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Pillola rossa o pillola blu?

Von: luigi.corvaglia@gmail.com [Profil]
Datum: 08.06.2008 11:47
Message-ID: <9fc97a10-c6a5-4ddd-b7f5-058e1567455c@b1g2000hsg.googlegroups.com>
Newsgroup: it.cultura.antagonista
Elogio dell’incertezza

di Luigi Corvaglia


Pillola blu ti svegli domani
e non ricordi nulla,
pillola rossa scopri quant'è
profonda la tana del bianconiglio..."


da Matrix


Questa non è una pipa


Nel film Matrix (1999) si immagina che il protagonista debba
scegliere
fra due opzioni propostegli dal capo della resistenza al potere. Le
opzioni sono la serenità senza la consapevolezza (pillola blu) o la
consapevolezza senza la serenità (pillola rossa). Bel problema. Nel
caso specifico, si immagina che la consapevolezza riguardi il fatto
che la realtà, così come noi la percepiamo, sia un artificio, una
mera
illusione creata da appositi programmi informatici (la “matrice”,
appunto). Fra le molte considerazioni che la scena propone –
pensiamo,
ad esempio, alla metafora del potere che ubriaca le masse vendendogli
una realtà che solo i più svegliati individualisti possono cogliere,
perdendoli per sempre alla serenità e votandoli alla rivolta – di
particolare rilievo la similitudine fra questa profferta di realtà e
la pratica terapeutica psichiatrica. C’è chi conosce la realtà e la
offre al paziente. L’unica differenza è che, generalmente, lo stile
dell’offerta è del tipo di quelle “che non si possono rifiutare”. C
’è
chi conosce la verità e la fa ingurgitare a chi non la conosce. Il
primo riconosce il secondo da alcuni “segni”.


Dal cinema alla pittura. Negli anni venti del XX secolo Renè Magritte
realizzò un quadro raffigurante una pipa. Sarebbe stato un prodotto
banale per tanto maestro se egli si fosse fermato a questo. Sennonché
il pittore sentì il bisogno di apporre alla ben chiara
rappresentazione una spiazzante didascalia: Cecì n’est pas une pipe
(Questa non è una pipa). La didascalia nega il criterio di
equivalenza
fra segno e essenza, fra somiglianza ed affermazione. Nega, in buona
sostanza, la certezza che sia possibile riconoscere qualcosa dai soli
“segni”. Che quella di Magritte, sottolineata da Foucault in un
saggio
il cui titolo riprende appunto detta didascalia, non sia pura
provocazione è provato dalle seguenti osservazioni riguardo la
psichiatria. Al suo affacciarsi alla ribalta scientifica, la “follia”
acquisisce lo stigma di “schizofrenia” ad opera di Eugen Bleuler, il
quale scrive che lo schizofrenico parla per metafore,“figure
retoriche
inappropriate”. Ad esempio, una volta ricoverato contro la propria
volontà, questi afferma di essere stato “stuprato” o “assassinato”
.
All’inventore di tale fortunato concetto farà eco, un secolo dopo,
Jacques Lacan quando, allargando il senso dal solo linguaggio ad ogni
manifestazione psicopatologica, scrive: “il sintomo è una metafora”.
Ha gioco facile Thomas Szasz, teorico della non-psichiatria, a
ironizzare dicendo: Quando persone imprigionate in un ospedale
psichiatrico parlano di “stupro” e di “assassinio”, esse impiegano
figure retoriche inappropriate che ne dimostrano i disturbi del
pensiero; quando invece gli psichiatri chiamano le loro prigioni
“ospedali”, i loro prigionieri “pazienti” e “malattia” il loro
desiderio di libertà, non stanno impiegando figure retoriche, Ma
stanno esprimendo fatti obiettivi. Insomma, non sono i segni che
determinano le sostanze. Questa non è una pipa. La cosa appare ancor
più evidente allorquando il nostro gioco di aforismi e citazioni
arrivi ad incappare in un paio di sentenze che risultano il positivo
ed il negativo della medesima fotografia. Eccole: lo psichiatra Mario
Gozzano ebbe a dire che “lo schizofrenico è capace di tutto, perfino
di comportarsi bene”. Cecì n’est pas une pipe. Analogamente, un genio
talmente elevato da non rischiare di essere oggetto delle benevole
attenzioni psichiatriche, Salvador Dalì, affermava “l’unica
differenza
fra me e un pazzo è che io non sono pazzo”. Cecì n’est pas une pipe.

