il nome della cosa - 3
Von: Davide Pioggia (duca_d_auge@yahoo.com) [Profil]
Datum: 02.07.2008 06:01
Message-ID: <84Dak.19136$Ca.14627@twister2.libero.it>
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Datum: 02.07.2008 06:01
Message-ID: <84Dak.19136$Ca.14627@twister2.libero.it>
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
Comincio questo articolo facendo ai miei lettori una grande rivelazione:
Platone ha scritto la Repubblica.
Spero che tutti mi credano se dico questo, ma comunque anche chi non mi
credesse non replicherebbe mai in questo modo: «Non è vero, perché
Platone
è costituito da sette lettere, e sette lettere non possono scrivere un
dialogo!». Infatti quando poco fa ho fatto quella affermazione io ho *usato*
il nome "Platone", il nome "la Repubblica" e il verbo "ha
scritto", e per
dire che prima li ho usati ora non posso fare altro ché *menzionarli*, ché
se non li stessi menzionando ora starei dicendo di nuovo qualcosa che
indurrebbe il mio lettore a una certa persona che scrive un certo testo,
mentre io ora non voglio parlare della relazione che intercorre fra una
certa persona e un certo testo, ma della relazione che intercorre fra quella
persona e quel saggio da una parte e le parole che usiamo per riferirci a
quella persona e a quel saggio dall'altra.
Così quando all'inizio dell'articolo ho detto che Platone ha scritto la
Repubblica, nessuno si è concentrato sul nome "Platone" e sulla relazione
fra questo nome e la persona a cui esso si riferisce, ma tutti hanno pensato
direttamente alla persona, nonostante avessero di fronte agli occhi solo
delle espressioni verbali, e non delle persone o dei testi.
È così che funziona il linguaggio: se non si mettono le virgolette, a
chiarire che una certa espressione la si sta solo *menzionando* in quanto
tale, quella espressione la si considera automaticamente *in uso*, e l'uso
oltrepassa immediatamente il linguaggio producendo una immagine mentale
nella quale non sono più presenti le parole, ma sono presenti le cose a cui
quelle parole fanno riferimento. Così quando Tarski dice che "la neve
bianca" è vera se e solo se la neve è bianca, sta semplicemente dicendo
che
"vera" è un attributo che assegniamo alla menzione di un un enunciato che
riteniamo di poter usare come descrizione di uno stato di cose che sussiste
o di un fatto che accade.
Torniamo ora a considerare il seguente enunciato:
"Platone ha scritto la Repubblica".
Come dicevo, in esso sono presenti due nomi, "Platone" e "la
Repubblica",
legati fra loro da un verbo, "ha scritto". Sembra dunque che l'enunciato si
possa ottenere come successione di nomi e di verbi, per cui usando
l'operatore "+" come operatore di concatenazione potremmo scrivere:
"Platone ha scritto la Repubblica"
"Platone" + "ha scritto" + "la Repubblica".
Questo modo di intendere la formazione degli enunciati è quello
tradizionale, per il quale si tratta semplicemente di disporre in sequenza
delle parole, alcune delle quali sono nomi mentre altre sono verbi.
Ed è così che ha analizzato gli enunciati gran parte della filosofia antica,
quando non è stata anche più semplicistica di così.
In realtà però le cose sono molto più complicate. Ad esempio se
consideriamo il seguente enunciato:
"Bertrand Russell scrisse i Principia Mathematica assieme
a Alfred North Whitehead"
riusciamo ad identificare in esso tre nomi: "Bertrand Russell", "i
Principia
Mathematica" e "Alfred North Whitehead"; ma il resto non è
costituito da una
semplice voce verbale, anche perché essendo il linguaggio sequenziale al più
una voce verbale può collocarsi fra due nomi, mentre qui ne abbiamo tre.
Ciò che fa il verbo, invece, è collocarsi al centro di una struttura gramma-
ticale che in qualche modo è in grado di porre in relazione fra di loro dei
nomi.
Prendendo in prestito una immagine dalla chimica possiamo pensare a questa
struttura grammaticale come ad un atomo (o una molecola) che abbia una
certa valenza, cioè che sia capace di legarsi ad altri atomi, legandoli a sé
e quindi anche fra di loro. D'altra parte si è appena detto che il
linguaggio è sequenziale, per cui quella struttura grammaticale non può
stabilire dei legami in diverse direzioni, come fanno i atomi nelle diverse
direzioni spaziali. Piuttosto si avrà una struttura grammaticale disposta in
una sequenza lungo la quale vi saranno degli spazi vuoti destinati ad essere
occupati dai nomi:
"___ scrisse ___ assieme a ___".
