piccolo mondo antico
Von: Davide Pioggia (duca_d_auge@yahoo.com) [Profil]
Datum: 03.07.2008 21:31
Message-ID: <AO9bk.109929$FR.366108@twister1.libero.it>
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
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Immaginiamo una società che per secoli si è retta su una struttura sociale ed economica statica, nella quale ognuno fin dalla nascita sapeva già quale era il suo posto, quali erano i suoi diritti e i suoi doveri e quali erano le aspettative del suo ambiente sociale (famiglia, amici, eccetera) nei suoi confronti. Ad un certo punto quel sistema diventa improduttivo, e per stare al passo con le mutate esigenze ha bisogno di aumentare la produttività dei singoli individui. Ma per aumentare la produttività in modo incisivo bisogna lasciare spazio alla iniziativa individuale, e allora ecco che improvvisa- mente la scena pubblica viene occupata da folle vocianti che reclamano diritti e diritti e diritti, che pigolano «io, io, io», che si arricchiscono trafficando con merci e denaro, che aggrediscono l'ambiente naturale per sfruttarne a fondo tutte le risorse e per piegarlo alla propria volontà, che non hanno alcun pudore a manifestare ogni loro voglia e a reclamarne la soddisfazione. Finché ad imporre ogni voglia e ogni capriccio era una casta di aristocratici, educati fin da piccoli ad esercitare il potere ed a farlo con autorevolezza e stile, si poteva perdonare loro qualunque cosa. Ad esempio se uno di questi aristocratici rapiva la donna di un altro e quell'altro per difendere il proprio onore gli dichiarava guerra, a tutti appariva una nobile impresa che migliaia di guerrieri andassero per anni a farsi sbudellare adducendo infiniti lutti alla parte avversa. Ma ora le cose sono diverse. Ora ci sono questi mercanti che vengono su dal nulla, che magari fino a poco tempo prima erano servi o addirittura schiavi, e che non ne vogliono sapere di stare al loro posto, ma trafficano con le loro vili merci e il loro vile denaro, che passano le loro giornate nei mercati per attirare i passanti come meretrici, che non hanno alcuna vergogna, e che per guadagnare una moneta in più sono disposti a qualunque meschinità, a qualunque furbizia, a qualunque ammiccamento. Costoro non hanno alcun ritegno a mostrare la loro ingordigia, e si mostrano senza vergogna nell'atto di abbuffarsi. Anziché celare con signorilità le loro ricchezze pretendono invece di ostentarle volgarmente e lo fanno con voluttà, mostrando per altro un gusto barbaro da arricchiti. E non è finita qui, perché fra coloro che vogliono mettere le mani sul potere ci sono anche le classi sociali emergenti degli avvocati e dei tecnici. Fino ad allora degli avvocati non c'era stato alcun bisogno. La proprietà veniva conquistata e difesa con la spada in tempo di guerra, e poi tramandata per diritto ereditario in tempo di pace. Nessun servo avrebbe mai osato avanzare delle pretese sul patrimonio degli aristocratici. Ora invece quelli che furono servi si spartiscono quei patrimoni nei tribunali, come lupi che si avventano su un animale ferito, e vince sempre quello che ha meno scrupoli e che può pagare gli avvocati più bravi a infilarsi nelle pieghe del dettato delle norme scritte. Quanto ai tecnici (alcuni dei quali ambiscono al titolo di scienziati, come se l'arte di trafficare con le cose fosse una vera scienza) a prima vista non mostrano tutta l'ingordigia di coloro che bramano solo di mettere le mani sulle ricchezze, ma sembrano quasi votati ad una nobile impresa dell'intelletto. Però quando li si conosce un meglio ci si rende conto che essi inseguono una bramosia ancora più sfrenata, e se disprezzano l'oro e le cariche pubbliche è solo perché quello è un potere che pare loro indegno del loro valore. Costoro ambiscono invece a dominare il mondo in ogni singolo aspetto, e a trasformarlo illimitatamente, dominati come sono da una hybris che prima ancora che essere sacrilega assomiglia al delirio dei folli. Tutti costoro, che non hanno alcun pudore a mostrare le loro bramosie e a pretendere che esse vengano soddisfatte, sono spesso una spina nel fianco di quegli aristocratici che prima di allora avevano i loro privilegi garantiti per diritto ereditario, e ora invece si vedono scavalcati da queste classi emergenti che si avventano sui loro beni. Vedendo che la realtà premia la bramosia e la volgarità anziché la nobiltà e la raffinatezza, gli aristocratici provano disgusto e melanconia, e spesso sono tentati di compiere un suicidio sociale o di