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storia dell'analisi filosofica e psicologica della religione nel pensiero occidentale moderno

Von: "Il danese, Amleto." <[ [ http://fotosenigallia.splinder.com/ ] Foto Senigallia ]> [Profil]
Datum: 21.05.2008 18:38
Message-ID: <4834500e$0$18146$4fafbaef@reader3.news.tin.it>
Newsgroup: it.cultura.religioni it.cultura.ateismo
La religione è innocente?
Grandi filosofi, prima di Freud, avevano messo a dura prova le credenze
religiose. Basti ricordare almeno, che tra '700 e '800 le basi del
confessionalismo (cristiano-cattolico in particolare) erano state
irrimediabilmente poste in crisi dalle acute analisi di Hume, Kant,
Feuerbach, Marx, fino al celeberrimo "Dio è morto" di Nietzsche. Spazzata
via ogni pretesa ontologica, visto che "l'esistenza non è un predicato
deducibile da un concetto", Dio appariva una congettura utilizzata come
consolazione, controllo sociale, inibizione delle energie vitali ed
intellettuali. Ma nessuno, prima di Sigmund Freud, era giunto a dissolvere
la religione in patologia. Lo scandalo fu grandissimo. Non si perdonava al
fondatore della psicanalisi di aver spiegato che la religione è un'illusione,
dove il credente smarrisce il senso della realtà a vantaggio di fantasie
psichiche, che diventano delirio collettivo nell'acquiescenza del gruppo. In
Psicologia delle masse ed analisi dell'Io (1921), Freud parla di
annullamento della personalità cosciente e di rapimento ipnoide degli
individui, che pensano per immagini prive di riscontro empirico. Poiché
nella religione, la fede è premessa, mezzo e fine, si comprende come i
meccanismi d'induzione suggestionale possano essere talmente contagiosi per
i credenti, da renderli impermeabili a dubbi e incertezze. "Noi crediamo per
fede!" In questo motto si corazza l'automatismo psichico, mentre la
singolarità annega nell'omologazione identitaria. Freud ne L'avvenire di
un'illusione
(1927) scrive: "Prendiamo in considerazione la genesi psichica delle
rappresentazioni religiose. Queste, che si presentano come dogmi, non sono
precipitati dell'esperienza o risultati finali del pensiero, sono illusioni
[...]. Caratteristico dell'illusione è derivare dai desideri umani; per tale
aspetto essa si avvicina ai deliri psichiatrici [...]. Chiamiamo dunque
illusione una credenza, quando nella sua motivazione prevale l'appagamento
di desiderio, e prescindiamo perciò dal suo rapporto con la realtà, proprio
come l'illusione stessa rinunzia alla propria convalida " (L'avvenire di un'illusione
in Il disagio della civiltà, Boringhieri, Torino, 1971, pp. 170-171). Una
diagnosi che disturba ancora oggi. Ma "la psicanalisi è un metodo di
ricerca, uno strumento imparziale"(ibidem,p.177). Pertanto, di fronte ai
meccanismi di proiezione, rimozione, razionalizzazione, sublimazione del
fedele, Freud non può tacere la diagnosi sulle credenze religiose: "un
narcotico con cui l'uomo controlla la sua angoscia, ma ottundono il suo
cervello". L'umanità, dovrebbe impegnarsi a liberarsi da questa illusione:
usufruirebbe di energie razionali preziosissime per la costruzione della
stessa "civiltà". Ma l' impresa è ostica, visto che "quando i
problemi sono
quelli della religione, gli uomini si rendono colpevoli di tutte le
possibili insincerità e scorrettezze intellettuali" (ibidem, pp. 172-173).
