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UN PICCIONE SI ALZO' IN VOLO

Von: Max Del Porco (maxdelporco@gmail.com) [Profil]
Datum: 07.06.2008 12:16
Message-ID: <484a6034$0$35962$4fafbaef@reader2.news.tin.it>
Newsgroup: it.arti.scrivere
Quando toccò a Giorgio di dover morire, non se ne diede pace. Fece cenno di
no con la testa e batté il bastone per terra, quindi sputò disgustato.
"Uno
stupido tumore al pancreas" affermò con aria sconsolata. "Capite?"
Marcello gli appoggiò una mano sulla spalla. "Coraggio" disse.
"All'inizio solo un puntino, una piccola cellula diversa dalle altre, come
se il mare avesse una goccia, una sola goccia differente da tutte le altre
gocce." Giorgio unì l'indice ed il pollice della mano destra per indicare
uno spessore minimo. "Una cellula piccola così, ma capace di rendere tutte
le altre cellule uguali a se stessa."
Ugo sospirò cercando qualcosa in tasca, probabilmente la pipa. "Eh!..."
"E quando l'opera sarà a buon punto... paf! Il mio cuore cesserà di
battere
ed io non esisterò più." Una lacrima si formò all'angolo di un
occhio.
Marcello gli appoggiò nuovamente una mano sulla spalla. "Coraggio"
ripeté.
Vincenzo alzò la testa di scatto: sino a quel momento era stato come
assente, a fissare un punto indefinito della piazza deserta. "Paolo se ne è
andato tre mesi fa. Tutti ricordiamo il suo cane, Joe, che da quando lui se
ne è andato è sparito dalla circolazione, e nessuno sa che fine abbia
fatto."
Ugo sospirò: "I figli di Paolo hanno sempre odiato quel cane. Lo avranno
ucciso, i bastardi. Io dico dandogli da mangiare una polpetta avvelenata."
Marcello non fu d'accordo. "Lo hanno affogato, i figli di puttana. Lo hanno
chiuso in un sacco bucato e l'hanno gettato in acqua. Quella povera bestia
si sarà dibattuta disperatamente ma quelli, spingendo sotto l'acqua il sacco
con un bastone, avranno riso sguaiatamente."
Giorgio cambiò discorso. "Tutto è cominciato con i dolori di pancia. Ve
ne
ho parlato più volte, ricordate?"
"Eh!..." sospirò Ugo.
"Non potevo mangiare qualcosa, anche un solo boccone di pane e prosciutto,
che immediatamente avvertivo dolori fortissimi." Giorgio batté le mani in
segno di grande sconcerto. "Chi l'avrebbe mai detto, amici miei!" Asciugò
la
lacrima all'angolo dell'occhio, ma ne spuntò subito un'altra. "Morire
così,
con tanto di preavviso, dopo una vita intera passata a..."
"A cosa?" domandò Vincenzo, visto che l'amico esitava.
"A vivere, ecco. Morire così dopo un'intera vita passata a vivere."
"Facci un discorso" esortò Vincenzo.
Giorgio si alzò in piedi. "Quando sono nato, i miei genitori mi hanno
chiamato Giorgio in ricordo a mio nonno, che non ho mai conosciuto. Oggi, un
mio nipote si chiama Giorgio in mio ricordo, però io ho la fortuna di averlo
conosciuto. Tutto ciò, comunque, non basta a consolarmi, amici miei. La mia
vita, che sta per finire..."
"Quanto tempo ti ha dato, il dottore?" lo interruppe Marcello.
"Due mesi, due maledettissimi mesi" rispose Giorgio, che poi così
continuò:
"...la vita, che è giunta al suo termine, mi è scivolata tra le dita
senza
che io abbia fatto niente di veramente interessante e degno di essere
menzionato, a parte le solite cose che fanno tutti."
"Non devi dire così" intervenne Ugo. "Quando eri capostazione in
ferrovia, i
treni erano sempre in orario."
"E la sala d'aspetto era molto più pulita" aggiunse Vincenzo.
Anche Ugo disse la sua: "I gabinetti erano lindi e profumati. Adesso sono
pieni di scritte oscene e puzzano di piscio di cane."
Giorgio si guardò intorno, disse: "Grazie, amici", quindi tornò a
sedersi.
La piazza era deserta.
Il campanile della chiesa batté due tocchi.
Un piccione si alzò in volo.