(Questo, beninteso, è ciò che si può fare con una lingua analitica
come
l'italiano, dove i legami dei nomi con il verbo sono realizzati dalla
posizione del nome e dall'impiego di opportuni elementi puramente
grammaticali detti preposizioni. Se invece la lingua adottata non è
analitica, allora anziché usare la posizione e le preposizioni si usa
qualche modo per marcare il nome, il che porta al fenomeno della
declinazione. Ma questo non pone alcuna difficoltà concettuale,
perché possiamo sempre immaginare, ad esempio, che il caso genitivo
di un nome sia l'esito della sintesi del nome con la preposizione "di".
Si tratta semplicemente di aggiungere una ulteriore trasformazione a quelle
necessarie a ottenere le espressioni impiegate da un linguaggio analitico.)
Forti di questa consapevolezza, ci rendiamo conto che anche nel caso
precedente anziché dire che i due nomi "Platone" e "la
Repubblica" erano
uniti da un verbo, avremmo dovuto dire che tali nomi venivano posti in
relazione fra di loro dalla seguente struttura grammaticale:
"___ ha scritto ___".
Dunque in generale non è vero che per ottenere un enunciato sia sufficiente
concatenare fra di loro delle espressioni, fra cui i nomi, ma diremo piut-
tosto che i nomi vanno legati ad una struttura grammaticale che, per come
è costruita, può appunto legarsi a più nomi. Ne viene che quando si
analizza
l'enunciato "Platone ha scritto la Repubblica" può essere fuorviante
pensare
che in esso sono presenti due nomi e un verbo, posti uno di seguito
all'altro, ma dovremmo piuttosto pensare che in quell'enunciato si sono
legati due nomi alla struttura grammaticale "___ ha scritto ___".
Ora, il linguaggio tradizionale ha già degli strumenti metalinguistici, nel
senso che può parlare di sé, e lo fa appunto menzionando le espressioni che
vengono usate negli enunciati. Ad esempio possiamo dire che "Platone" è
un
nome con il quale facciamo riferimento a una persona, e così dicendo non
stiamo più *usando* il linguaggio per parlare della relazione che Platone
intrattiene con altre cose, ma stiamo piuttosto *usando* il linguaggio per
parlare della relazione che certe espressioni linguistiche intrattengono con
le cose a cui si riferiscono, e quando si *usa* il linguaggio per parlare
del linguaggio stesso allora le espressioni linguistiche di cui si sta
parlando vengono *menzionate* e non *usate*. Ma gli strumenti
metalinguistici del linguaggio tradizionale ci consentono appunto di parlare
di nomi, come "Platone" o "la Repubblica", o di verbi, come "ha
scritto";
mentre in esso sembra essere assente uno strumento per parlare di strutture
grammaticali come "___ ha scritto ___".
La particolarità di questa struttura è che in essa sono presenti dei
segnaposto laddove per avere un enunciato ci dovrebbero essere dei nomi,
per cui essa esprime una *possibilità*: possiamo porre dei nomi al posto
dei segnaposto ottenendo degli enunciati. E noi vorremmo appunto acquisire
degli strumenti metalinguistici per esprimere anche questa possibilità.
Dal momento che questi strumenti metalinguistici sembrano mancare nel
linguaggio tradizionale, qualcuno starà già pensando che questa è
un'altra
delle solite diavolerie moderne del cosiddetto pensiero analitico, che da
quando mondo è mondo si sono usate delle parole, e non delle possibilità
di parole, e che se le cose sono sempre andate così dovrà pur esserci
qualche buona ragione.
Ma chi pensi questo trova una parziale smentita nella constatazione che
il linguaggio tradizionale ricorre continuamente ai cosiddetti aggettivi e
pronomi *indefiniti*.