Del resto, lo stesso cardine della fede -nota Freud- non sta proprio nel
"credo quia absurdum" teorizzato dai padri della Chiesa? Un'antinomia con
cui hanno dovuto fare i conti i teologi di ogni tempo. Questi, sforzandosi
di dare una struttura logica ai principi religiosi, si sono però invischiati
in una tale ragnatela di contraddizioni e paradossi, che infine sono stati
costretti a rifugiarsi nell'alveo della sovrannaturale verità rivelata: "Le
prove da essi tramandateci sono contenute in scritti che di per sé
comportano tutti i caratteri dell'inattendibilità. Sono pieni di
contraddizioni, rielaborati, falsificati; dove ragguagliano su convalide
fattuali risultano essi stessi privi di convalida. Non giova gran che
affermare [...] che traggono origine dalla rivelazione divina; già di per sé
tale affermazione è infatti parte delle dottrine [...] e nessuna
proposizione può provare se stessa" (ibidem, p.167) La religione appare
quindi, un esercizio filologico su verità supposte, la cui garanzia sarebbe
il mistero divino. Il dio rivelato e metabolizzato nel cristianesimo, che
Freud storicamente considera la "forma ultima assunta nella civiltà bianca,
cristiana" (ibidem, p. 160), è una costruzione del credente, che in nome di
dio inibisce ogni dubbio. Ma allora, possiamo prendere il devoto a modello
di individuo compiuto, come i teologi vorrebbero? Freud utilizza una
metafora: "può l'antropologo darci l'indice cranico di un popolo che segue
il costume di deformare con le fasciature le teste dei bambini sin da quando
son piccoli?" (ibidem, p. 187) Insomma, se in nome della fede si comprime la
razionalità: "E' proprio impossibile che una parte notevole di colpa in
questa relativa atrofia l'abbia l'educazione religiosa?"(ibidem, p. 187).

Sintomatologia del Dio Padre
La dimensione di massa della fenomenologia religiosa è fondamentale per la
sua diffusione, ma anche per occultarne la patologia. Riportiamo un giudizio
di particolare efficacia sintetica, che Freud formula nel terzo saggio di L'uomo
Mosè e la religione monoteistica (1938) rispetto ai dogmi delle religioni:
"portano in sé il carattere dei sintomi psicotici, ma al contempo, come
fenomeno di massa, sfuggono alla maledizione dell'isolamento" (in Opere,
Boringhieri, Torino, 1979, vol.11, p.407). Il credente non prova disagio per
queste illusioni. Non sente il bisogno di ristabilire il senso della realtà.
Considera Verità le sue credenze, perchè sa di condividerle col gruppo dei
fedeli. Sfugge così al peso dell'isolamento, che è la
"maledizione" di ogni
altra sintomatologia nevrotica. In questa prospettiva, i rituali religiosi
possono costituire un formidabile rifugio per le nevrosi individuali. In uno
scritto del 1907, Azioni ossessive e pratiche religiose, Freud afferma:
"Certo non sono io il primo a notare la somiglianza delle cosiddette azioni
ossessive dei nevrotici con le pratiche mediante le quali il credente
attesta la sua devozione religiosa. [...] Coloro che eseguono azioni
ossessive o cerimoniali appartengono -accanto a quelli che soffrono di
pensieri, rappresentazioni, impulsi coatti- a una particolare unità clinica,
per la quale abitualmente si usa il termine nevrosi ossessiva". (in Opere,
Boringhieri, 1980, vol.5, p.341). Come il nevrotico trova consolazione alla
sua angoscia nella coazione a ripetere alcuni comportamenti, così il fedele
nelle cerimonie religiose. Si tratterebbe appunto di una medesima "unità
clinica". Nella reiterazione ritualistica, il credente sposta e condensa
fondamentali istanze pulsionali su un oggetto: il dio che adora. Freud
analizza questo investimento psichico, che sta alla base della religione del
