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Ancora sulle lingue minoritarie (lungo)

Von: Klaram (nospam@libero.it) [Profil]
Datum: 07.05.2010 17:46
Message-ID: <4be435d8@newsgate.x-privat.org>
Newsgroup: linguistica.italiano it.cultura it.cultura.linguistica
Cari amici, invio questo articolo del professor Sergio Gilardino per chi
volesse saperne di più sulle lingue minoritarie e in particolare sul
piemontese. E' stato scritto in risposta alle affermazioni di Diego
Novelli sull'inesistenza della "lingua" piemontese, ma contiene
considerazioni interessanti che vanno ben al di là di quelle misere
polemiche.
Ricordo che il professor Gilardino si interessa a *tutte* le lingue
regionali italiane, e che io, grazie alla frequentazione delle sue
conferenze, ho potuto conoscere un po' meglio ed apprezzare anche la
letteratura di altri cosiddetti "dialetti", soprattutto la grande poesia
napoletana dell'Ottocento.


<INIZIO> SRGGIL

IL PIEMONTESE NON ESISTE


Una delle primissime cose che notai non appena arrivato nella mia nuova
terra di adozione furono le riserve indiane. Sterminate e povere. La
Vérandrie, terra di âpiccoli grandi laghiâ, grande quando il
Piemonte e
la Lombardia: inconsuete bandiere sfilacciate dal vento e casipole di
legno agli accessi. Prigioni aperte su quello che rimaneva del loro
mondo. Ogni tanto un rullio di tamburo, un canto stridulo. Le
popolazioni erano ânazioniâ, non âtribùâ.
Ciascuna con la propria
lingua, diversa dai consanguinei, inintelleggibile agli altri. Il
silenzio, soprattutto, il silenzio di chi non aveva più voglia di dire
nulla.
Nelle prime esplorazioni di quella terra di laghi e foreste â azzurra e
verde dâestate, bianca abbacinante dâinverno â non sospettavo che
da lì
a qualche anno mi sarei innamorato di quelle lingue e, soprattutto,
dello straordinario miracolo che il loro ripristino aveva sul morale dei
loro popoli. La distinzione tra âlinguaâ e âdialettoâ
lì non aveva più
nessun senso. Nella costituzione canadese gli amerindiani erano the
first nations, le nazioni che per prime si installarono su quei
territori: lingua e cultura avevano una priorità ineguagliabile.
Bisognava ripartire da lì.
«Satá:ti ne sawén:na kanienâkeha,
skwenienhst tsi nitisé:non tsi,
sonkwehón:we» diceva il cartello allâentrata di
Aqwasasne: «Parla la
lingua della terra dei tuoi antenati, conserva chi tu sei, sii
orgoglioso delle tue radici». Non avevano bisogno del beneplacito della
capitale per sapere cosa valeva la loro lingua in termini identitari.
Bisognava ora che quei pochi che lo sapevano diventassero tanti, molti,
la maggioranza. Solo così si sarebbe salvato un popolo e la sua lingua.
E la sua millenaria storia. E le sue fiabe. E il suo diritto alla vita.
Io mi chiedo oggi, dopo tanti anni, se queste esperienze possono essere
di una qualche utilità nel chiarire cosâè e quanto vale
una lingua
ancestrale. Accostamenti strani? Ma no, i piemontesi arrivarono nel
Québec con il reggimento di Carignano allâinizio del Seicento, e ci
rimasero, fondando la bella cittadina di Carignan. Ã da quattro secoli
che bazzichiamo da quelle parti e a volte qualcuno ritorna ad ammirare
le penne amerindiane sui frontoni delle finestre di Palazzo Carignano a
Torino, il palazzo dove è nato il re che parlava solo piemontese e dove
si è tenuto il primo parlamento italiano. E il primo discorso ad un
parlamento italiano in lingua piemontese. Vi ricordate, a-i ero cò
nojàuti ambelelì: erano le nove di mattina del 17 marzo 1861.
Per i linguisti e, soprattutto, per i rivitalisti che in tutto il mondo
lottano per salvare una piccola parte delle migliaia di lingue che
stanno estinguendosi (i due terzi delle lingue dellâumanità
spariranno
nel corso della prossima generazione), âlingua è il patrimonio verbale
di un popolo che per secoli se ne è servito per esprimere ogni aspetto
della propria vitaâ.
Non câè scritto, nella definizione, che lâalgonchino o il
moicano sono
dialetti dellâinglese. Câè scritto solo âun popolo che
per secoli se ne
è servito â¦â.