Ora io vorrei poter dire che cosa siano gli aggettivi e i pronomi
indefiniti, ma per farlo dovrei comunque usare qualche trucco, ad esempio
un giro di sinonimi, come fanno quei filosofi che par dire che cosa è una
_cosa_ tirano fuori l'_oggetto_, e poi magari dicono che l'_oggetto_ è
"ciò che..." ovvero "quella cosa che...". Invece io preferisco
ammettere
che gli aggettivi e i pronomi indefiniti sono uno di quei pilastri su cui si
costruisce il linguaggio, e non si lasciano definire se non attraverso
l'impiego di altri aggettivi o pronomi indefiniti (o al limite di articoli
indeterminativi, i quali però sono una sorta di aggettivi indefiniti, e
stanno a questi come gli articoli determinativi stanno agli aggettivi
dimostrativi). Ad esempio se prendiamo in considerazione l'enunciato
"*qualcuno* sta dormendo", possiamo tentare di spiegarne il significato
dicendo che da *qualche* parte c'è *un* uomo che sta dormendo,
ma così facendo abbiamo appunto spiegato il significato del pronome
indefinito "qualcuno" usando l'aggettivo indefinito "qualche" e
l'articolo
indeterminativo "un(o)". Ovviamente potrei inventarmi dei giri di parole nei
quali questo problema potrebbe essere parzialmente mascherato, ma come
dicevo preferisco non fare trucchi e ammettere chiaramente che qui mi tocca
fare affidamento sul fatto che il mio lettore sappia già che cosa sono gli
aggettivi e i pronomi indefiniti, oppure che sia in grado di astrarre il
concetto più generico dall'esempio specifico che ho appena presentato,
o da quelli che sto per presentare.
Nell'esempio che ho fatto poco fa, quando ho preso in considerazione
l'enunciato "qualcuno sta dormendo", quel "qualcuno" è un
pronome che
non si riferisce a una persona in particolare, ma che *può* riferirsi a
qualunque persona. Dunque con l'uso degli aggettivi e dei pronomi indefiniti
compare la *possibilità* di fare riferimento a diverse cose, e noi poco
fa avevamo proprio l'esigenza di trovare nel linguaggio tradizionale degli
strumenti metalinguistici di questo genere, in modo tale che nessuno potesse
accusarci di perderci dietro a delle diavolerie moderne.
Abbiamo dunque risolto il nostro problema?
Purtroppo no, o per lo meno non del tutto. Dobbiamo infatti osservare che
l'enunciato "qualcuno sta dormendo" è appunto un enunciato, il quale dice
che c'è almeno una persona che in questo momento sta dormendo. Se noi
pensassimo che in questo momento non c'è nessuno che sta dormendo,
diremmo che quell'enunciato è falso. Invece noi quando abbiamo parlato della
struttura grammaticale "___ ha scritto ___" non abbiamo detto che era un
enunciato, ma che *poteva* diventarlo sostituendo dei nomi ai segnaposto.
Per renderci conto chiaramente della differenza fra un enunciato con un
pronome indefinito e la nostra struttura grammaticale, osserviamo che gli
aggettivi indefiniti, benché siano numerosi, possono essere ricondotti tutti
ai seguenti tre: "qualche", "ogni" e "nessuno". Infatti noi
possiamo dire
che "qualcuno sta dormendo", o che "ognuno sta dormendo" o che
"nessuno
sta dormendo", dove i pronomi indefiniti "qualcuno", "ognuno" e
"nessuno"
stanno per "qualche persona", "ogni persona" e "nessuna
persona". In tutti
questi casi stiamo appunto facendo una affermazione che può essere
considerata vera o falsa.
Ma qual è la differenza fra quegli aggettivi e quei pronomi dimostrativi?
Non è difficile rendersi conto che essi differiscono fra di loro solo in
termini *quantitativi*: "qualcuno" ci dice che c'è *almeno una persona*
che sta dormendo; "ognuno" ci dice che tutte le persone stanno dormendo,
cioè che le persone che stanno dormendo sono tante quante sono le persone;
e "nessuno" ci dice che ci sono zero persone che stanno dormendo.
Dunque tutti gli aggettivi e i pronomi dimostrativi dal punto di vista
linguistico hanno due proprietà:
1) *esprimono la possibilità* di fare riferimento a una cosa che
appartiene alla classe indicata;
2) *affermano qualcosa sul numero* di cose per le quali è vero
un certo enunciato, e questo fa sì che gli enunciati nei quali si usano
gli indefiniti siano appunto tali, sicché anche di essi si può dire che
sono veri o falsi.
