni tra il popolo
tibetano e quello cinese, e fare un appello personale a tutti voi.

Sono profondamente rattristato dalla perdita di vite nei recenti tragici
eventi in Tibet. Sono consapevole che anche alcuni cinesi sono morti. Sono
vicino alle vittime e alle loro famiglie e prego per loro. Il recente
rivolgimento ha chiaramente dimostrato la gravità della situazione in Tibet
e l'urgenza di cercare una soluzione pacifica e benefica per entrambi
attraverso il dialogo. Anche in questa circostanza ho espresso alle autorità
cinesi la mia buona volontà di lavorare insieme per ottenere pace e
stabilità.

Fratelli e sorelle cinesi, io vi assicuro che non ho alcun desiderio di
perseguire la secessione del Tibet; né ho voglia di creare divisioni tra il
popolo tibetano e quello cinese. Al contrario, il mio impegno è sempre stato
di trovare una soluzione autentica al problema del Tibet che tuteli nel
lungo termine gli interessi sia dei cinesi sia dei tibetani. La mia
preoccupazione primaria, come vado ripetendo da tempo, è di assicurare la
sopravvivenza della particolare cultura, lingua e identità del popolo
tibetano. Come semplice monaco che lotta per vivere la sua vita quotidiana
in accordo con i precetti buddhisti, vi rassicuro intorno alla sincerità
della mia motivazione personale.

Ho fatto appello alla dirigenza della RPC affinché comprenda chiaramente
la mia posizione e lavori a risolvere questi problemi attraverso "la ricerca
della verità nei fatti". Sollecito la dirigenza cinese a esercitare saggezza
e a iniziare un dialogo significativo con il popolo tibetano. Faccio anche
appello affinché essi mettano in atto uno sforzo sincero per contribuire
alla stabilità e all'armonia nella RPC e per evitare di creare spaccature
tra le nazionalità. La rappresentazione che i media di stato hanno fatto dei
recenti eventi in Tibet, usando immagini false e distorte, potrebbe gettare
i semi della tensione razziale, con imprevedibili conseguenze a lungo
termine. Questa è una grave preoccupazione per me.
Similmente, nonostante il mio ripetuto sostegno alle Olimpiadi di
Pechino, le autorità cinesi, con l'intenzione di creare una spaccatura tra
il popolo cinese e me, asseriscono che sto cercando di sabotare i giochi.
Sono tuttavia incoraggiato dal fatto che anche numerosi intellettuali e
studiosi cinesi hanno espresso la loro preoccupazione per le azioni della
dirigenza cinese, e per la possibilità che esse generino conseguenze
negative sul lungo termine, particolarmente riguardo le relazioni tra le
diverse nazionalità.

Fin dai tempi antichi, il popolo tibetano e quello cinese hanno vissuto
come vicini. Nei due millenni di storia documentata dei nostri due popoli,
abbiamo a volte sviluppato relazioni amichevoli, anche attraverso vincoli
matrimoniali, in altri momenti abbiamo combattuto gli uni contro gli altri.
Tuttavia, poiché il Buddhismo fiorì in un primo tempo in Cina, prima di
arrivare in Tibet dall'India, noi tibetani abbiamo storicamente accordato al
popolo cinese il rispetto e l'affetto che si deve a fratelli e sorelle
maggiori nel Dharma. Questo è qualcosa di ben conosciuto dai membri della
comunità cinese che vivono fuori dalla Cina, alcuni dei quali hanno seguito
mie lezioni di Buddhismo, così come da pellegrini che vengono dalla Cina
continentale, che ho avuto il privilegio di incontrare. Questi incontri mi
rincuorano e sento che possono contribuire a una migliore comprensione tra i
nostri due popoli.