à la Storia che fa una lingua.
Una parlata che per secoli e secoli è servita ad un popolo per esprimere
tutte le sue esigenze è lingua, con o senza approvazione statale, con o
senza letteratura.
à il sudore, la fatica, la fame, la miseria, la lotta per la
sopravvivenza, la sete di giustizia, il dialogo con Creatore e Creato,
la speranza nella disperazione, che fanno delle parole di una lingua le
depositarie dellâesperienza planetaria di un popolo. Ogni parola di
quella lingua è unica, senza campi semantici identici in nessun altro
idioma. La lingua è la storia di un popolo nascosta allâinterno di
ogni
sua parola. Privandolo della sua lingua lo si priva della sua storia. Un
popolo senza storia è un popolo senza identità: si disperde come
polvere
al vento. Si ubriaca, si droga, si picchia, si uccide, si autoelimina.
Cibo e lavoro, quando ci sono, non bastano. Il fatto che uno Stato poi
riconosca una lingua (come ha coraggiosamente fatto il Canada con il
francese fin dai tempi di Pierre Elliott Trudeau) o no (come continuano
a fare gli USA, dove ben cinque stati hanno approvato leggi volte a
proibire lâuso dello spagnolo in luoghi pubblici ed hanno ottenuto
lâeffetto opposto) non ha nulla a che vedere con lo status di lingua.
Una parlata secolare è lingua anche quando uno stato non la riconosce,
mentre una parlata artificiale, creata a tavolino da letterati, tecnici
o linguisti (come lâitaliano della Crusca, lâesperanto dei
semplificatori o lâintelligent English dei computer), non è lingua,
anche se uno stato dovesse mai riconoscerla. Ribadiamolo: è la Storia
che fa le lingue, non i legislatori, i tecnici o i letterati. La si può
ufficializzare o nobilitare, mai creare dal nulla. Lingua è popolo,
popolo è lingua: quando si interferisce dallâalto si crea la
discriminazione dialetto-lingua, si crea il rapporto
disprezzo-diffidenza, si nega la storia, si nega il diritto ai popoli di
continuare ad essere sé stessi.
I piemontesi vantano il primo e il più antico documento letterario tra
tutte le lingue della Romània, i 22 Sermoni Subalpini (codice:
Biblioteca Nazionale, D. VI. 10. 128r-188v).
Sono di inestimabile valore non solo per i piemontesi, ma per tutto il
mondo neolatino. Essi ci confermano che il piemontese ha mille anni di
civiltà letteraria ed è il decano di tutte le lingue neolatine.
La prima grammatica della lingua piemontese è uscita dai torchi delle
stamperie reali nel 1783 a cura del medico e letterato di corte Maurizio
Pipino, che la redasse per Maria Clotilde Adelaide di Borbone-Francia,
ottava figlia del Delfino, sorella di Luigi XVI, Luigi XVIII e Carlo X,
moglie a 16 anni di Carlo Emanuele IV di Savoia. Se le principesse
straniere si sentivano in dovere di imparare la lingua piemontese, ciò
vuol dire che era lingua di corte (oltre che di popolo) e che tutti la
parlavano, secondo canoni e modelli che Pipino esempla con dovizia di
lettere e di bei versi. Il dizionario dello stesso autore, in quattro
lingue (piemontese, francese, latino, italiano) presenta una delle
caratteristiche più singolari della lessicografia settecentesca: i
termini, dalla A alla Z, sono ripetuti per ben tre volte, in tre
glossari separati: uno per la nobiltà, uno per la borghesia e uno per la
plebe. Gli stessi significati venivano espressi con parole diverse a
seconda della classe sociale che li evocava. La lingua piemontese
possedeva (e possiede tuttâora, per quelli che la studiano seriamente)
una diastratia che di certo, a quellâepoca, la lingua italiana non
poteva avere (non era lingua di stato e le mancavano anche i nomi per
gli attrezzi da lavoro, come eloquentemente dimostrato dal fallito
tentativo di tradurre in italiano lâEncyclopédie di Diderot e
DâAlembert).
Dalla fine del Settecento alle odierne grammatiche di Camillo Brero,
Michela Grosso e Bruno Villata, i manuali e le grammatiche dedicati a
questa lingua non si contano. Basti dire che per il lavoro di
compilazione del dizionario della lingua piemonte¬se e dei suoi dialetti
in corso qui a Coumboscuro abbiamo recensito ben 78 dizionari e lâelenco
è destinato a crescere (ne abbiamo ricevuti due solo nel corso
dellâultima settimana).
