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Effetto Iraq... Texas, strage nella base militare

Von: .sergio. (senzanome2222@yahoo.it) [Profil]
Datum: 06.11.2009 14:18
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Texas, strage nella base militare
il responsabile è sopravvissutoAncora da chiarire le motivazioni della
carneficina
A quanto pare l'omicida non voleva partire per l'Ira
dal nostro inviato ANGELO AQUARO


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» LE FOTO
» I VIDEONEW YORK - Malik Nidal Hasan, maggiore dell'esercito degli
Stati Uniti d'America, professione psichiatra, non partirà più per
l'Iraq. E non partiranno più neppure quei tredici ragazzi finiti sotto
i suoi colpi: uccisi, sterminati nel Soldier Readiness Facility, il
centro medico di Fort Hood, Texas. Ma a differenza di quei ragazzi,
Malik, l'autore della strage che ha fatto ripiombare l'America
nell'incubo del terrorismo, non morirà. Non per ora. "La sua morte non
è imminente": ha detto proprio così il generale Bob Cone, "non
è
imminente", nell'ultima, incredibile conferenza stampa di una giornata
d'inferno. L'ultimo colpo di scena.

Il killer di Fort Hoods non è morto. La rivelazione arriva più di sei
ore dopo la strage, nella notte americana, quando tutti i giornali del
mondo hanno già mandato in stampa la notizia dello psichiatra-killer
ucciso. Invece Malik è vivo e nelle mani della polizia. Ma ormai c'è
poco da scoprire. "Non voleva partire per l'Iraq", dicono i suoi amici
alla base. Il colonnello Terry Lee, che ha lavorato con lui, racconta
che il maggiore sarebbe stato spedito in Iraq. E che per quell'ex
ragazzo single di 39 anni, musulmano religiosissimo, americano di
origine giordana, ormai era diventata un'ossessione: Barack Obama ci
porterà fuori da qui, il presidente ci porterà fuori dalla guerra.

Il maggiore che non voleva andare al fronte ha fatto una strage
impugnando due pistole: fuoco sui soldati, fuoco sui civili, fuoco sui
poliziotti. Quando un agente riesce a colpirlo è la fine dell'incubo,
di quella "terrificante esplosione di violenza", come la definisce il
Comandante in Capo dell'esercito Usa, il presidente Barack Obama. La
Casa Bianca in contatto con il Pentagono, mobilitato l'antiterrorismo.
Allarme altissimo in tutte le basi militari Usa. Si ferma il Congresso
in un minuto di silenzio. Il governatore del Texas, Dick Perry, ordina
bandiere a mezz'asta. Tutta l'America paralizzata davanti alle tv.

Tredici vittime, 31 feriti: una carneficina. Fort Hood è una delle
basi militari più grandi del mondo, la casa dei soldati che stanno per
partire per l'Afghanistan e per l'Iraq. "Questa è un'esecuzione,
un'azione deliberata, predeterminata" dice il generale Robert Scales,
l'esperto militare della Fox. Ha ragione: ma non ci sono complici, non
c'è il commando.

L'Fbi prima esclude la pista del terrorismo, poi la notizia del nome
dell'attentatore riapre scenari inquietanti. C'è chi fa circolare il
sospetto che si tratti di un americano che avrebbe cambiato il suo
nome dopo essersi convertito all'Islam. Era uno psichiatra. Era stato
riassegnato al Forte recentemente. Sarebbe dovuto partire per l'Iraq.
Aveva passato sei anni al Walter Reed, l'ospedale militare più famoso
d'America. Le ultime valutazioni non erano per niente buone, anzi.

La sparatoria si scatena nel centro medico dove vengono svolti gli
ultimi accertamenti prima della partenza. A poca distanza c'è l'Hozwe,
il teatro della base: c'è una cerimonia di fine corso. Nel Forte
scatta lo stato di assedio. Il presidente viene avvisato, interviene
in una conferenza stampa: "Non conosciamo ancora i dettagli, c'è stata
una sparatoria, molti uomini in uniforme sono stati uccisi, altri
feriti: è sconvolgente sapere che uomini e donne in uniforme muoiono
in territori di guerra, ma è ancora più sconvolgente quando avviene
sul territorio americano"

La base di Fort Hood è un pezzo di storia d'America, una struttura che
risale alla seconda guerra mondiale trasformatasi in una vera e
propria città militare, più di 30mila le persone ospitate tra soldati
e familiari, centri commerciali, un teatro, un campo di softball. Fort
Hood si trova a metà strada, cento chilometri, tra Austin e Waco, la
città tragicamente famosa per il suicidio di massa della setta dei
davidiani. Faizul Khan, l'ex imam della moschea di Silver Spring, se
lo ricorda bene quel ragazzo che si lamentava di non trovare una
moglie. Ma nessuno - come sempre in questi casi - avrebbe mai
sospettato questo orrore.

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