Di queste due proprietà noi vorremmo usare solo la prima, evitando di
esprimere automaticamente anche la seconda. Ciò però non può essere
fatto nel linguaggio tradizionale, il quale esprime sempre e solo dei fatti
e pertanto è costituito da enunciati (anche quelle espressioni, come gli
ordini, che non sembrano degli enunciati in realtà si riferiscono a dei
fatti). Dobbiamo dunque acquisire qualche strumento metalinguistico che in
qualche modo vada oltre quelli che ci mette a disposizione il linguaggio
tradizionale.
Per capire come dovrebbe essere fatto questo strumento prendiamo di nuovo
in considerazione questi tre enunciati: "qualcuno sta dormendo", "ognuno
sta
dormendo", "nessuno sta dormendo". Se anziché usare i pronomi
indefiniti
usiamo gli aggettivi possiamo esplicitare le due informazioni contenute nel
pronome indefinito: il genere di cose alle quali *possiamo* riferirci, e
l'affermazione *quantitativa* che stiamo facendo. Diciamo dunque:
1) "qualche persona sta dormendo";
2) "ogni persona sta dormendo";
3) "nessuna persona sta dormendo".
Si osservi che al posto di "qualche persona" avremmo anche potuto dire
"una persona", o "una qualche persona". Ho già detto infatti
che ci sono
diversi modi di esprimere gli indefiniti, compreso l'uso degli articoli
indeterminativi, e se ora mi sono ridotto a usare solo "qualche",
"ogni"
e "nessuno" è perché - come dicevo - tutti gli indefiniti possono
essere
ricondotti a questi tre, i quali hanno il vantaggio di rendere sempre
esplicito il carattere indefinito, mentre dicendo "un uomo" avremmo
potuto avere l'illusione di non avere alcun problema, poiché a volte
prestiamo poca attenzione agli articoli, che invece hanno un ruolo cruciale.
Ebbene, dal momento che "qualche" può stare per "un/uno/una",
che
"ogni" sta per un numero tanto grande quanti sono i membri della classe
specificata, e che "nessuno" sta per "zero", noi per esprimere *la
sola
possibilità* potremmo tenere solo il nome della classe, senza alcun articolo
indetermintivo e senza alcun aggettivo indefinito, così:
"persona sta dormendo".
Si osservi che questa non è una espressione che i grammatici definirebbero
una proposizione, tant'è che essi la considererebbero non grammaticale e
inviterebbero ad aggiungere un articolo determinativo ("la persona") o
indeterminativo ("una persona") o un aggettivo dimostrativo ("questa
persona", "quella persona", eccetera) o - appunto - un aggettivo
indefinito.
E ciò che i grammatici esprimono dicendo che quella non è una proposizione
grammaticalmente corretta noi lo possiamo esprimere dicendo che non è un
enunciato. Però proprio perché non è un enunciato possiamo usarlo per
esprimere quella struttura grammaticale che *può* diventare un enunciato
quando in essa si sostituiscano i nomi di individui (o le loro descrizioni,
ma questa è un'altra storia) ai nomi delle classi che in quella espressione
compaiono senza articoli determinativi/indeterminativi e senza aggettivi
dimostrativi/indefiniti.
Abbiamo così ottenuto una struttura grammaticale incompleta, la quale
può essere completata aggiungendo un elemento che *indichi* (articolo
determinativo o aggettivo dimostrativo) o *quantifichi* (articolo
indeterminativo o aggettivo indefinito).
Il nostro scopo però era quello di ottenere una struttura grammaticale nella
quale si potesse *sostituire* al segnaposto della classe un particolare
individuo. Questa difficoltà però è facilmente superabile osservando
che una
volta acquisito lo strumento metalinguistico che abbiamo definito poco fa
la sostituzione può essere resa usando gli strumenti del linguaggio
tradizionale. Ad esempio partendo da "persona sta dormendo", per sostituire
"Platone" a "persona" ci basta aggiungere l'articolo indetermintativo
o un
aggettivo indefinito e poi aggiungere un'altra affermazione, ad esempio
così:
"una persona sta dormendo, quella persona è Platone".
Da un punto di vista formale potremmo dire che lo strumento metalinguistico
che abbiamo avuto bisogno di aggiungere al linguaggio tradizionale si lascia
aggiungere nel momento in cui si *toglie* al nome di una classe l'articolo
o l'aggettivo che indicano un particolare individuo o quantificano gli
individui per i quali l'enunciato è vero.
