UN PICCIONE SI ALZO' IN VOLO
Von: Max Del Porco (maxdelporco@gmail.com) [Profil]
Datum: 07.06.2008 12:16
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Newsgroup: it.arti.scrivere
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Quando toccò a Giorgio di dover morire, non se ne diede pace. Fece cenno di no con la testa e batté il bastone per terra, quindi sputò disgustato. "Uno stupido tumore al pancreas" affermò con aria sconsolata. "Capite?" Marcello gli appoggiò una mano sulla spalla. "Coraggio" disse. "All'inizio solo un puntino, una piccola cellula diversa dalle altre, come se il mare avesse una goccia, una sola goccia differente da tutte le altre gocce." Giorgio unì l'indice ed il pollice della mano destra per indicare uno spessore minimo. "Una cellula piccola così, ma capace di rendere tutte le altre cellule uguali a se stessa." Ugo sospirò cercando qualcosa in tasca, probabilmente la pipa. "Eh!..." "E quando l'opera sarà a buon punto... paf! Il mio cuore cesserà di battere ed io non esisterò più." Una lacrima si formò all'angolo di un occhio. Marcello gli appoggiò nuovamente una mano sulla spalla. "Coraggio" ripeté. Vincenzo alzò la testa di scatto: sino a quel momento era stato come assente, a fissare un punto indefinito della piazza deserta. "Paolo se ne è andato tre mesi fa. Tutti ricordiamo il suo cane, Joe, che da quando lui se ne è andato è sparito dalla circolazione, e nessuno sa che fine abbia fatto." Ugo sospirò: "I figli di Paolo hanno sempre odiato quel cane. Lo avranno ucciso, i bastardi. Io dico dandogli da mangiare una polpetta avvelenata." Marcello non fu d'accordo. "Lo hanno affogato, i figli di puttana. Lo hanno chiuso in un sacco bucato e l'hanno gettato in acqua. Quella povera bestia si sarà dibattuta disperatamente ma quelli, spingendo sotto l'acqua il sacco con un bastone, avranno riso sguaiatamente." Giorgio cambiò discorso. "Tutto è cominciato con i dolori di pancia. Ve ne ho parlato più volte, ricordate?" "Eh!..." sospirò Ugo. "Non potevo mangiare qualcosa, anche un solo boccone di pane e prosciutto, che immediatamente avvertivo dolori fortissimi." Giorgio batté le mani in segno di grande sconcerto. "Chi l'avrebbe mai detto, amici miei!" Asciugò la lacrima all'angolo dell'occhio, ma ne spuntò subito un'altra. "Morire così, con tanto di preavviso, dopo una vita intera passata a..." "A cosa?" domandò Vincenzo, visto che l'amico esitava. "A vivere, ecco. Morire così dopo un'intera vita passata a vivere." "Facci un discorso" esortò Vincenzo. Giorgio si alzò in piedi. "Quando sono nato, i miei genitori mi hanno chiamato Giorgio in ricordo a mio nonno, che non ho mai conosciuto. Oggi, un mio nipote si chiama Giorgio in mio ricordo, però io ho la fortuna di averlo conosciuto. Tutto ciò, comunque, non basta a consolarmi, amici miei. La mia vita, che sta per finire..." "Quanto tempo ti ha dato, il dottore?" lo interruppe Marcello. "Due mesi, due maledettissimi mesi" rispose Giorgio, che poi così continuò: "...la vita, che è giunta al suo termine, mi è scivolata tra le dita senza che io abbia fatto niente di veramente interessante e degno di essere menzionato, a parte le solite cose che fanno tutti." "Non devi dire così" intervenne Ugo. "Quando eri capostazione in ferrovia, i treni erano sempre in orario." "E la sala d'aspetto era molto più pulita" aggiunse Vincenzo. Anche Ugo disse la sua: "I gabinetti erano lindi e profumati. Adesso sono pieni di scritte oscene e puzzano di piscio di cane." Giorgio si guardò intorno, disse: "Grazie, amici", quindi tornò a sedersi. La piazza era deserta. Il campanile della chiesa batté due tocchi. Un piccione si alzò in volo. Quando fu Marcello a dover morire, non poté farsene una ragione. "Con tutto quello che avrei ancora da fare!" spiegò. "Ma un bel giorno vai dal medico perché ti svegli una notte con un senso d'oppressione, come un macigno sul torace, e quello ti fa fare un paio di esami. Guarda le tue lastre e scuote il capo. Ti fa notare una piccola macchiolina da una parte, un'ombra scura e tu solo a vederla capisci, anche se non sai nulla di medicina, che quell'alone, una specie di macchia di unto, rappresenta qualcosa di terribile e pericolosissimo, e rabbrividisci per la paura, temendo di dover sentire quelle parole che alla fine, pur con infinite cautele, il medico pronuncia con una certa riluttanza, prima ai tuoi parenti, i tuoi figli, e per ultimo a te stesso." Il campanile della chiesa batté due tocchi. Ugo sospirò. "Raccontaci cosa avresti fatto, se ne avessi avuto il tempo." "Un sacco di cose" spiegò Marcello, sputando per terra e coprendo l'espettorato con un piede per spargerlo e renderlo invisibile. "Per esempio?" incalzò Ugo. "Talmente tante cose" rispose Marcello, "che non saprei dove cominciare ad elencarle tutte. Talmente tante da non venirmene in mente neanche una, così su due piedi. Sicuramente sarei