Il ventesimo secolo è stato testimone di enormi cambiamenti in molte
parti del mondo, e anche il Tibet è stato preso in questo vortice. Subito
dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese, nel 1949, l'Esercito
Popolare di Liberazione entrò in Tibet, e ne risultò alla fine l'accordo in
17 punti concluso tra Cina e Tibet nel maggio del 1951.
Quando io fui a Pechino, nel 1954/55, intervenendo al Congresso Nazionale
del Popolo, ebbi l'opportunità di incontrare e di sviluppare un'amicizia
personale con molti dei capi più anziani, compreso lo stesso presidente Mao.
In effetti, il presidente Mao mi diede consiglio su numerose questioni, così
come personali e cortesi rassicurazioni sul futuro del Tibet. Incoraggiato
da queste rassicurazioni, e ispirato dalla dedizione di molti dei capi
rivoluzionari della Cina del tempo, tornai in Tibet pieno di fiducia e
ottimismo. Anche alcuni membri tibetani del Partito Comunista Cinese avevano
una tale fiducia. Dopo il mio ritorno a Lhasa feci ogni possibile sforzo per
cercare un'autentica autonomia regionale per il Tibet all'interno della
famiglia della Repubblica Popolare di Cina. Credevo che ciò avrebbe servito
nel modo migliore gli interessi a lungo termine sia del popolo tibetano sia
di quello cinese.

Sfortunatamente le tensioni, che cominciarono a crescere in Tibet a
partire dal 1956, condussero alla fine alla pacifica insurrezione del 10
marzo del 1959 a Lhasa, e alla mia definitiva fuga in esilio. Sebbene molti
positivi sviluppi abbiano avuto luogo in Tibet sotto il dominio della RPC,
questi sviluppi, come il precedente Panchen Lama fece notare nel gennaio del
1989, furono offuscati da un'immensa sofferenza e da una distruzione su
larga scala. I tibetani furono costretti a vivere in uno stato di costante
paura, mentre il governo cinese manteneva un atteggiamento di diffidenza nei
loro confronti.
Tuttavia, invece di coltivare inimicizia verso i capi cinesi responsabili
della spietata oppressione del popolo tibetano, io pregavo per oro perché
diventassero amici, come ho espresso nei seguenti versi di una preghiera che
ho composto nel 1960, un anno dopo che arrivai in India: "Possano essi
ottenere l'occhio della saggezza che distingue il bene dal male, E possano
essi dimorare nella gloria dell'amicizia e dell'amore." Molti tibetani,
anche bambini delle scuole, recitano questi versi nelle loro preghiere
quotidiane.

Nel 1974, a seguito di serie discussioni con il mio Kashag (il consiglio
dei ministri), in quanto portavoce e presidente dei deputati dell'allora
Assemblea dei Deputati del Popolo Tibetano, decidemmo di trovare una Via di
Mezzo che avrebbe dovuto cercare, non di separare il Tibet dalla Cina, ma di
facilitare il pacifico sviluppo del Tibet. Sebbene non avessimo alcun
contatto all'epoca con la RPC - che era nel mezzo della Rivoluzione
Culturale - avevamo già riconosciuto che, prima o poi, avremmo dovuto
risolvere la questione del Tibet attraverso negoziati. Ammettemmo anche che,
quanto meno rispetto alla modernizzazione e allo sviluppo economico, il
Tibet avrebbe ricavato grandi benefici se fosse rimasto all'interno della
RPC. Sebbene il Tibet avesse un ricco e antico patrimonio culturale, era
infatti materialmente non sviluppato.

Situato sul tetto del mondo, il Tibet è la sorgente di molti tra i
maggiori fiumi dell'Asia.; pertanto la protezione dell'ambiente dell'altopiano
tibetano è di suprema importanza. Poiché la nostra maggiore preoccupazione
è
salvaguardare la cultura buddhista tibetana - radicata come è nei valori
della compassione universale - così come la lingua tibetana e l'unicità
dell'identità
tibetana, abbiamo lavorato con tutto il cuore per ottenere un significativo
autogoverno per tutti i tibetani. La costituzione della RPC prevede per le
nazionalità come i tibetani questo diritto.