Dio-padre. E' questo un dio unico ed onnipotente, di fronte al quale il
fedele si sente sempre inadeguato, così come lo era da bambino davanti alla
"figura genitoriale". Ne era dominato e per questo ha tremato. Ma ne ha
ricevuto anche amore e protezione. Ha provato laceranti e ambivalenti
sentimenti. Questa figura genitoriale, introiettata come potente Super-io, è
traslata nella religione del Dio-Padre. E continua ad incombere anche sul
figlio adulto, fragile e disobbediente, che cerca guida e conforto nel padre
ideale a cui resta legato (religare = legare, da cui religione): "il motivo
che la psicoanalisi adduce per il formarsi della religione è uno solo: il
contributo infantile alla sua motivazione manifesta [...]. Il motivo del
desiderio ardente del padre coincide pertanto col bisogno di protezione
contro le conseguenze della debolezza umana; la difesa contro
l'insufficienza infantile lascia il suo segno caratteristico sul modo di
reagire dell'adulto contro la sua fatale impotenza, ossia sulla formazione
della religione" (L'avvenire di un'illusione, cit, pp. 163-164). E' questa
la spiegazione psicanalitica, ma anche storica, della nascita della
religione del Dio unico: "il primitivo ha bisogno di un dio come creatore
del mondo, capo supremo della tribù, protettore personale [...]. L'uomo
[...] del nostro tempo, si comporta alla stessa maniera. Anche lui resta
infantile e bisognoso di protezione persino da adulto; pensa di non potere
fare a meno del sostegno del suo dio [...] e quanto più grande è il dio
tanto più sicura è la protezione che può donare" (L'uomo
Mosè e la religione
monoteistica, saggio terzo, cit, p.445). A questo Super-io deificato egli
sacrifica con orgoglio, come faceva da piccolo col genitore, le pulsioni
vietate per guadagnarsi approvazione e protezione. Al Dio-padre, e ai suoi
officianti, il credente chiede: assoluzione dai peccati commessi ed
assicurazione contro le colpe future. Così, nella dimensione religiosa, all'interno
della dicotomia disobbedienza-obbedienza al precetto, manifesta la
sintomatologia del "complesso del padre". Come un nevrotico, cerca di
mediare tra coazione a soddisfare le spinte libidiche e coazione ad
inibirle. Impegnato a rimuovere i desideri profondi e a razionalizzarli in
fobia, è schiacciato dal suo conflitto interiore. Cerca aiuto. E spera di
trovarlo nel sistema di prescrizioni religiose. Qui, l'Io scambia il
sacrificio con la ricompensa promessa: "L'Io si sente elevato, prova
orgoglio per la rinuncia pulsionale come per un atto di gran valore.
[...]Quando l'Io offre al Super-io una rinuncia pulsionale, si aspetta in
compenso più amore." (ibidem, p. 435). E' un investimento affettivo che non
ammette dispersioni (altri dei). E' ristabilita la maestà dell'Unico
Dio-Padre. Così, il popolo ebraico "in una nuova ebbrezza di ascesi morale
[...] s'impose sempre nuove rinunce pulsionali, raggiungendo, almeno nella
dottrina e nel precetto, vertici etici che erano rimasti inaccessibili agli
altri popoli antichi" (ibidem, p. 450). E' un sentimento che ritorna anche
nel cristianesimo. Anzi, l'accresciuto senso di colpa per un'umanità
strutturalmente peccatrice, nella "buona novella" rinsalda a tal punto
l'autorità
paterna, da tributarle il martirio del figlio, nella speranza di una
assoluzione-redenzione universale: "siamo redenti da ogni colpa dacché uno
di noi ha sacrificato la sua vita per assolverci" (ibidem, p. 451). Se per
gli ebrei è centrale la partecipazione al progetto di Dio sulla terra e, in
questo impegno il popolo ebraico si sente eletto; per i cristiani subentra
la liberazione di essere i redenti. Non a caso, in questa religione assume
