[cit] Gifford Lectures
Von: thisDeadBoy (thisdeadboy@toglimihotmail.com) [Profil]
Datum: 03.06.2008 11:02
Message-ID: <g231bc$fjs$1@news.newsland.it>
Newsgroup: it.cultura.filosofia.moderato
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Estratto dalla IV lezione. ---------------------------------------------------------- Supponiamo, cosa possibilissima nel nostro mondo, che uno scienziato sia posto, dalla patria o dal partito, in condizioni di rinnegare questa o quella conclusione cui l'hanno condotto le sue ricerche; supponiamo che egli rifiuti rischiando cosi' di essere deportato: quale e' il movente di questo atto eroico? Ecco la domanda posta in termini concreti e possibili, e la risposta e' tanto piu' difficile in quanto nella struttura mentale dello scienziato, in quanto vero scienziato (e non filosofo, e non credente), vi e' un elemento che gli impedisce di porsi la domanda stessa. La riflessione nel senso in cui la intendiamo noi e' profondamente estranea alla mentalita' dello scienziato: noi filosofi rischiamo spesso d'introdurre nella soluzione del problema qualcosa di estraneo all'idea stessa della soluzione, come traspare a se stessa. Tornando al nostro scienziato: egli si rifiuta di tradire. Che significato ha questo rifiuto? Un superficiale potra' dire che si tratta semplicemente di un fenomeno di amor proprio, di orgoglio: nell'atto di sconfessarsi potrebbe avere l'impressione di umiliarsi. Ma e' indubbiamente una falsa interpretazione, che non traduce fedelmente un'esperienza. Lo scienziato non intende far riferimento a se stesso, ma alla verita' di cui vuole essere interprete, o meglio testimone, per cui prestandosi a questo genere di tradimento sarebbe considerato un falso testimone. Vorrei chiarire proprio la natura particolare di questo tradimento: tradire la verita'. Si tradisce soltanto <<qualcuno>>; ora la verita' e' forse <<qualcuno>>? E' giusta l'espressione: peccare contro la luce, ma essa non ha significato fuori dall'ambito religioso che per ora noi espressamente escludiamo. Ricordo a questo proposito uno dei pensieri piu' profondi di Royce, il quale dice che colui che e' impegnato nella ricerca della verita', entra a far parte per cio' stesso di una comunita' ideale, diventa membro di una citta' costruita e cementata non da pietre, ma dal pensiero. Potremmo dire che tradisce questa citta' colui che, per timore o per interesse, rinnega le conclusioni a cui egli stesso e' giunto nel momento in cui ha servito lealmente la causa della verita'. C'e' chi, poco incline alla metafisica, puo' accettare questa soluzione; personalmente non intendo scartarla del tutto, ma, ritengo che si trovi solo a meta' strada, rispetto a quel traguardo ultimo che e' la verita'. L'immagine di questa citta' ideale non rappresenta che una tappa o meglio un piano di un difficile cammino che ci deve condurre assai piu' lontano. Il problema e' quello di sapere come sia possiblie la costruzione ideale di questa citta' e su quale fondamento essa possa fondarsi, se la sua caratteristica e' quella di organizzarsi in vista e in rapporto alla verita'. Cercando di andare al di la delle parole e delle immagini, mi sembra che la visione di questa citta' ideale ci poti ad una concezione della verita' piu' chiara di quella cui siamo giunti finora. Cosa vogliamo intendere con citta' ideale? Proviamo ad astrarre da tutti quegli elementi che costituiscono una citta' materiale; rimane l'idea di un luogo in cui gli individui coabitano ed in cui avvengono degli scambi vari. Parlando di scambi e' naturale pensare a transazioni di natura sensibile: io do del denaro in cambio di qualche oggetto che ha un determinato valore. Tuttavia esistono scambi di natura ben piu' raffinata; per esempio se vado in un museo mi impossesso di un certo numero di nozioni o meglio di una esperienza preliminare che mi permette di capire e di apprezzare opere d'arte che diversamente mi lascerebbero indifferente. Mi si puo' obiettare, e non senza motivo, che in questo caso non si tratta di un vero scambio, poiche' io non do niente all'opera d'arte; questo e' vero solo da un punto di vista materiale, poiche' in realta' l'opera d'arte si arricchisce dell'ammirazione che essa stessa ispira; subisce, tramite tale ammirazione, un vero e proprio aumento di valore. Questo fenomeno, un po' misterioso, che naturalmente non lascia traccia sensibile di se', e' significativo per quanto riguarda la citta' ideale: una citta' degna di tal nome, e non semplice ed informe ammasso di edifici, esplica anch'essa la funzione di museo, in quanto nutre spiritualmente i suoi abitanti, mentre l'amore intelligente che questi ultimi hanno per lei accresce cio' che potremmo