raccogliere le loro forze per dare un ultimo feroce colpo di coda che liberi le case dei loro avi da quei barbari usurpatori. Ma non solo gli aristocratici a provare disprezzo e fastidio per questi arrampicatori sociali privi di ritegno. Anche coloro che appartengono alle classi sociali dalle quali essi si sono emancipati li detestano, al punto tale che preferirebbero tornare a passare la vita chini sulle terre degli aristocratici piuttosto che lavorare mezza giornata alle dipendenze dei nuovi ricchi. Infatti quando colui che proviene dalla tua stessa classe sociale ed è cresciuto accanto a te, anziché accettare il ruolo che la fortuna gli ha assegnato alla nascita comincia a darsi da fare per affermarsi e alla fine ci riesce, tutto il rispetto che tu avevi per te stesso e che il tuo ambiente sociale avrebbe avuto per te se non ci fosse stato quello "scandalo", viene improvvisamente a vacillare. Con quali occhi ti guarderanno i tuoi genitori, tua moglie e i tuoi figli, e i tuoi amici, se tu mostrerai di non sapere e non volere cogliere tutte le opportunità che ha colto il tuo compagno di giochi dell'infanzia, il quale è partito assieme a te e ora magari si è costruito una villa immensa nel quartiere più prestigioso della città, mentre tu hai continuato a portare la soma che ti sei trovato sulle spalle alla nascita? Certo, c'è una dignità anche nel portare quella soma, soprattutto se la strada per emergere è fatta di raggiri e bramosia volgare e magari pure violenta, eppure quella serenità, quella pace con sé stessi e con il mondo, che veniva dallo stare al proprio posto in una società statica, quella serenità e quella pace sono perdute per sempre, ed hanno fatto spazio alla frustrazione, alla depressione, alla perdita dell'autostima e al rancore sociale. Ecco, questo quadretto che ho appena delineato era quello che si presentava agli occhi di un filosofo del V secolo prima dell'era volgare, e - come si dice in questi casi - ogni riferimento ad altre epoche o ad altri luoghi è puramente casuale. Che cosa poteva fare dunque il nostro filosofo per arrestare quell'orda di barbari che si erano avventati come lupi a lacerare un mondo che per secoli era rimasto statico e rassicurante? Quella è un'epoca nella quale molti sono ancora legati ai valori tradizionali, ma molti di questi non non vorrebbero perdere le ampie opportunità che possono venire dalla grande energia messa in campo dalla iniziativa individuale appena liberata. Costoro vorrebbero realizzare una società nella quale i mercanti, gli avvocati e i tecnici abbiano un loro spazio, evitando però che i tutti i rapporti materiali fra gli uomini si riducano completamente a rapporti economici e scambio di denaro, che l'etica e la giustizia si riducano alla capacità di spuntarla in tribunale, e che il rapporto dell'uomo con l'ambiente che lo circonda si riduca ad un progetto di dominio. Insomma costoro ritengono, come si dice, di poter cavalcare la tigre, di trovare un compromesso che dia potere alle nuove figure sociali evitando al contempo che queste si prendano tutto il potere disponibile. Altri però non sono d'accordo, e ritengono che non si debba fare alcuna concessione in questo senso. Costoro sostengono che quella è una strada senza ritorno, che una volta che ci si affidi al denaro e alle tecniche poi ci si troverà a dipendere da esse, e ogni volta che si renderà necessaria una scelta per aumentare la produttività o il controllo dell'ambiente ci si troverà costretti a fare quella scelta, per non scatenare la ribellione di chi si vedesse privato di una opportunità a portata di mano, e anche per non rischiare che di restare in posizione subordinata rispetto ad altre comunità. Fra coloro che non sono d'accordo ci sono diversi filosofi, e fra questi ce ne sono un gruppetto che - per quanto apparentemente discordanti fra di loro - hanno parecchie cose in comune. Ciò che hanno in comune, però, non sta tanto nei loro sistemi filosofici (che, come ho detto, spesso non sono compatibili), quanto piuttosto in certi tratti personali. Ad esempio sono quasi tutti lucidi e intelligenti. Abbastanza lucidi e intelligenti da rendersi conto perfettamente che l'ondata che sta montando non è assoluta- mente arrestabile adottando quei compromessi e ponendo quei limiti che ai più moderati sembrano una strada percorribile. Questi filosofi sanno bene che quella è una forza che, una volta scatenata, non può più essere arrestata. Così come sanno bene che non serve agire in questo senso all'interno della propria