à forse per via di questa abissale differenza di formazione civile e
linguistica che leggo con totale disorientamento lâarticolo di Diego
Novelli in cui dichiara, senza mezzi termini, che «il piemontese non
esiste». Nello stesso articolo Novelli apostrofa pesantemente Roberto
Cota per aver espresso il desiderio di ripristinarlo («Si è
passati
dalle tre âIâ â Internet, Impresa, Inglese â indicate da
Berlusconi,
alle tre âPâ di Cota: Piemontese, Padania, Pirla»).
Per sostenere questa sconcertante opinione egli fa valere che in
Piemonte si parlano più dialetti, lâuno diverso dallâaltro, e
dunque non
può esistere una lingua piemontese.
Mi sarei tanto volentieri astenuto dallâintervenire, anche in un
frangente come questo, e me ne sarei rimasto acquattato nel mio angolino
di montagna, dove le lingue ancestrali si salvano per opera di pochi
che, credendo in esse, le parlano, le insegnano in casa e a scuola ai
bimbi e redigono volumi di parole ed espressioni uniche, proprio quando
la generazione che ancora le sa a poco a poco ci lascia.
Sono però tirato in causa per più ragioni: la prima e la
principale è
che amo le lingue e, in primissimo luogo, la mia lingua madre, il
piemontese, la lingua dei miei genitori e della mia gente.
à per quello che:
â ho preso per primo la parola in un recentissimo incontro presso la
sede di Nòste Rèiss a Torino, in presenza dellâOn. Cota,
ed ho invocato
una più efficace opera di rivitalizzazione linguistica in Piemonte;
â ho scritto la proposta per la riforma dellâarticolo 12 della
Costituzione Italiana per conto del Sottosegretario dellâInterno, il
Senatore Michelino Davico, più volte citata ogni qualvolta si parla di
riconoscimento delle lingue ancestrali;
â ho scritto la proposta per la Provincia di Cuneo per un appello
diretto al governo nazionale a tutela della lingua nazionale e delle
lingue ancestrali;
â tengo in varie città del Piemonte conferenze sulla millenaria
civiltà
letteraria del Piemonte;
â curo una rubrica settimanale per La Stampa sul valore inestimabile
delle lingue ancestrali e sulla validità di insegnarle ai bimbi.
à un serio pregiudizio che dichiarazioni come quelle contenute
nellâarticolo sopra menzionato arrecano al piemontese (oltre ad avvilire
un popolo che, con 2.700.000 locutori, ancora lo parla).
Per cominciare dalla tesi di partenza (lâinesistenza del piemontese)
faccio notare che io, come vari altri conferenzieri del Centro Studi
Piemontesi, nelle mie conferenze parlo in piemontese. Utilizzo la lingua
letteraria, quella di Tana, di Isler, di Calvo, di Brofferio, di Costa,
di Frusta, di Pacòt, di Autelli, di Olivero. Sono capito da tutti, in
tutte le contrade del Piemonte. Se non esistesse una lingua piemontese,
come sarebbe ciò possibile?
Negli anni Ottanta, quando usciva â volume dopo volume â la ponderosa
storia della letteratura italiana curata da Alberto Asor Rosa per i tipi
di Einaudi, mi capitò di leggervi un articolo sulla letteratura
piemontese scritto da un giovane ricercatore (nel volume dedicato alle
letterature regionali) e di rimanere basito davanti alla sua
affermazione che la letteratura piemontese, eccetto qualche canzone da
âpiòlaâ, di fatto non esisteva. Caso volle che alcuni mesi
dopo, tanto
lâautore del capitolo in questione, quanto Asor Rosa, venissero in
Canada, allâuniversità dove insegnavo (McGill, a
Montréal). Facemmo
tutti insieme anche una capatina in macchina fino ad Ottawa, la
capitale. In un momento di calma chiesi allâautore del capitolo se era a
conoscenza di storie della letteratura piemontese, di storie del teatro
piemontese, di autori di prosa, di lirica, di narrativa: lâaspirante
storico-letterario mi rispose che non ne aveva la minima idea. Aveva
scritto senza documentarsi: scelta, adeguamento a direttive o pura
inconsapevolezza?
Câè però una differenza tra lâautore di quello
sfortunato capitolo di
storia letteraria e Diego Novelli: quello ha ammesso di non sapere
nulla, Diego Novelli è convintissimo di sapere tutto.
E allora cominciamo con la prima confutazione (âuna lingua che ha tanti
dialetti non esisteâ).
