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I bambini di Gaza «grandi» per forza

Von: .sergio. (senzanome2222@yahoo.it) [Profil]
Datum: 10.06.2008 15:01
Message-ID: <g2ltus$fab$1@news.newsland.it>
Newsgroup: it.cultura.militare
I bambini di Gaza «grandi» per forza
Umberto De Giovannangeli


Rabh Masoud ha 8 anni e vice con i genitori e sei fratelli in un
monolocale a Jabaliya, il più grande campo profughi nella Striscia di
Gaza, vicino al confine con Israele. «Per dormire - dice - dobbiamo fare i
turni - i miei fratellini sono terrorizzati dai bombardamenti. Piangono, e
per giorni si rifiutano di uscire. Io provo a far loro coraggio, ma
anch´io ho paura, tanta paura». Subhiya ha 6 anni e vive anche lei con la
famiglia a Jabaliya. La sua salute non è buona. La bimba soffre di
orifizio ovale, problemi di deambulazione, deviazione al setto nasale e ha
un fragile sistema nervoso. Necessità di un´assistenza medica
pressoché
costante. Il padre di Subhiya è morto sotto un bombardamento. Ora la sua
famiglia dipende interamente dagli aiuti umanitari delle organizzazioni
non governative.

La vita bloccata dei bimbi di Gaza. Storie di sofferenze, patimenti,
mancanza di tutto che marchia fin dai primi giorni la vita di bambine e
bambine «ingabbiati» in quella enorme prigione a cielo aperto che è
Gaza.
Storie di vite bloccate. In attesa di un aiuto che tarda ad arrivare.
Storie come quelle dei bambini della scuola elementare Omar Bin Abdul Aziz
che tornati a scuola dopo la pausa invernale, hanno trovato le aule buie e
fredde: in quella scuola, come nelle altre 400 della Striscia, la corrente
elettrica è saltuaria e le finestre sono murate per proteggere gli alunni
da proiettili vaganti. Storie di piccole vite appese a un filo. A Gaza
anche gli aiuti umanitari sono soggetti a restrizioni. Aya, 4 anni,
affetta da meningite ha atteso per tre mesi il permesso di essere curata
in Israele. Dopo tanto penare, l´agognato permesso alla fine è arrivato,
per Aya ma non per i suoi genitori, che non potranno quindi accompagnarla.
Storie di bambini costretti a divenire «grandi» prima del tempo. Come
Ahmed, 11 anni e 5 fratelli e sorelle più piccole. Ahmed deve mantenere la
famiglia dopo che il padre, Nabil, è stato ucciso, due anni fa, in un raid
di Tsahal a Khan Yunes, sempre nella Striscia. «La mera sopravvivenza è
ormai lo standard di vita dei bambini di Gaza», sottolinea un recente
rapporto dell´Unicef. I bambini di Gaza piangono per l´orrore e
l´indifferenza. Uno studio della Queen´s University ha rivelato che il 90%
dei bambini di Gaza sono state vittime dirette di gas lacrimogeni,
perquisizioni alle proprie case, danni personali e testimoni di sparatorie
ed esplosioni. Dall´inizio della seconda Intifada, settembre 2000, studi
del Gaza Community Mental Health Programme, indicano che il 70% dei
bambini non riesce a concentrarsi, il 96% ha paura del buio, il 35% si
isola e il 45% soffre alti livelli di ansia e di stress. «Abbiamo visto
che i bambini non vogliono uscire perché sanno che qualcosa di terribile
gli può succedere in qualsiasi momento, sono aumentate le liti in casa,
così come il numero dei minori con incubi o attacchi di panico», riferisce
il dottor Fadel Abu Hin, specialista del centro.