comunità, perché basta che da qualche parte nel mondo ci sia una sola comunità che imbocca la strada dell'accrescimento della potenza materiale perché tutte le altre comunità si ritrovino costrette a seguire quella comunità su quella strada. (Qui veramente potremmo osservare che questi filosofi non hanno nulla da ridire circa il passato, quando l'escalation degli armamenti avveniva a livello ideologico, per cui bastava che saltasse fuori una compagine imperiale che usava degli strumenti ideologici per schierare gli eserciti ed ecco che il resto del mondo era costretto a imboccare la stessa strada o ad essere spazzato via da quegli eserciti.) Ma c'è di più. Perché il ragionamento che abbiamo appena fatto lo può fare chiunque, anche chi non abbia alcun interesse filosofico, e sia semplicemente interessato alla politica o alla vita pubblica. La preoccupazione del filosofo invece si spinge oltre, e prende atto che le nuove figure sociali non si limitano a determinare le prassi adottate dalla propria comunità, ma assieme a quelle prassi stanno anche imponendo una certa visione del mondo, nella quale tutto è unicamente determinato dai rapporti di forza. Secondo quella visione del mondo l'etica non è più il tentativo di adeguarsi ad un ideale di Giustizia, ma ha ragione chi ha la forza di farsi legittimare da quel monopolio della forza che a sua volta ha la forza di autolegittimarsi. Quanto ai rapporti fra gli esseri umani, tutto sembra ridursi a merce di scambio, compresi quei sentimenti che una volta davano tanto calore e sicurezza perché venivano circondati da un alone di sacralità. E infine il rapporto dell'uomo con il mondo viene concepito come la condizione di un essere gettato in un ambiente che appare allo stesso tempo ostile e indifferente, e che prima o poi lo travolgerà dissolvendolo, per cui tutto ciò che si può fare è far durare qualche giorno in più questa lotta vana e tutto sommato insensata. Qui bisogna dire che i diretti interessati (cioè i mercanti, gli avvocati e i tecnici) per lo più si guardano bene dal condividere questa concezione del mondo cinica e disperata. Anzi, molti di coloro che appartengono a queste nuove classi sociali ritengono che le forze concrete mobilitate dal loro lavorano possano essere messe al servizio dell'uomo, per accrescere il suo benessere materiale e anche per creare le condizioni materiali affinché possano essere riconosciuti i suoi diritti fondamentali, eccetera. E questa non è una banale ipocrisia, perché ci sono molti di questi appartenenti alle nuove classi sociali che si impegnano attivamente in questo senso. Ad esempio ci sono grandi imprenditori che dopo aver costruito aziende colossali capaci di realizzare immensi profitti decidono di ridistribuire una buona fetta di quei profitti ai più diseredati del mondo. Ci sono avvocati che difendono gratuitamente coloro che non se lo possono permettere. E ci sono scienziati che si impegnano attivamente per portare l'istruzione dove non c'è, per portare la medicina e la ricerca scientifica dove non ci sono, eccetera. Tutti costoro poi sono impegnati nella realizzazione della pace mondiale, nella lotta contro i regimi dittatoriali e in altre nobili imprese, e considerano la loro visione del mondo un toccasana per il benessere dell'umanità. I filosofi di cui parlavo sopra, però, non danno alcun credito a costoro, ma anzi li considerano degli illusi o dei disgraziati che non si rendono nemmeno conto delle implicazioni delle ideologie di cui si fanno portatori. Anziché provare stima per queste persone, quei filosofi li guardano inorriditi come si guarda il portatore sano e inconsapevole di una grave malattia che può scatenare una epidemia devastante. Oltretutto se l'uomo della strada può permettersi di usare ciò che viene prodotto da quelle forze senza recepire anche la concezione del mondo che le sostiene, il filosofo non può certo fare finta di niente, anche perché egli si sente direttamente investito dalla esigenza di analizzare il discorso pubblico, e un discorso pubblico che pretenda di usare tutti i prodotti della tecnica continuando a proclamare ufficialmente la propria aderenza ai valori del passato per questi filosofi - che sono molto intelligenti e vedono bene tutte le implicazioni di ogni atto e di ogni affermazione - è un discorso pubblico insensato e contraddittorio, che non solo è destinato a dissolversi, ma così com'è può essere forse accettabile e confortante per la persona comune, ma per il filosofo è da rigettare come una pia illusione, la quale