Delle 6.000 lingue circa, attualmente parlate sul pianeta terra, lâ85%
è
parlato da poco più del 3% della popolazione mondiale (900.000 locutori
su 6 miliardi di esseri umani). Cioè la stragrande maggioranza delle
lingue è parlata dalla strapiccola minoranza
dellâumanità. I linguisti
sono alle prese con un serio problema: delle 300 lingue amerindiane
parlate in Canada, quali si possono considerare come una lingua unica e
quali vanno contate come lingue diverse, visto che da una nazione
allâaltra la lingua cambia notevolmente e che, anche allâinterno della
stessa nazione, spesso le donne e gli uomini non usano lo stesso
lessico? La realtà è che lâ85% delle lingue del pianeta
terra, cioè
circa 5.100, si trovano nelle stesse condizioni del piemontese: sono
frammentate in molte parlate apofoniche (di suoni molto vicini, che però
si modificano vieppiù nello spazio, a mano a mano che ci si allontana da
un punto di partenza qualsiasi). Ma con una differenza fondamentale:
solo il 3% di quelle lingue è stato codificato (registrato in dizionari,
grammatiche e archivi sonori o audiovisivi), mentre il piemontese è una
delle lingue più codificate e, fino ad Ottocento inoltrato, una lingua
più documentata che non la futura lingua nazionale.
In altre parole, esistono dei dialetti della lingua piemontese ed esiste
una lingua piemontese. Quando re, governo, esercito, chiesa, nobiltà,
borghesia, popolo parlavano piemontese, i dialetti (cioè la parlata del
contado) erano facilmente identificabili. Oggi, quando solo più il
contado parla residualmente il piemontese, rimangono solo i dialetti. Ma
non per questo la lingua che fu di stato, di letterati, di
tragediografi, di giornalisti, di poeti, è sparita. I dizionari, le
grammatiche, i capolavori letterari, gli scrittori e i poeti che
continuano ad usarla, sono pure sempre lì: basta volersene servire ed
arricchirsi spiritualmente ed identitariamente.
Di quale di queste entità sta parlando Diego Novelli? E quando Roberto
Cota, che dialoga con le forze vive del Piemonte, parla di ripristinare
la lingua piemontese, a quale identità linguistica pensa Diego Novelli
che il neo-eletto governatore si riferisca?
Facciamo un ulteriore esempio, per meglio intenderci.
Ho di recente assistito, a Caraglio, ad una rappresentazione teatrale in
lingua piemontese (koiné torinese con belle coloriture locali). La sala
del teatro Contardo Ferrini era gremita a capienza. Tra il pubblico
moltissimi giovani. La Compagnia del Piccolo Teatro Caragliese ha
recitato con rara disciplina le lepidissime scene del Tailleur pour
dames di Georges Feydeau (in piemontese Lâatelier). Il pubblico si
sbellicava dalle risa: era davvero divertente. Tornato a casa,
entusiasmato, ne ho immediatamente scritto una recensione. Il teatro in
piemontese, dal Seicento in poi, ha fatto le delizie della nostra gente.
Nella seconda metà dellâOttocento Garelli e Toselli hanno portato in
scena operai e contadini, e ciò ben trentâanni prima di Gerhardt
Haupmann in Germania e cinquanta prima di Maxim Gorkij in Russia, quando
di teatro sociale in lingua italiana manco ce nâera lâombra. Per la
cronaca: tremila pièces teatrali rappresentate a Torino, in Piemonte, in
Lombardia e in Veneto (ma sempre in lingua piemontese) sullâarco di
mezzo secolo. In che lingua erano i copioni di questa mirabile
produzione teatrale?
E non siamo da meno con il romanzo: come numeri di titoli e di tirature
(e di ristampe) la produzione in piemontese nella seconda metà
dellâOttocento non ha paralleli in lingua nazionale. Per pubblicare
romanzi bisognava che la gente si riconoscesse in una lingua e la
leggesse, perché a differenza di canzonette e poesiole, che si possono
recitare a memoria, la presenza della prosa giornalistica e romanzesca
presuppone sempre lâalfabetismo funzionale del grosso pubblico. Lâunico
pubblico in Italia che sapesse leggere e leggesse correntemente la
propria lingua era quello piemontese (analfabetismo medio del 97,5% in
Italia, alfabetismo medio del 47% a Torino e del 90% nelle valli
protestanti a ovest di Torino). In quelle stesse valli furono tradotte
le Sacre Scritture in lingua piemontese e lette in tale lingua prima che
esse lo fossero in italiano. Sono dati statistici abissalmente diversi
da quelli del resto del futuro Regno dâItalia, che fanno della lingua
piemontese e del suo uso come lingua nazional-popolare un fatto unico.