L´infanzia cancellata. Come quella di Faysal, 6 anni, che da quella notte
di fuoco, due anni fa, ha lo sguardo perso nel vuoto: quella notte, Faysal
ha visto morire sua madre, Zahira, colpita da una pallottola vagante: a
Rafah, era in corso un raid dell´esercito israeliano. Da quel giorno, il
piccolo Faysal non ha più parlato. Se potesse parlare, Faysal
racconterebbe una storia comune alla grande maggioranza degli 884mila
bambini di Gaza, dei quali 588mila sono rifugiati. È la storia di Ayman,
13 anni, e della sua sorellina, Amira, 5 anni: le sparatorie e i
bombardamenti hanno terrorizzato così tanto Amira, racconta Ayman, che
«mia sorella continua a svegliarsi di notte urlando». Ayman ha un sogno:
poter studiare. Ayman e i suoi fratelli leggono a lume di candela. A causa
del blocco dei rifornimenti di carburante (imposto da Israele in risposta
ai lanci di razzi da Gaza) l´elettricità è sospesa per 8 ore al
giorno.
«La notte - racconta - accendiamo una candela e fino a quando non si
spegne facciamo i compiti...La scuola? È stata bombardata e da mesi siamo
costretti a restare a casa...». «Una intera generazione di bambini
giornalmente assiste sempre più a episodi di violenza , persino
all´interno delle scuole. Uno studio della Birzeit University ha rilevato
che il 45% degli studenti nella Striscia di Gaza ha visto la propria
scuola assediata dall´esercito israeliano, il 18% ha assistito
all´uccisione di un compagno di scuola e il 13% a quello di un
insegnante», rileva Save the Children, la più grande organizzazione
internazionale indipendente per la tutela e la promozione dei diritti dei
bambini nel mondo. Ma i bambini di Gaza non hanno diritti. E neanche
speranze. Bamini come Talal, 5 anni. che allo staff di Save the Children
racconta: «Vado all´asilo ogni giorno da solo. Ho paura quando vado da
solo. Ho paura che gli israeliani mi spareranno. Vorrei che fosse mia
madre a portarmi all´asilo, ma mia madre è occupata. Mio padre è stato
arrestato dagli israeliani e adesso è in prigione. Ho visto gli israeliani
prenderlo. Non l´ho più visto d´allora».

A Gaza gioco e realtà s´intrecciano. Marchiati da un comun denominatore:
la violenza. Fra la polvere e la sabbia nell´infuocata periferia di Gaza
City, i piccoli palestinesi giocano alla guerra. Ma non a una guerra
lontana, come fanno milioni di altri bambini del mondo, ma alla guerra
vera, proprio quella che praticamente ogni giorno si combatte davanti alle
loro case. La guerra con Israele. La guerra tra Fatah e Hamas. Realtà e
gioco. «Se noi catturiamo un giocatore di Hamas - dice Ahmed, 11 anni, che
nella battaglia indossa l´uniforme di Al Fatah - possiamo deciderlo di
picchiarlo, oppure ucciderlo subito. Ma se l´altra squadra ha fatto uno di
noi prigioniero, allora scambiamo i due giocatori, e torniamo alla
pari...». La squadra di Hamas è appena riuscita a scoprire il nascondiglio
di tre miliziani di Fatah: come a mosca cieca basta toccarli perché in
questa finzione si considerino presi. Hamas adesso non ha nessuno dei
propri giocatori da liberare, e così sfrutta il vantaggio. I tre giocatori
avversari vengono fatti inginocchiare, urlano «aiuto, aiuto» ma secondo un
copione che si ripete mille volte, vengono fucilati senza esitazione.
«Boom, boom, boom», scandisce il bambino tenendo puntato il fucile di
legno. Poi si ricomincia, con tre punti di vantaggio. Quel giorno Nabil, 9
anni, era fiero delle sue nuovissime scarpe da calcio. Nabil non vedeva
l´ora di raggiungere i suoi amici nel campetto di calcio a Jabaliya. Nabil
era in ritardo, e quei minuti gli hanno salvato la vita. Il campo di
calcio era stato raggiunto da granate sparate da carri armati israeliani.
Nabil ha visto morire quattro bambini. Dilaniati dall´esplosione. Ancora
oggi, a distanza di mesi, Nabil piange mentre ricorda di aver visto la
testa decapitata di suo cugino lanciata lontano dal suo corpo, dalle sue
braccia e dalle sue gambe, lontano da dove stavano giocando a calcio.
Piange mentre racconta la storia, il piccolo Nabil, e le sue lacrime gli
fanno più male del suo dolore psicologico, dal momento che ha ustioni
sugli occhi. Ricordo di un incubo che porterà sempre con sé.



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visitate http://www.comunisti-italiani.it/frames/index.htm
http://www.larinascita.org
http://www.italia-cuba.it/associazione/associazione.htm

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