preminenza un Dio Padre Amore, che compensi la sottomissione-espiazione
richiesta con un rassicurante valore di senso dato all'Universo. Un Dio
onnisciente ed onnipotente con cui annebbiare la individuale responsabilità
della scelta e tenere in scacco le incognite e le paure della fatica di
vivere. Un Dio-Provvidenza che compia il suo disegno finanche in un'altra
vita. Esaurita quella biologica, il credente anela infatti ad una perfetta
quanto infinita beatitudine, come compimento vero ed ultimo dell'universale
provvidenza: "Alla fine tutto il bene trova la sua ricompensa e tutto il
male la sua punizione, se non già in questa forma della vita, nelle
ulteriori esistenze che cominciano dopo la morte. In tal modo tutti i
terrori, le sofferenze e le asperità della vita sono destinati alla
cancellazione[...]"; "Mediante il benigno governo della Provvidenza divina,
l'angoscia di fronte ai pericoli della vita viene calmata, l'istituzione di
un ordine morale universale assicura l'appagamento dell'esigenza di
giustizia, che nella civiltà umana è rimasta così spesso inappagata,
il
prolungarsi dell'esistenza terrena mediante una vita futura istituisce la
struttura spaziale e temporale in cui questi appagamenti di desideri devono
trovare il loro compimento" (L'avvenire di un illusione, cit., pp. 159;
170). Un'aspirazione alla felicità alienata e sublimata in una mitica anima,
purificata da tutta una vita di inibizioni offerte in sacrificio, ma che
alla fine prenda posto accanto al Dio-Padre-Provvidenza nell'immaginifico
cielo. Qui, senza più corpo che spinga agli appetiti pulsionali (peccati),
sarà finalmente pacificata in seno al Super-io deificato. E' l'adempimento
della escatologia, di cui il fedele può avere qualche sentore nell'Eucarestia.

Banchetto Totemico e Banchetto Eucaristico. Dalla religione del padre a
quella del figlio
In Totem e Tabù (1913) Freud prende le mosse dalla teoria darwiniana sull'orda
primordiale. Al pari di altri primati, i nostri più remoti progenitori
sarebbero vissuti in branchi, dominati da un capo-maschio. Un padre-padrone
tirannico e geloso, che possedeva le donne del clan e le teneva gelosamente
lontane dagli altri maschi. La lotta per sostituirsi al capo era crudele e
poteva concludersi con la sua uccisione. Fin qui Darwin. Freud, alla luce
della sua esperienza analitica e servendosi anche di fondamentali studi di
etnologia (in particolare di W. Robertson Smith), ricompone in una trama
unitaria i vari tasselli antropologici sull'orda primordiale. Egli nota, che
tutte le società primitive sono accomunate dalla cerimonia del banchetto
totemico, in cui i membri della tribù uccidono e mangiano un animale sacro
ad un dio o simbolo del dio stesso. Questo rituale, che rappresenta l'unitarietà
sacra del clan, può essere letto come metabolizzazione della drammatica
ribellione al padre-padrone dell'orda, motivata dalle spinte libidiche dei
figli, continuamente represse anche con la punizione (reale o minacciata che
fosse) dell'evirazione. Antichissimo era dunque quel complesso di
castrazione, che, come effetto dei sensi di colpa connessi al complesso di
Edipo, la psicanalisi riscontrava in tanti piccoli pazienti. Si trattava di
una paura ancestrale, che veicolata in tanta mitologia classica, conserva
traccia simbolica nella stessa circoncisione. Nell'orda primordiale, quindi,
bisognava scavare più a fondo. E Freud arriva alla conclusione, che i
rituali del banchetto totemico evocassero l'uccisione del padre-capo dell'orda
da parte dei figli ribelli, che ne avrebbero mangiato il corpo, nella
credenza tipica delle comunità antropofaghe di assimilarne la potenza.