vissuto ancora intensamente per cinque o sei anni, forse dieci, anziché i miseri due mesi pronosticati dai medici. Il fatto è che, grazie ai farmaci, non mi sento poi così male, e mi sembra impossibile scivolare lungo una china così ripida sino a morire da qui a sessanta giorni." Allargò le braccia sconsolato. "Sto aiutando, con una parte della pensione, mia figlia a pagarsi il mutuo per la casa, per esempio. Finché la salute mi ha assistito, sono andato a prendere mio nipote all'uscita della scuola, tutte le mattine. Ero il più puntuale tra tutti i nonni e mi sono contraddistinto, lasciatemelo dire con un pizzico di orgoglio, per l'accuratezza del servizio." Vincenzo, sino a quel momento, era stato a fissare un punto indefinito della piazza, forse l'orinatoio pubblico ricoperto di scritte oscene. Alzò la testa di scatto e disse: "Ecco, questo è interessante. Facci un discorso." Marcello si alzò in piedi. "L'ultima volta, tra noi, c'era anche Giorgio. Le sue parole, amici miei, sono ancora vive nelle nostre orecchie così come lui è ancora vivo nei nostri cuori. La sintesi del suo discorso era: non ho fatto nulla che gli altri non abbiano fatto; non ho fatto niente che meriti di essere ricordato. Io, invece, sono abbastanza soddisfatto della mia vita. Ora vi dirò un segreto." Sedette e le teste degli altri si avvicinarono alla sua. "Ricordate" sussurrò Marcello agli amici "quando la figlia della farmacista rimase incinta?" Ugo annuì. "Fu un grande scandalo." "Non è necessario che aggiunga altro" concluse Marcello. Un cane attraversò la piazza deserta. Un piccione, spaventato, schizzò via. Il pomo di Adamo di Ugo andava su e giù. "Non mi sento pronto a morire" confidò all'ultimo amico rimasto. Scosse il capo: "E' vero, certe volte ho esagerato con l'alcool, sono stato un grande bevitore, ma dimmi tu se mi hai mai visto squallidamente ubriaco." "Squallidamente no" ammise Vincenzo. Sino a quel momento era rimasto assorto, come ipnotizzato, a fissare un punto indefinito della piazza. "In compenso, mi sembra di aver svolto più che dignitosamente il mio lavoro di maestro elementare. Qui in paese, sono moltissimi gli adulti che hanno imparato a leggere e scrivere grazie a me." Ugo indicò con un ampio movimento del braccio la piazza deserta ed assolata. "Ed ora, mi dicono che ho il fegato ridotto ad una poltiglia che non funziona, e che posso vivere, al massimo, due mesi ancora." Vincenzo corrugò la fronte. "Brutta storia. Perché non mi fai un discorso?" "Ma siamo rimasti solo in due!" protestò Ugo. Tuttavia si alzò in piedi, e dopo essersi passato la lingua sulle labbra screpolate, cominciò a parlare. Un piccione si alzò in volo. "Ci fu un periodo, a mio modesto parere, in cui i figli imparavano le cose dai padri. Oggi, mi sembra che le parti si siano invertite: spesso sono i padri ad essere costretti ad imparare dai figli, se vogliono capire di cosa si stia parlando." Deglutì ansiosamente. "Non ho mai fatto un discorso in vita mia, ed anche in questa occasione, la mia prima volta, il pubblico è piuttosto ristretto." Sospirò. "Sono sempre stato zitto nella maggior parte delle circostanze, convinto di non aver niente da dire e timoroso di fare brutta figura. Questo è stato il mio sbaglio più grande." Sedette pesantemente. "Ed ora, anch'io voglio confidare un segreto." "Solo a me?" fece Vincenzo. "E' un onore." Il campanile batté due tocchi. "Una volta sono stato con la moglie di Giorgio" raccontò Ugo. "Era una santa donna, ma aveva un tale fuoco dentro, da non essere capace di resistere se uno le metteva le mani addosso. Ero ubriaco, e l'ho presa." "Ubriaco sì, ma non squallidamente ubriaco" precisò Vincenzo. "Squallidamente no" assicurò Ugo. Un cane attraversò la piazza e si fermò a pisciare vicino all'orinatoio pubblico. Vincenzo fissava, assorto, un punto indefinito della piazza. Batté il bastone per terra, sospirando. I suoi amici se ne erano andati ed era rimasto solo. Non sapeva se ritenersi fortunato o sfortunato: avrebbe potuto fare un bel discorso, ed avrebbe avuto anche lui un segreto da confidare. Il campanile emise due tocchi. L'importante, si disse, era morire dignitosamente. Del resto gli acciacchi c'erano ed era inutile illudersi, la vita non sarebbe comunque mai più stata la stessa, forse addirittura non era più tanto piacevole vivere. Si alzò diretto verso l'orinatoio pubblico. La prostata, per esempio, lo costringeva per ora a pisciare molto frequentemente, ma di lì ad un paio di mesi... Un piccione, spaventato, si librò in aria. Vincenzo si piazzò dietro il paravento del vespasiano e si concentrò per produrre poche gocce di urina. Non ci riuscì. -- mdp http://www.maxdelporco.com/Default.aspx?tabid4&EntryID - disciplinare è meglio che proibire![ Auf dieses Posting antworten ]
Antworten
- Maelwedd (08.06.2008 20:26)
- Max Del Porco (08.06.2008 22:50)
- daniulla (09.06.2008 14:48)
