Il paradosso (?) del giudice impunibile
Von: Loris Dalla Rosa (loris.dallarosa@fastwebnet.it) [Profil]
Datum: 29.06.2008 11:46
Message-ID: <HRI9k.3925$f86.3256@tornado.fastwebnet.it>
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
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Nel thread "Epimenide e i suoi nipotini" (divenuto troppo lungo) l'amico Lino mi faceva questa osservazione: > Mi hai fatto venire in mente alcune cose: > a) Il nostro giudizio deve riguardare "gioco/forza" anche noi stessi, > poiché altrimenti saremmo degli irresponsabili, e ciò -essere > irresponsabili- è un rischio sia personale che sociale. Riflettevo su questo e su una precedente affermazione di Qf, secondo la quale nessun avvocato dovrebbe difendersi da se', ma trovare un avvocato che lo difenda. Da una parte Qf afferma una condivisibilissima esigenza di obiettivita' del giudizio, dall'altra Lino afferma un "gioco/forza" di carattere profondamente etico, altrettanto condivisibile. Mi chiedevo se queste due esigenze fossero in qualche modo conciliabili o logicamente antitetiche come a prima vista appaiono. Impostando il problema sul piano del tutto astratto, probabilmente un matematico lo risolverebbe in due minuti, io ci ho messo parecchio di piu', procedendo come segue. Invece che di avvocati parliamo di giudici, e di essi sotto l'unico aspetto in questione. Definiamo, cioe', "giudice" quel cittadino preposto a giudicare non solo i suoi concittadini che abbiano a che fare con la giustizia, ma in particolare almeno uno dei suoi colleghi "giudici"; condizione perche' tale "giudice" sia definito tale e', poi, che egli stesso sia giudicabile da almeno uno dei suoi colleghi "giudici". In breve: "giudice" e' definito sotto questo doppio vincolo: che giudichi un altro "giudice" e sia giudicato da un altro "giudice". Giudicante e giudicato circa l'infrazione a quale disposizione legislativa? A quella di "legittima suspicione". (Se c'e' Alessandro non mi tiri le orecchie:-); la mia e' solo una definizione che obbedisce alle esigenze logiche del problema). E' condannabile per "legittima suspicione" quel giudice (definito come sopra) che giudichi altri giudici e sia giudicato da almeno uno di questi ultimi. Cosi' se A deve appurare se tra B e C c'e' legittima suspicione, e B appurare se tra A e C c'e' legittima suspicione, allora tra A e B c'e' legittima suspicione: potrebbero falsare il giudizio mettendosi d'accordo di assolversi aprioristicamente, visto che A deve giudicare B e B giudicare A. Sperando che fin qui abbia espresso chiaramente il problema, adesso e' solo questione di costruire delle tabella delle varie combinazioni. Immaginando un caso semplice, di una cittadina in cui vi sono 6 di questi giudici, 2 tabelle possono essere le seguenti, dove l'elemento piu' a sinistra e' il giudice giudicante e le coppie corrispondenti i giudici giudicati circa l'esistenza o meno del rapporto di legittima suspicione. 1) A: BC, BD, BE, BF B: CD, CE, CF C: DE, DF D: EF E:? F:? 2) A: BC, BD, BE, BF A: CD, CE, CF A: DE, DF A: EF La tabella 1. rappresenta la soluzione piu' "democratica", in cui ci sono il massimo di "giudici", cioe' giudicanti e giudicati; salvo 2, che non sono "giudici", perche' da tutti gli altri giudicati ma che non giudicano nessuno. La tabella 2. rappresenta la soluzione piu' "autoritaria", perche' c'e' A che giudica tutti gli altri e da nessuno e' giudicato. In questa nessuno e' "giudice". per diritto della definizione del termine. La questione non e' risolvibile logicamente; si impone un grado di autoreferenzialita' anche logicamente, oltre che eticamente. L'esigenza espressa da Qf e' comunque esaudibile, uscendo dall'impostazione astrattamente logica ed entrando nei meccanismi concreti della democrazia, per quanto anche'essi imperfetti. Si risolve cioe' con l'imposizione di una regola che garantisca la sostituibilita' periodica di colui che giudica e non e' giudicato. Buona domenica a tutti, Loris[ Auf dieses Posting antworten ]