Ucciso il padre, il branco si sarebbe trovato però senza protezione e in
preda a lotte fratricide per la conquista del potere. In questo contesto
sarebbe maturato un senso di colpa collettivo, che avrebbe portato il gruppo
a darsi regole basilari. Si sarebbe così imposta una sorta di "ubbidienza
postuma" alla legge del padre. Di qui i due tabù delle società
primitive:
divieto di profanare il capo (padre-totem) e divieto d'incesto. Il banchetto
dell'orda primordiale deve essere avvenuto, ma -precisa Freud- anche se
fosse solo un prodotto dell'immaginario collettivo, non cambia la sostanza
degli ancestrali conflitti libidici con cui ogni essere umano continua a
misurarsi. C'è un legame dunque, tra i primi desideri del bambino e quelli
delle società primitive, perché "i fondamentali comandamenti del
totemismo,
le due prescrizioni che ne costituiscono il nocciolo, cioé la proibizione di
uccidere il totem e quella di sposare una donna dello stesso totem,
coincidono, nel contenuto, con i due crimini di Edipo, che ha ucciso il
padre e sposato la madre. [...] il sistema totemico è sorto dalle condizioni
del complesso di Edipo" (Totem e Tabù, Newton, 2005, p. 167). Ma le tracce
mnestiche di quel banchetto non si sono esaurite nella mitologia pagana che
ne conserva memoria. Esse sopravvivono nel sacramento eucaristico. Qui
avverrebbe però una singolare inversione dei ruoli: è il figlio Cristo ad
essere sacrificato al padre per rimediare alla colpa originaria:
"sacrificando la propria vita, egli redense tutti i suoi fratelli dal
peccato originale. [...] viene rimesso in vita l'antico banchetto totemico
in forma di Comunione, in cui i fratelli riuniti si cibano della carne e del
sangue del figlio, e non del padre, per santificarsi e identificarsi con
lui" (ibidem, pp. 185-186). E non è di secondaria importanza che il Figlio
sia casto. Solo così può provare al padre il superamento del Complesso di
Edipo: "La riconciliazione col padre è tanto più completa in quanto,
contemporaneamente al sacrificio, si proclama la rinuncia alla donna, che è
stata la causa della ribellione contro il padre" (ibidem, p. 186). In questa
sottomissione del Figlio al Dio-padre, tuttavia, trapelano alcune ambiguità.
Nel mito cristiano, Gesù è egli stesso Dio, incarnatosi per volontà
del
Dio-padre. E' dunque a tutti gli effetti Dio: accanto al Padre, ma identico
al Padre. Così, pur nella riproposizione del Dio unico, ritorna l'incontenibile
psicologica aspirazione del figlio a prendere il posto del padre: "Nello
stesso tempo e con lo stesso atto, il figlio, che offre al padre l'espiazione
più piena, realizza i suoi desideri contro il padre. Diviene egli stesso dio
accanto al padre, o meglio al posto del padre. [...] Ma la Comunione
cristiana è, in fondo, una nuova soppressione del padre, una ripetizione
dell'atto che richiede espiazione" (ibidem, p. 186). L'Eucaristia ricorda
fin troppo la vittoria dei figli sul padre. Il mito di Cristo sostituisce
all'orda paterna l'alleanza del clan fraterno. La religione del padre,
sviluppatasi col monoteismo ebraico, è trasformata dal cristianesimo in
quella del figlio, perchè la morte del figlio: "volta apparentemente alla
riconciliazione col Dio padre, finì col detronizzarlo e sopprimerlo. Il
giudaismo era stato la religione del Padre, il cristianesimo diventò una
religione del Figlio. L'antico Padre divino si ritirò dietro Cristo, e al
suo posto venne Cristo, il figlio, proprio come ogni figlio aveva sperato in
èra remota"(L'uomo Mosè e la religione monoteistica, cit., p 409).
Tuttavia
non è annullato il senso di colpa per la disobbedienza al padre primigenio.