Nel 1979 Teng Xiaoping, l'allora supremo capo cinese, assicurò a un mio
emissario personale che "eccezion fatta per l'indipendenza del Tibet, tutte
le altre questioni possono essere negoziate". Poiché avevamo già
formulato
il nostra decisione di cercare una soluzione per la questione tibetana all'interno
della costituzione della RPC, ci trovammo preparati a rispondere a questa
nuova opportunità. I miei rappresentanti si sono incontrati molte volte con
funzionari della RPC. Da quando abbiamo ripreso i contatti nel 2002, abbiamo
avuto sei cicli di colloqui. Tuttavia sulla questione fondamentale non c'è
stato assolutamente alcun risultato. Ciò nonostante, come ho dichiarato
molte volte, io rimango fermamente impegnato nell'approccio della Via di
Mezzo, e rinnovo qui l'attestazione della mia volontà di continuare a
perseguire il processo di dialogo.

Quest'anno il popolo cinese sta attendendo con orgoglio ed entusiasmo l'apertura
dei Giochi Olimpici. Io ho fin dall'inizio sostenuto che a Pechino dovesse
venire attribuita l'opportunità di ospitare i Giochi. La mia posizione
rimane immutata. La Cina ha la popolazione più numerosa del mondo, una lunga
storia e una civiltà estremamente ricca. Oggi, grazie al suo impressionante
progresso economico, sta emergendo come una grande potenza. Questo è
certamente da accogliere con favore. Ma la Cina ha anche bisogno guadagnare
il rispetto e la stima della comunità mondiale attraverso la realizzazione
di una società aperta e armoniosa basata sui principi della trasparenza,
della libertà e della legalità. Per esempio, a tutt'oggi le vittime della
tragedia di Piazza Tienanmen, che ha pesato sulla vita di così tanti
cittadini cinesi, non hanno avuto giusta riparazione né alcun riconoscimento
ufficiale. Similmente, quando migliaia di comuni cinesi nelle aree rurali
soffrono ingiustizia per mano di funzionari locali sfruttatori e corrotti, i
loro legittimi reclami sono ignorati o affrontati aggressivamente. Io
esprimo queste preoccupazioni sia come essere umano, sia come qualcuno che è
pronto a considerare se stesso membro della grande famiglia che è la
Repubblica Popolare Cinese.
Sotto questo aspetto apprezzo e sostengo la politica del presidente Hu
Jintao di creare una "società armoniosa", ma ciò può
nascere solo sulla base
della fiducia reciproca e di un'atmosfera di libertà, includendo la libertà
di parola e la legalità. Credo fortemente che, se questi valori fossero
accolti, molti importanti problemi relativi alle minoranze nazionali
potrebbero essere risolti, tanto la questione del Tibet quanto quella della
Turchia Orientale e della Mongolia Interna, dove i nativi costituiscono solo
il 20% di una popolazione totale di 24 milioni di abitanti.

Avevo sperato che la recente affermazione del presidente Hu Jintao, che
la stabilità e la sicurezza del Tibet riguardano la stabilità e la sicurezza
del paese, potesse annunciare l'alba di una nuova era per la risoluzione del
problema del Tibet. È una sfortuna che, nonostante i miei sinceri sforzi di
non separare il Tibet dalla Cina, i capi della RPC continuino ad accusarmi
di essere un "separatista". Similmente, quando i tibetani a Lhasa e in molte
altre aree protestano spontaneamente per esprimere il loro profondamente
radicato risentimento, le autorità cinesi immediatamente accusano me di aver
orchestrato quelle dimostrazioni. Io ho richiesto un'indagine approfondita
da parte di un organismo autorevole per fare chiarezza in merito a questa
accusa.

Fratelli e sorelle cinesi - ovunque voi siate - con profonda
preoccupazione mi appello a voi per contribuire a sciogliere le
incomprensioni tra le due comunità. Inoltre mi appello a voi perché ci
aiutiate a trovare una pacifica e durevole soluzione al problema del Tibet
attraverso il dialogo, nello spirito della comprensione e della
conciliazione.

Con le mie preghiere,


Il Dalai Lama


28 marzo 2008


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