Non ha importanza ciò che i segni descrivono (segni simili a una
pipa,
un sano, un matto) per definire gli oggetti. Del resto, per capire
l’acqua benedetta bisogna osservare i preti ed i fedeli, non certo
l’acqua. In definitiva, le cose sono l’insieme delle relazioni che le
definiscono come tali. Ciò ha aperto le porte a distruttive critiche
sulla possibilità di definire quale sia la pillola rossa che gli
psichiatri che la detengono offrono a chi usa accontentarsi di quella
blu e in base a quali “segni” incontrovertibili i secondi sarebbero
individuabili dai primi.


Simili argomentazioni che minano la certezza di un manicheo mondo di
“rossi” e “blu”, prima di scadere in una stucchevole retorica
relativista da bar dello sport che sa di animalismo, sono stati
fondamentali nello strutturarsi di un fronte ostile alla psichiatria.
Ma il movimento antipsichiatrico che tanto ha influito nei cenacoli
del progressismo a la page degli anni settanta può veramente dirsi
esente dai difetti psichiatrici? Non si direbbe, almeno a giudicare
alcuni fulgidi esempi di quella che Popper chiamava
infalsificabilità.
L'austriaco ha chiarito definitivamente come il discrimine fra la
teoria scientifica e razionale e una concezione idologica o di fede
sia, non già la sua verificabilità, bensì, al contrario la sua
falsificabilità. Una idea che manchi di quei falsificatori potenziali
che, una volta caduti davanti alle evidenze contrarie, invalidano la
teoria stessa e predispongono a nuova, sempre rivedibile lettura, non
è scientifico. La lezione, perfettamente in linea con quanto detto
sopra a proposito di pipe, pillole e follia, è che non esistono
verità
assolute, maiuscole e ultime, ma solo verità relative, cioè fatti
verosimili, minuscoli e penultimi. Tutto ciò che è privo di
falsificatori è fede, ideologia, pillola rossa, psichiatria. Eppure,
per quanto si possa immaginare che basti individuare idee
infalsificabili e dividerle da quelle falsificabili per separare
deliri da teorie, le cose non stanno così. Infatti, sempre attingendo
al baule aforistico di Szasz, se tu parli con Dio, stai pregando, se
Dio parla con te sei schizofrenico. In fin dei conti, anche il dogma
cattolico della transustanziazione è, visto dalla parte protestante,
quale una metafora presa alla lettera (Questo è il mio corpo - cecì
n'est pas une pipe, cioè non è un'ostia), eppure nessuno definisce
deliranti decine di milioni di cattolici. Si supporrebbe, allora, che
in tali trappole epistemologiche non cadano gli antipsichiatri. Siate
pronti alla delusione.


I due più produttivi – se mi si permette l’utilizzo di un termine che
gli psichiatri utilizzano per definire chi elabora deliri in buona
quantità - esponenti del movimento anti-psichiatrico sono stati
Ronald
D. Laing e David Cooper. Il primo: Se solo potessi convertirvi,
condurvi fuori dalle vostre meschine menti, se potessi comunicare con
voi, allora sapreste. Siamo al livello del Messia o, almeno, del
detentore della pillola rossa di Matrix. Ma quale è la verità vera,
maiuscola, assoluta e ultima che l’illuminato ci offre? Eccola: La
follia è uno stato dell’esistenza umana apprezzabile per la sua
indiscutibile autenticità. Dunque la follia esiste. Ma certo. Infatti
lui la curava, ma non in una clinica, che sarebbe stato da
psichiatra,
bensì in una “residenza”, Kingsley Hall. Cecì n’est pas une pipe.
Fatto è che la cura consisterebbe nel mantenere l’apprezzabile
condizione di “autenticità” contro la corruzione della vera essenza
umana creata da Matrix, cioè il sistema capitalistico. Curioso notare
come, nella volgarizzazione del modello, la psichiatria tradizionale
venga vista come dispensatrice, non di rosse pillole della
cosapevolezza senza serenità, bensì di azzuuri confetti dell'oblio
atti a soggiogare le masse proletarie a cui forniscono la serenità
per
impedirne la consapevolezza (cioè la coscienza di classe).