Anzi, questa colpa è divenuta genetica: "Paolo, un ebreo romano di Tarso,
ricuperò questo senso di colpa [...]. Chiamò questa il 'peccato originale'
[...]. Con il peccato originale la morte venne nel mondo. [...] Ma non si
ricordava l'assassinio, si fantasticava piuttosto la sua espiazione, e
perciò questo fantasma poteva essere salutato come messaggio di redenzione
(vangelo)"(ibidem, p. 408). Ma nel fantasma della genetica colpa originale,
che ha preteso la morte del dio-figlio e che suppone l'espiazione eterna di
ogni altro figlio-creatura di dio, permangono tutte le irrisolte
conflittualità connesse al "complesso del padre". La psicanalisi ha
rivelato
come il mistero della religione sia questo complesso.

Fine dell'illusione religiosa. Più scienza meno fede
Freud, in L'avvenire di un'illusione mette in bocca ad un'ipotetica
controparte un luogo comune (riproposto da qualcuno ancora oggi) sulla
religione baluardo della 'civiltà': "Le dottrine religiose non costituiscono
materia su cui si possa cavillare come su qualsiasi altra. La nostra civiltà
è costruita su di esse, il mantenimento della società umana ha come
presupposto che, nella maggioranza, gli uomini credano alla verità di tali
dottrine. Se viene loro insegnato che non esiste alcun Dio onnipotente e
giustissimo, che non vi è ordine divino dell'universo e vita futura, gli
uomini si sentiranno esenti da ogni obbligo di conformarsi ai precetti della
civiltà "(cit, p. 174). Freud invita a riflettere sull'assunto religione
civiltà. Se fosse vero, gli individui dovrebbero essere sempre pacificati
all'interno degli ordinamenti statuali. Inoltre, se la religione fosse
davvero portatrice di civiltà, nel mondo non ci sarebbero state (né
dovrebbero esserci) contese, guerre, ingiustizie. Tutto sarebbe
perfettamente "morale". Al contrario, poiché: "nella religione
l'immoralità
ha trovato in tutti i tempi sostegno non meno della moralità [...] c'è da
chiedersi se non ne abbiamo sopravvalutato la necessità per il genere umano
e se facciamo cosa saggia a fondare su di essa le nostre esigenze civili"
(ibidem, p. 178). Freud, che vive in contesto dove stanno prendendo corpo
grandi rivendicazioni e scontri sociali, sottolinea inoltre, che l'uso della
religione come grande imbonitore di massa non funzionerà a lungo, perchè gli
oppressi si accorgeranno dell'inganno. Allora, ci sarà il rischio che le
legittime aspirazioni alla libertà e alla giustizia sociale esploderanno in
modo incontrollato e, proprio come avviene per le pulsioni represse, le
conseguenze potrebbero essere devastanti per ogni convivenza civile. Tutto
questo dovrebbe far pensare al fatto, che forse: "converrebbe senz'alcun
dubbio lasciare Dio del tutto fuori dal giuoco e ammettere onestamente l'origine
puramente umana di tutti gli ordinamenti e di tutte le norme civili"
(ibidem, p. 181). L'attenzione si sposterebbe allora sugli individui
storici. E questi non potrebbero più celarsi dietro misteriosi disegni
divini che li sollevino dall'ignavia di non fare quanto è nelle loro
(nostre) effettive possibilità. Quando non c'è la consolazione del cielo,
diviene imperdonabile non provare a costruire una vita più felice per
ognuno: "Distogliendo [...] dall'al di là le sue speranze e concentrando
sulla vita terrena tutte le forze rese così disponibili, l'uomo
probabilmente riuscirà a rendere la vita sopportabile per tutti e la civiltà
non più oppressiva per alcuno" (ibidem, cit. p. 190). In questo la scienza
avrà un ruolo determinante. Di fronte ad essa, piaccia o non piaccia, la
religione è destinata a ritirarsi, fino ad esaurirsi: "Crediamo che sulla
realtà dell'universo il lavoro scientifico possa apprendere qualcosa,
tramite cui possiamo accrescere il nostro potere e ordinare la nostra vita
[...] mediante numerosi e importanti successi la scienza ci ha dato la prova
di non essere un'illusione. Essa ha molti nemici dichiarati, e assai più
nemici nascosti, che non possono perdonarle di avere indebolito la fede
religiosa e di minacciare di abbatterla. [...] No, la nostra scienza non è
un'illusione. Sarebbe invece un'illusione credere di poter ricevere altronde
ciò che essa non può darci" (ibidem, pp. 195-196). Progresso della
scienza,
riduzione dell'ignoranza e promozione sociale, saranno le vie maestre su cui
si incamminerà la ragione per affrontare la vita. E perchè questo avvenga:
"vale la pena di fare il tentativo di un'educazione irreligiosa [...] L'uomo
non può rimanere sempre bambino, deve alla fine avventurarsi nella 'vita
ostile'. Questa può essere chiamata l'educazione alla realtà" (ibidem,
pp.