chiamare la sua sostanza interiore. Ora, in che modo queste semplici osservazioni possono chiarire il concetto di una citta' ideale, nella sua connessione con la verita'? Come al solito siamo tentati di ancorarci ad un'immagine materiale: dato che una citta' in pietra o in legno e' costruita in modo da ricevere la luce, noi immaginiamo la citta' ideale costruita in modo che una luce esteriore, la verita', la possa rischiarare. Ma il rapporto in questo caso cambia; la costruzione della citta' materiale non richiede come elemento costitutivo la luce, mentre la citta' ideale, cosi' come noi la concepiamo, deriva la sua esistenza proprio da quella particolare luce che e' la verita'. Questo ci fa comprendere, benche' in modo ancora astratto e generico, come ne sia impossibile una rappresentazione oggettiva. Potremmo piuttosto parlare di dialogo su determinate idee, dialogo in cui ciascun interlocutore astrae completamente da se stesso, dall'impressione cioe' che egli puo' produrre sugli altri, perche' basta un grammo di compiacenza di se' per svilire il dialogo. Lo spirito che anima questi dialoghi e' la gioia del comunicare, non quella di trovarsi d'accordo, e la distinzione fra comunicazione ed accordo e' ovviamente ricca di sviluppi. Possiamo paragonare gli interlocutori di questo dialogo a dei rocciatori che scalano la stessa vetta e che sono in grado di comunicare uno con l'altro, tramite la radio o la televisione, trovandosi cosi' in ogni istante a conoscenza dei propri rispettivi movimenti. Questo paragone e' forse un po' paradossale, poiche' la verita' e' sia la meta verso cui gli interlocutori hanno coscienza di progredire sia lo stimolo che li spinge a progredire; essa e' davanti e dietro nello stesso tempo (e anche questa contrapposizione cosi' materiale e' ben poco felice!). A questo punto mi chiedo se abbiamo raggiunto un qualche punto fermo circa la natura della verita'. L'immagine della citta' ideale e la riflessione sulla natura del dialogo dei suoi abitanti ci fa intuire che quando noi parliamo di verita', proprio per il fatto che ne parliamo, e nel parlarne, rischiamo di porci proprio nelle condizioni piu' sfavorevoli per afferrare cio' che esattamente essa e'. Faccio notare che, a proposito degli esempi da me riportati, esempi largamente utilizzati nel corso di questa lezione, ho avuto cura di situarmi in una certa posizione o <<corrente>> di pensiero senza per altro preoccuparmi di definirla, senza chiedermi quali siano i suoi caratteri distintivi e se essa possa essere continua, preoccupazione che invece e' tipica di Bergson il quale, in proposito, ha oltrepassato in modo considerevole i dati dell'esperienza. La parola <<corrente di pensiero>>, presa in se', non mi soddisfa del tutto, nel senso che io considero il pensiero in quanto impegnato in un determinato compito e non mi chiedo assolutamente come questo compito gli venga proposto. Ritengo percio' impossibile isolare un ragionamento e cercare la natura della verita' in base a tale ragionamento. Ci siamo orientati, e lo saremo sempre piu', nel senso di dare importanza ad una specie di *intercourse*, all'idea cioe' di uno scambio che puo' avvenire tanto fra quelle che io chiamo personalita' distinte, quanto nell'intimo di una sola personalita'. Questo mio concetto si chiarira' piu' oltre quando tentero' di definire l'intersoggettivita' nei suoi aspetti particolari e specifici; notiamo fin da ora pero' come tale *intercourse* si realizzi in quello che io definisco volentieri <<l'ambito dell' intellegibile>>. Ci troveremo svantaggiati se volessimo materializzare con qualsivoglia immagine questo ambito, benche' materializzare un concetto costituisca per noi, data la nostra natura, una tentazione sempre presente. Penso che questo concetto di <<ambito dell'intellegibile>>, per quanto oscuro possa essere per ora, ci permettera' di dare un contenuto preciso all'espressione <<essere nella verita'>>, espressione di cui mi sono servito all'inizio di questa lezione. Forse cio' che noi chiamiamo <<amore per la verita'>> s'identifica con la gioia misteriosa di muoversi in questo ambito, gioia d'altra parte precaria e assai spesso minacciata. Se vi possiamo accedere, in condizioni d'altronde disagevoli e sulle quali non e' cosi' facile riflettere, allora non e' possibile afffermare che noi gli apparteniamo per natura o per nascita. -- come to the Dark Side (we have cookies) questo articolo e` stato inviato via web dal servizio gratuito http://www.newsland.it/news segnala gli abusi ad abuse@newsland.it[ Auf dieses Posting antworten ]
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- La zanzara 76 (03.06.2008 17:08)
- thisDeadBoy (03.06.2008 17:14)