In definitiva, il vero malato è la società, è lei che va curata. In
che modo ci è chiarito soprattutto da Cooper, il quale afferma che
sulla ricetta vanno prescritte le “bottiglie molotov” e gli scioperi,
accortamente predisposti, le bombe e le mitragliatrici impugnate con
spirito di compassione, ma anche in modo reale e oggettivo, visto e
percepito dagli agenti della società borghese nei confronti dei quali
possiamo essere compassionevoli solo in un secondo momento. Non si
vuole qui discutere se la società-matrice necessiti o meno di detti
strumenti terapeutici, bensì se tale terapia, oltre che sulla libertà
degli individui e sull’utilizzo dei mezzi di produzione, abbia reali
influenze sulla condizione esistenziale degli individui, a torto o a
ragione, definiti “schizofrenici”. L’idea, espressa da Cooper, per
cui
“Cuba è già liberata” può essere oggetto di vari commenti, positiv
i o
negativi, a seconda del nostro credo politico – che, in quanto tale,
è
infalsificabile - , di varie considerazioni su segni e sostanza,
somiglianza e affermazione, pipe e non pipe, ma non occulta il dato
per cui in URSS si finiva in manicomio per sindromi quali “delirio
antisovietico” e “non comprensione del materialismo dialettico”. La
cosa chiarisce che, più che il potere capitalistico, la psichiatria
rischia di servire il potere tout court. Certo, poi è sempre
possibile
dire che l’URSS non era realmente un paese socialista. Cecì n’est pas
une pipe.


In definitiva, fra psichiatria ed antipsichiatria esiste una
specularità dogmatica riguardante tanto l’oggetto (il matto è malato
versus la società è malata), quanto la malattia (schizofrenia-
inautenticità), la causa (genetica - capitalismo) e anche la  cura
(psicofarmaci versus rivoluzione). Due facce della stessa medaglia
del
dogmatismo. Dispensatori di pillole rosse. Ogni verità assoluta è
popperianamente infalsificabile, ogni verità maiuscola porta alla
Jihad.


Ma allora i matti chi li libera? Basaglia viene celebrato come il
Lincoln dei manicomi. Fu vera gloria? Si, ma anche no. Si, perchè ha
posto l'Italia alla punta avanzata della sperimentazione di pratiche
liberatorie e anche per la difesa del principio. Però Max Weber ci
ricorda l’esistenza di due etiche contrapposte che possono guidare
l’uomo. La prima è l’etica dei principi. Cioè, se i fatti non
coincidono con le teorie, tanto peggio per i fatti; se l’operazione è
ben riuscita, tanto peggio per il paziente deceduto. La libertà è
terapeutica. L’altra etica è quella dei risultati, o della
responsabilità. In pratica, se il risultato è positivo, tanto peggio
per i principi. Non è la libertà (mezzo) ad essere terapeutica, è la
terapia che porta la libertà (fine). Tutto sta a definire quale
terapia e per chi. I risultati dell’antipsichiatria (retorica a
parte)? Ma la libertà, of corse. Ma libertà di cosa? E’ curioso
notare
che delle due forme di libertà descritteci da Berlin, libertà
positiva
e libertà negativa, gli apostoli della terapeuticità
dell’autenticità,
di cultura marxista, si limitano alla seconda, tipicamente legata
alle
concezioni liberali. La prima è libertà di fare, la seconda solo
libertà da un potere, insensibile all’aspetto positivo e propositivo.
I disoccupati sono, indubbiamente, liberi dal fisco. Un uomo che vive
nel terrore che lo si voglia avvelenare è libero dalla psichiatria,
ma
lo è di vivere serenamente? Un individuo che consuma la giornata in
estenuanti e improcrastinabili rituali per assicurasi che non
ucciderà
il figlio è veramente così libero? Vero è che la sofferenza e
l’incomunicabilità di chi un tempo si definiva “alienato” è fatto
che
non si occulta dietro ai principi e non si lascia ramazzare sotto il
tappeto della retorica dell’ideologia.