Io sono certo che il Signor Novelli era al corrente di questi dati e di
questi primati letterari; ma in quale conto li ha tenuti per arrivare
alla sua strabiliante conclusione che il piemontese non esiste?
Lingua solo di letterati e teatranti? Per nulla.
La lingua piemontese è servita a 30.000 uomini, al loro re, ai loro
ufficiali, a vincere a Magenta e a San Martino contro il più potente
esercito della terra in quel momento. 15.000 di quegli uomini rimasero
sul campo di battaglia. Tutti gli ordini furono dati e ricevuti
esclusivamente in piemontese (capitolo apposito nel libro La battaglia
di Magenta, edizioni Zeisciu, 2009). Il solo rispetto per quei caduti
avrebbe dovuto indurre il Signor Novelli a riconoscere il piemontese
come lingua di libertà, lingua dâindipendenza, lingua del
Risorgimento.
In quale lingua pensava che combattessero le nostre truppe il Signor
Novelli? Vogliamo farci un pensiero e onorare quei 15.000 morti?
La lingua piemontese è stata usata per le riunioni di fabbrica alla FIAT
fino allâinizio degli anni Sessanta: le più performanti macchine
sportive (quelle pilotate da Gianni Lancia) e i più veloci aerei al
mondo (record mondiale di Italo Balbo a bordo di un Savoia Marchetti)
degli anni dellâanteguerra furono concepiti e costruiti in quella
lingua, che il Signor Novelli afferma che non esiste. Vi è un dizionario
in piemontese dellâautomobilismo e della tecnologia. Ma a Torino, oltre
che il primato dellâautomobile e dellâaeronautica, vi fu anche quello
del teatro e poi, di conseguenza, quello della cinematografia: e dietro
le quinte e i ciak non si parlava certo cinese, a quellâepoca.
Veniamo ora al personaggio politico che il Signor Novelli redarguisce
aspramente per aver difeso una lingua che non esiste: Roberto Cota.
Cota potrà anche rappresentare unâideologia politica con la quale il
Signor Novelli e, chissà, io stesso, magari, dissentiamo. Lâauspicio
di
Cota, però, di rivitalizzare la lingua millenaria del Piemonte e dei
piemontesi è sacrosanto. E tale rimarrà, al di là di
ogni transeunte
ideologia politica. Cota potrà anche non essere un linguista, ma ha
capito con rara lucidità il nesso fondamentale tra la lingua piemontese
e il popolo che per mille anni lâha parlata. Da rivitalista linguistico
io sono dâaccordo al cento per cento con lui sulla validità della
lingua
ancestrale per riaffermare lâidentità di un popolo. Mi auguro solo
che
alle buone intenzioni seguano i fatti.
Se poi il Signor Novelli proprio persiste nel dire che il piemontese non
esiste, sarò felice di scendere dai monti e di spiegare, davanti a chi
vorrà presenziare, servendomi del piemontese che non esiste, per quali
ragioni una lingua è lingua. Il Signor Novelli, che nega che i
piemontesi abbiano una lingua, ci vorrà magari spiegare cosa hanno fatto
poi sui campi di battaglia, dopo Magenta e San Martino, quelli che
parlavano solo la lingua italiana. E dire cosa sarebbe oggi il Québec
senza la propria lingua ancestrale. E spiegare cosa avrebbe fatto la
Grecia durante quattro secoli di dominazione turca senza la lingua
greca. E chiarire perché il toscano è lingua nazionale anche se a
Lucca
non parlano come a Pisa e a Pistoia eloquiscono diversamente che a
Firenze. Come mai il toscano esiste e il piemontese no?
Nessuna lingua viva è omogenea e immutabile: la vita è
rinnovamento e
adattamento costanti. Il piemontese è vario perché è
vivo. Come vivo è
il piemontese letterario che per secoli ha veicolato la creatività dei
più grandi lirici di questa terra: diverse sono le parlate del Piemonte,
ma mai tanto da non identificarsi nella koiné di chi, invece di dire che
il piemontese non esiste, se lo è doverosamente studiato, così
come ha
studiato le principali lingue della civiltà letteraria europea, antica e
moderna. Per poter poi affermare, alla fine di una lunga fatica, che il
piemontese non solo esiste ma che, a conti fatti, è lingua tra le
più
splendide lingue letterarie dâEuropa.


<FINE> SRGGIL
Sergio Maria Gilardino


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