188-189). E' la terapia di liberazione dalla nevrosi della fede. E perché
ognuno possa fare a meno del "dolce veleno" della religione, bisognerà
che
si disintossichi dal "complesso del padre". Due differenti concezioni del
mondo si fronteggiano: l'una considera l'essere umano eterno minore,
bisognoso di un padre eterno che lo indirizzi e lo domini; l'altra ha
fiducia nella ragione e nelle capacità di ciascuno per gestire autonomamente
il peso della libertà. La sfida è tutta qui. E la partita è ancora
aperta.
Ma con Freud, possiamo essere abbastanza ottimisti: "da supporre che l'umanità
supererà tale fase nevrotica (religione -ndr.) così come, crescendo, molti
bambini guariscono della loro analoga nevrosi "( ibidem, p. 193). L'illusione
religiosa è destinata ad esaurirsi, perché: "la voce dell'intelletto
è
fioca, ma non ha pace finché non ottiene ascolto. Alla fine dopo ripetuti
innumerevoli rifiuti, lo trova. Questo è uno dei pochi punti sui quali si
può essere ottimisti per l'avvenire dell'umanità" (ibidem, p. 193).
Queste
le conclusioni del grande ebreo ateo. Attualmente le cose sembrerebbero
andare in senso opposto. Almeno stando al successo delle adunate papiste, o
a quelle dei predicatori di massa. Ma, visto lo scarto esistente tra
precetti religiosi e reali comportamenti individuali (dei fedeli compresi),
è forse legittimo sospettare che la religione celebri in tanta ostentazione
massmediatica un qualche disagio. E questo probabilmente forse serpeggia
anche nei palazzi vaticani, se papa Ratzinger, ha dovuto ammettere di fronte
al male totale della Shoah, che quantomeno Dio è stato in silenzio. Un
silenzio ancora più inquietante, se interpretato come provvidenziale
assenso. Se così fosse, per Dio come garanzia della morale individuale e
collettiva (civiltà) ci sarebbe ben poco spazio. E' la fine di ogni
teodicea. Nata per rafforzare Dio, con la sua stessa pretesa di affermare la
giustizia del progetto divino nel mondo, alla fine ha messo in crisi ogni
possibilità di legittimare l'esistenza stessa di Dio. A meno che (eresia),
non si consideri sul palcoscenico del mondo dio protagonista anche del male.
Oppure si affermi che la religione è un'illusione. Chiuso il sipario! Per
mancanza dell'attore protagonista.



di Maria Mantello
Testo pubblicato sul n° 89 di Lettera Internazionale
http://www.kore.it/caffe2/freud.htm

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Sentence of the Day:
<<the word God is for me nothing more than the expression and product of
human weaknesses, the Bible a collection of honorable but still primitive
legends which are nevertheless pretty childish.>> A. Einstein



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