La libertà della tradizione marxista, al contrario, è intesa come
fornitura degli strumenti atti ad esprimere liberamente le
potenzialità umane. Che la libertà esclusivamente negativa dello
schizofrenico liberato non risolva la incomunicabilità fra mondo
psicotico e mondo non psicotico è fatto che cede dinanzi alla
prepotenza del principio. Insomma, se non hanno ragione quelli e non
hanno ragione questi, che facciamo? La verità è che non esiste una
pillola rossa. Quindi l’utopia psichiatrica e quella antipsichiatrica
sono entrambe fondate sul delirio dell’oggettivismo. Il reale è una
costruzione. Aiutare chi esprime idee infalsificabili (deliri) non
significa sempre lasciarlo libero nello stesso modo in cui una
macchina con i freni rotti è libera di muoversi in discesa, ma
neanche
imporgli degli schemi oggettivi e reali a sostituzione di schemi
supposti irrazionali e sbagliati (coerenza fra interno errato ed
esterno giusto, pillola rossa). Aiutarlo vuol dire potenziare le
capacità dell’individuo di gestire il proprio mondo, di costruire
mappe cognitive funzionali, atte a rendere prevedibile e gestire la
propria personale costruzione del mondo.


Il burka psichico


Ci viene in aiuto una metafora, quella del burka psichico. L’essere
umano coglie il mondo attraverso una feritoia piccolissima così come
il mondo vede la donna islamica coperta dal suo burka. Gli occhi
vedono attraverso una fessura nello spettro elettromagnetico, le
orecchie odono attraverso una fessura nel muro sonico, la nostra
coscienza è una fessura nella tunica dell’inconscio. Per tal motivo,
la nostra immaginazione gestisce una gamma di oggetti ed eventi
piccolissima che va dal microcosmo quantistico al macrocosmo della
cosmologia. A tale angusto spazio è stato dato il nome di Mondo
Intermedio. Un arguto fantasioso potrebbe azzardare: la logica
consequenziale occidentale è una fessura fra le logiche possibili? La
salute psichica è solo il pensiero del Mondo Intermedio? Come le
equazioni dei tre grandi tedeschi Einstein, Heisenberg e Plank hanno
ridotto le leggi di Newton a ordinanze locali, così la logica
occidentale è una ordinanza locale. Può essere. Ma forse soggiacere
alle leggi gravitazionali è una schiavitù? Perfino un anarchico come
Noam Chomsky, creatore della psicolinguistica, afferma che senza
vincoli non può esservi libertà, senza sintassi non può darsi
linguaggio creativo.


Ma da questa benedetta fessura che si vede? Dalla fessura si vedono i
memi. Cosa sono i memi? La parola è stata coniata da Richard Dawkins
in analogia con il gene. Esso è una unità autoreplicantesi di
informazione – idea, uso o costume, termine, lingua, moda, ideologia,
religione - che, come un virus, parassita e si diffonde alle menti.
L'associazione dinamica dei memi che sopravvivono alla selezione
naturale del più adatto all’ambiente psicologico è la nostra cultura.
Tutto ciò che è perdente in questa guerra psico-darwiniana
rappresenta
il sintomo. Se tu parli con Dio, stai pregando – meme vincente – se
Dio parla con te, sei schizofrenico - meme perdente. La psichiatria,
dunque, delimita l’aggregato di memi vincente. Certo, ma anche il
dizionario, la grammatica e la sintassi fissano i paletti di
delimitazione di una lingua frutto del processo acefalo di selezione
naturale. Poi ognuno parla come vuole. Non si scappa. Ogni cultura
non
può che delimitare per potersi definire. Questo rappresenta un
rischio. Un gravissimo rischio. Quasi sempre realizzatosi. Quello che
ci sia il passaggio dallo sguardo dello scienziato, utile come il
cannocchiale di Galileo per slabbrare il burka, e quello dello
poliziotto che difende l’ordine costituito. Enorme è la differenza
fra
i due modi di guardare, fra il voyeurismo della conoscenza e
l’apologia del panoptikon. Quando il processo di delimitazione si
ammanta di oggettività scientifica il rischio diventa maggiore. Si
pensi all’appoggio che la psichiatria ha dato alla “difesa della
razza” tanto nell’ Italia fascista (Banissoni), quanto nella Germania
nazista (Rudin) e nell’ America segregazionista (Raush). Lo studio
della psiche, che potenzialmente è uno degli strumenti più potenti di
allargamento del Burka psichico, rischia di essere il più efficace
strumento di difesa dei confini della fessura, di protettore della
memetica vincente di “Matrix”.