Ebbene, questi elementi grammaticali del tutto particolari, che si ottengono
privando i nomi delle classi di qualunque elemento grammaticale che possa
indicare un particolare individuo o che possa quantificare gli individui,
vengono chiamati *variabili* dai linguisti che li adottano, i quali in
questo modo esprimono il fatto che a questi elementi grammaticali si può
sostituire un individuo qualunque di quella classe. Mutuando alcuni termini
dalla matematica, possiamo anche pensare ad una variabile come ad una
grandezza che *può* assumere diversi valori, dopodiché si dirà che i
valori
*variano* nella classe corrispondente.
Per altro una volta che si disponga di una struttura grammaticale nella
quale siano presenti dei segnaposto ai quali si possono sostituire dei
nomi, si può anche definire la quantificazione a partire dalla sostituzione.
Ad esempio quando diciamo che "qualche persona sta dormendo" stiamo
dicendo che se partiamo dalla struttura grammaticale "persona sta dormendo"
e sostituiamo a "persona" il nome di tutte le persone esistenti, otteniamo
almeno una volta un enunciato vero. Invece se diciamo "ogni persona sta
dormendo" stiamo dicendo che facendo tutte quelle sostituzioni otteniamo
solo enunciati veri. Infine se diciamo "nessuna persona sta dormendo" stiamo
dicendo che nessuno degli enunciati che si ottengono in quel modo è vero.
Come dicevo, l'impiego di questo strumento metalinguistico dal punto di
vista formale appare chiaro e persino semplice, e immagino che tutti abbiamo
capito come utilizzare queste strutture grammaticali per ottenere degli
enunciati per mezzo di quantificazioni o sostituzioni. Ma questa è appunto
una descrizione *formale* di quello strumento, sicché di una espressione
come "persona sta dormendo" dobbiamo dire che essa non è un enunciato,
quindi non fa riferimento ad alcun fatto, ma sappiamo solo come manipolarla
formalmente per ottenere degli enunciati.
Al pensiero che si intendano usare delle espressioni linguistiche che non
fanno riferimento a delle cose o a dei fatti, le quali per questo motivo
possono essere considerate prive di "significato", e che sappiamo solo
manipolare formalmente, al pensiero di tutto ciò - dicevo - qualcuno sentirà
già la puzza di zolfo di tutte quelle diavolerie moderne che saltano fuori
dal formalismo e tutto il resto.
Possiamo ricordare, tuttavia, che il linguaggio tradizionale non esita a
parlare del verbo "ha scritto", eppure noi abbiamo dimostrato che:
1) non ha senso parlare del verbo "ha scritto", ma della struttura
grammaticale "___ ha scritto ___", ché altrimenti non sapremmo come
parlare
delle strutture più complesse nelle quali un verbo si lega a più nomi;
2) anche chi pensa di poter parlare del verbo come si parla di un nome
deve dare atto che si può chiedere «Che cosa è un cavallo?», ma
non si può
chiedere «Che cosa è morì?», *usando* il verbo nella domanda, il
che
dimostra che un verbo non fa riferimento ad una "cosa"; eppure noi abbiamo
detto che "cosa" si riferisce a tutto ciò che c'è, per cui
potremmo dire che
un verbo non fa riferimento a qualcosa che c'è.
Ovviamente di tutto ciò si potrebbe discutere illimitatamente, ma ciò che
dovrebbe essere chiaro è che il linguaggio tradizionale non è immune da
delle grosse difficoltà. Sappiamo ad esempio che molti enunciati che
affermano qualcosa di una totalità (usando i termini "tutto",
"tutti",
"sempre" eccetera) possono essere utilizzati per produrre delle antinomie,
come quella nota da millenni come paradosso del mentitore. Ci sono poi
le note contraddizioni che saltano fuori usando il verbo "esiste" in modo
assoluto. Eccetera eccetera. Si tratta in ogni caso di strutture
grammaticali che il linguaggio tradizionale consente di costruire
agevolmente, e che sembrano uguali a tutte le altre, ma poi si scopre
che esse non possono fare riferimento al alcun (stato di) fatto.
Dunque la trattazione analitica del linguaggio non è quella trattazione che
introduce delle difficoltà che altrimenti non ci sarebbero, ma è quella
trattazione che rende esplicite e chiaramente visibili le difficoltà che già
ci sono. L'analisi è il termometro del linguaggio, non la febbre.
--
Saluti.
D.
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