nel momento in cui si mostra come tale anziché confortare fa disperare ancora di più. Questi filosofi dunque si vengono a trovare in una condizione piuttosto critica. Essendo lucidi e intelligenti essi da una parte capiscono che le nuove forze che si sono attivate non possono essere fermate concretamente, e allo stesso tempo vedono chiaramente le estreme conseguenze e le implicazioni ultime della visione del mondo su cui si fondano le pratiche messe in atto da quelle forze. E allora essi decidono di colpire la bestia nell'unico punto in cui può essere vulnerabile, cioè nel momento in cui la bestia si affaccia al mondo e tenta di indicare con il dito quel mondo di cui sta per impossessarsi. Posto di fronte al mercante che allunga avidamente le sue mani sulle ricchezze, o di fronte allo scienziato che allunga le sue mani sul mondo per dominarlo, entrambi con la voluttà di chi non esita a manifestare i propri desideri e a pretenderne la soddisfazione, il filosofo li guarda con uno sguardo di severo disprezzo, e dice loro che quel mondo non esiste; che essi stessi, quella presunte cose che pigolano «io, io, io» e che pretendono di arraffare tutto, anche quelle presunte cose non esistono: sono illusioni. Certo, può sembrare che esistano, e anche il filosofo non sa spiegarsi chiaramente come si possa essere finiti in questa caverna di ombre e apparenze, ma sta di fatto che la ragione mostra tutto ciò come contraddittorio, e ciò che è contraddittorio va respinto come irreale. Qualcuno starà pensando che il filosofo facendo questo paga un prezzo carissimo. Pur di non lasciare il mondo nelle mani del mercante e dello scienziato esso è disposto a distruggerlo, a farlo sparire dal discorso pubblico. È necessario pagare un prezzo così alto? E ha senso farlo? Ho già detto che questi sono filosofi molto intelligenti. Essi capiscono benissimo che basta lasciare che i barbari possano indicare una porzione qualunque di quel mondo sul quale si sono affacciati per conquistarlo, e tutto è perduto. Basta che i barbari possano dire che quando *tu* arrivi a casa, e trovi la porta chiusa, e *vuoi* che la porta *non sia come è*, cioè chiusa, allora puoi *fare* qualcosa, ma non qualunque cosa, perché la porta da che era chiusa divenga aperta, ecco, basta che i barbari possano dire anche una cosa così semplice, che per il senso comune è del tutto evidente e indiscutibile, affinché il loro dominio sul mondo non possa più essere contrastato da nulla, essendo vane le illusioni di coloro che ritengono di poter accogliere quella visione del mondo "ponendole dei limiti". Certo, magari si potrà votare una legge che impedisca agli scienziati di fare certi esperimenti, o ai mercanti di produrre certe merci e realizzare certi profitti, ma questi limiti pratici - anche quando possano resistere all'incalzare della necessità - non avranno alcun effetto sull'imporsi della visione del mondo che viene veicolata da quelle prassi, anche da quelle che si sono proibite, e forse anche più da queste che da quelle lecite, ché proibendole si riconosce implicitamente il loro potere di modificare profondamente la realtà. Dunque il filosofo non può lasciare nemmeno che i barbari dicano che quando *tu* arrivi a casa, e trovi la porta chiusa, e *vuoi* che la porta *non sia come è*, cioè chiusa, allora puoi *fare* qualcosa, ma non qualunque cosa, perché la porta da che era chiusa divenga aperta. E per stare dalla parte del sicuro il filosofo farà bene a minare quanto più possibile quella affermazione, negando l'individuo che vuole, la possibilità di fare, o addirittura tutto quel mondo nel quale ci sarebbero degli individui che vogliono e che fanno. Mentre il filosofo si impegna in questa eroica difesa, coloro che potrebbero o dovrebbero essergli vicini per passione e per sentimento anziché sostenerlo sembrano quasi voler prendere le distanze da lui. Costoro più o meno apertamente gli fanno capire che negare l'esistenza di tutti noi come individui e del mondo che abbiamo davanti agli occhi è una vera e propria follia, e che questa follia è un prezzo troppo alto da pagare per salvare quei valori che essi stessi condividono. Costoro invece ritengono assai più ragionevole cercare dei compromessi concettuali, che salvino il realismo senza ridurre la realtà a un cieco meccanismo, e cercare anche dei compromessi con alcuni di coloro che non condividono quei valori. Ad esempio si può cercare il dialogo con i "laici" evitando i "laicisti", si può cercare il dialogo con gli "scienziati" evitando gli "scientisti", eccetera. D'altra parte anche chi è legato ai valori della tradizione dovrebbe cercare di essere "tradizionale" senza essere "tradizionalista", o per lo meno cercare di essere un "tradizionalista adulto". E poi ci sono tutti quegli scienziati che scendono in piazza per lottare a favore dei diritti umani e della pace mondiale, e anche se costoro non si considerano legati a certi valori tradizionali si può sempre cercare con essi un dialogo costruttivo finalizzato al bene dell'umanità. Il nostro filosofo però all'udire queste parole scuote la testa sconsolato. Egli infatti ha l'impressione che quella ipotetica zona di sovrapposizione delle due visioni del mondo, nella quale dovrebbe svolgersi quel dialogo ipotetico, sia una zona occupata per lo più dalle testoline più leggere, che magari fanno più rumore e sembrano occupare tutta la piazza, ma che sono strumenti inconsapevoli di dinamiche la cui comprensione travalica le loro capacità. Magari ci può anche essere della buona fede, ma della buona fede, come delle buone intenzioni, sono notoriamente lastricate le strade dell'inferno. Al nostro filosofo sembra che fra gli scienziati sia massimamente diffusa questa inconsapevolezza delle dinamiche di cui essi si fanno strumenti, e per questo motivo egli dice spesso che "gli scienziati non pensano", proprio perché non gli sembrano consapevoli dei presupposti e delle implicazioni di ciò che fanno e che pensano. Ed è sempre per questo motivo che egli più che parlare degli scienziati parla della scienza, considerandola appunto una di quelle dinamiche o di quelle strutture che sono capaci di autoorganizzarsi e autoriprodursi senza la partecipazione consapevole degli individui che vi partecipano, così come le formiche costruiscono il formicaio senza che nessuna formica abbia in testa un progetto completo del formicaio, né sia consapevole di stare costruendo un formicaio. Se poi ogni tanto il filosofo si imbatte in alcuni scienziati che sembrano più consapevoli di altri delle premesse e delle implicazioni concettuali della impresa scientifica, egli ha l'impressione che essi siano anche più determinati di altri nel perseguimento del proprio progetto, tanto quanto egli è determinato nel perseguimento del progetto avverso. A peggiorare le cose subentra il fatto che quando i potenziali compagni di cordata del nostro filosofo propongono di cercare il dialogo con quegli "scienziati" che non siano "scientisti", al filosofo pare quasi che sul volto di quegli scienziati che gli sono sembrati più consapevoli di altri si disegni un sorriso sornione, come quello che probabilmente si disegnò sui volti degli Achei quando videro che le porte di Troia si aprivano per lasciar entrare il famoso cavallo. Al pensiero che costoro possano giocare con chi ha a cuore certi valori come il gatto gioca con il topo il nostro filosofo ha un accesso di rabbia, si fa ancora più determinato a tenere duro sulla sua posizione, e se servisse a qualcosa vorrebbe gridare ai suoi potenziali compagni di cordata che non è lui ad essere un folle, ma sono folli loro a pensare di poter contenere un muro d'acqua una volta che si sia incrinata la diga, e che anche la più piccola crepa nella quale possa passare la più piccola goccia va prontamente chiusa. Come dicevo, il nostro filosofo è molto intelligente e capisce molte cose. C'è una cosa però che egli fa fatica a spiegarsi, forse perché non si è posto con insistenza certe domande. Ciò che il nostro filosofo fa fatica a spiegarsi è come mai ci siano in giro certe persone "nichiliste" che sembrano avere a cuore la rovina della umanità, e che sembrano tramare per rendere vani gli sforzi di coloro che si riconoscono in concezioni del mondo che si propongono come edificanti e consolatorie. Certo, il nostro filosofo può liquidare il problema pensando che costoro siano semplicemente "cattivi", o "incattiviti" da qualche evento traumatico, ma questa spiegazione appare un po' semplicistica, e per di più sembra uscita più dallo studio di uno psicologo che dal rigore astratto che solitamente il filosofo predilige. E se tutta la consapevolezza del filosofo viene a mancare proprio quando c'è da rispondere a questa domanda, qualcuno potrebbe essere tentato di dire che certi filosofi non pensano abbastanza, o che forse non vogliono pensare. -- Saluti. D.[ Auf dieses Posting antworten ]
Antworten
- solania (04.07.2008 01:03)
- qf (04.07.2008 10:37)
- Massimo 456b (04.07.2008 11:02)
- Ardea Cinerea (04.07.2008 09:10)
- La zanzara 76 (04.07.2008 17:09)