In cerca di una conclusione


In definitiva, Le nostre menti sono costituite da hardware genetico e
software memetico (Richard Brodie). Ora, tutto sta a capire se la
follia sia un problema di hardware o un problema di software. Se si
rimane alla prima ipotesi, si rischia di far coincidere la terapia
con
la materiale “riparazione”. Ciò espone maggiormente al rischio di cui
sopra. C'è infatti un oggettivo guasto che impedisce l'oggettiva
visione del reale. Se si accoglie la seconda opzione, come sanno
tutti
gli informatici, invece, non esiste il software giusto, bensì molti
software che possono raggiungere gli stessi scopi in modo differente
e
la cui “giustezza” è legata all’ “ambiente” su cui li si vuol fa
r
“girare” (Windows, Apple, Linux, ecc.). Scopo di chi opera
nell’ambito
psicoterapeutico non dovrebbe pertanto essere l’imposizione di schemi
oggettivi – il software giusto - bensì il potenziamento delle
capacità
dell’individuo di gestire il proprio mondo (il proprio ambiente
computazionale). Questo ci è illustrato dal costruttivismo cognitivo.
Come lo scienziato di Popper, ogni individuo elabora teorie su sé ed
il mondo. Le sue credenze generano previsioni che guidano il suo
comportamento (i programmi). Il comportamento genera conferme oppure
invalidazioni dei costrutti, delle credenze e ciò, se il sistema è
valido, genera mutamenti nelle credenze stesse. Valide concezioni
devono essere falsificabili. La crescita del nostro sistema
previsionale avviene, come quello dello scienziato, grazie
all'affinamento delle mappe cognitive frutto delle continue
invalidazioni e conseguenti aggiustamenti. La salute è, dunque, il
contrario della certezza. Le certezze sono infalsificabili per
definizione. La scienza ci può dire cosa non sia una pipa, ma può
solo
ipotizzare cosa sia una pipa. I dogmi della Chiesa sono oggi gli
stessi del consiglio di Nicea, le verità scientifiche sono molto
mutate. Idee infalsificabili (deliri) possono arrivare anche a
rendere
ingestibile il mondo, creano mappe illeggibili perchè non condivise.
Un sistema ben funzionante ed adattabile, invece, riesce a tollerare
un margine di incertezza generato dalle invalidazioni e si pone in
modo aperto e flessibile. La coerenza, a questo punto, è più quella
fra i vari costrutti (coerenza fra interno ed interno) che non quella
fra realtà esterna e idee interne. Non si sfugge. Andare in un paese
straniero o approcciare un nuovo ambiente informatico vuol dire
essere
esposti all’aggregato di plessi lingusitici vincente in quel posto o
ambiente (ordinanza locale e temporanea). Le opzioni, alla fine, sono
solo tre:


Continuare a parlare il proprio linguaggio (scelta psicotica);


Imparare la lingua del paese o programma ospitante (scelta
psichiatrica);


Imporre al paese ospitante (o ambiente informatico) di imparare il
proprio linguaggio (scelta antipsichiatrica).


La prima è rispettabile, ma poi non si può pretendere di essere
compresi; la terza è stupidamente paradossale; la seconda è
“normalizzante”, nel bene e nel male, ma assolutamente compatibile
col
rispetto della libertà individuale laddove l’opzione sia volontaria e
contrattuale. Laddove non si ponesse la possibilità di scelta
volontaria il diritto naturale alla self-ownership (la proprietà di
sé
stessi) - cioè l'ottica del giusnaturalismo (etica dei principi) - ci
lascia solo la prima opzione, ma l'utilitarismo – cioè l'etica della
responsabilità - ci richiama al molto più difficile compito di
decidere caso per caso utilizzando una finissima bilancia.


Ciò che conta, in definitiva, è che si mantenga la coscienza della
non
unicità o superiorità del linguaggio – verbale o computazionale – ch
e
si vuol implementare, ma esclusivamente la sua funzionalità, la
compatibilità con uno specifico e sempre dinamico ambiente. Camminare
su questa tagliente lama posta sui contigui burroni del qualunquismo
relativista e della agenzia di protezione di Matrix al soldo di Big
Pharma è la sfida di una terapia psicologica libertaria.



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