Quando fu Marcello a dover morire, non poté farsene una ragione. "Con tutto
quello che avrei ancora da fare!" spiegò. "Ma un bel giorno vai dal
medico
perché ti svegli una notte con un senso d'oppressione, come un macigno sul
torace, e quello ti fa fare un paio di esami. Guarda le tue lastre e scuote
il capo. Ti fa notare una piccola macchiolina da una parte, un'ombra scura e
tu solo a vederla capisci, anche se non sai nulla di medicina, che
quell'alone, una specie di macchia di unto, rappresenta qualcosa di
terribile e pericolosissimo, e rabbrividisci per la paura, temendo di dover
sentire quelle parole che alla fine, pur con infinite cautele, il medico
pronuncia con una certa riluttanza, prima ai tuoi parenti, i tuoi figli, e
per ultimo a te stesso."
Il campanile della chiesa batté due tocchi.
Ugo sospirò. "Raccontaci cosa avresti fatto, se ne avessi avuto il
tempo."
"Un sacco di cose" spiegò Marcello, sputando per terra e coprendo
l'espettorato con un piede per spargerlo e renderlo invisibile.
"Per esempio?" incalzò Ugo.
"Talmente tante cose" rispose Marcello, "che non saprei dove cominciare ad
elencarle tutte. Talmente tante da non venirmene in mente neanche una, così
su due piedi. Sicuramente sarei vissuto ancora intensamente per cinque o sei
anni, forse dieci, anziché i miseri due mesi pronosticati dai medici. Il
fatto è che, grazie ai farmaci, non mi sento poi così male, e mi sembra
impossibile scivolare lungo una china così ripida sino a morire da qui a
sessanta giorni." Allargò le braccia sconsolato. "Sto aiutando, con una
parte della pensione, mia figlia a pagarsi il mutuo per la casa, per
esempio. Finché la salute mi ha assistito, sono andato a prendere mio nipote
all'uscita della scuola, tutte le mattine. Ero il più puntuale tra tutti i
nonni e mi sono contraddistinto, lasciatemelo dire con un pizzico di
orgoglio, per l'accuratezza del servizio."
Vincenzo, sino a quel momento, era stato a fissare un punto indefinito della
piazza, forse l'orinatoio pubblico ricoperto di scritte oscene. Alzò la
testa di scatto e disse: "Ecco, questo è interessante. Facci un
discorso."
Marcello si alzò in piedi.
"L'ultima volta, tra noi, c'era anche Giorgio. Le sue parole, amici miei,
sono ancora vive nelle nostre orecchie così come lui è ancora vivo nei
nostri cuori. La sintesi del suo discorso era: non ho fatto nulla che gli
altri non abbiano fatto; non ho fatto niente che meriti di essere ricordato.
Io, invece, sono abbastanza soddisfatto della mia vita. Ora vi dirò un
segreto." Sedette e le teste degli altri si avvicinarono alla sua.
"Ricordate" sussurrò Marcello agli amici "quando la figlia della
farmacista
rimase incinta?"
Ugo annuì. "Fu un grande scandalo."
"Non è necessario che aggiunga altro" concluse Marcello.
Un cane attraversò la piazza deserta. Un piccione, spaventato, schizzò via.

Il pomo di Adamo di Ugo andava su e giù. "Non mi sento pronto a morire"
confidò all'ultimo amico rimasto. Scosse il capo: "E' vero, certe volte ho
esagerato con l'alcool, sono stato un grande bevitore, ma dimmi tu se mi hai
mai visto squallidamente ubriaco."
"Squallidamente no" ammise Vincenzo. Sino a quel momento era rimasto
assorto, come ipnotizzato, a fissare un punto indefinito della piazza.
"In compenso, mi sembra di aver svolto più che dignitosamente il mio lavoro
di maestro elementare. Qui in paese, sono moltissimi gli adulti che hanno
imparato a leggere e scrivere grazie a me." Ugo indicò con un ampio
movimento del braccio la piazza deserta ed assolata. "Ed ora, mi dicono che
ho il fegato ridotto ad una poltiglia che non funziona, e che posso vivere,
al massimo, due mesi ancora."
Vincenzo corrugò la fronte. "Brutta storia. Perché non mi fai un
discorso?"
"Ma siamo rimasti solo in due!" protestò Ugo. Tuttavia si alzò in
piedi, e
dopo essersi passato la lingua sulle labbra screpolate, cominciò a parlare.
Un piccione si alzò in volo.
"Ci fu un periodo, a mio modesto parere, in cui i figli imparavano le cose
dai padri. Oggi, mi sembra che le parti si siano invertite: spesso sono i
padri ad essere costretti ad imparare dai figli, se vogliono capire di cosa
si stia parlando." Deglutì ansiosamente. "Non ho mai fatto un discorso in
vita mia, ed anche in questa occasione, la mia prima volta, il pubblico è
piuttosto ristretto." Sospirò. "Sono sempre stato zitto nella maggior
parte
delle circostanze, convinto di non aver niente da dire e timoroso di fare
brutta figura. Questo è stato il mio sbaglio più grande." Sedette
pesantemente. "Ed ora, anch'io voglio confidare un segreto."
"Solo a me?" fece Vincenzo. "E' un onore."
Il campanile batté due tocchi.
"Una volta sono stato con la moglie di Giorgio" raccontò Ugo. "Era
una santa
donna, ma aveva un tale fuoco dentro, da non essere capace di resistere se
uno le metteva le mani addosso. Ero ubriaco, e l'ho presa."
"Ubriaco sì, ma non squallidamente ubriaco" precisò Vincenzo.
"Squallidamente no" assicurò Ugo.
Un cane attraversò la piazza e si fermò a pisciare vicino all'orinatoio
pubblico.

Vincenzo fissava, assorto, un punto indefinito della piazza. Batté il
bastone per terra, sospirando. I suoi amici se ne erano andati ed era
rimasto solo. Non sapeva se ritenersi fortunato o sfortunato: avrebbe potuto
fare un bel discorso, ed avrebbe avuto anche lui un segreto da confidare.
Il campanile emise due tocchi.
L'importante, si disse, era morire dignitosamente. Del resto gli acciacchi
c'erano ed era inutile illudersi, la vita non sarebbe comunque mai più stata
la stessa, forse addirittura non era più tanto piacevole vivere.
Si alzò diretto verso l'orinatoio pubblico. La prostata, per esempio, lo
costringeva per ora a pisciare molto frequentemente, ma di lì ad un paio di
mesi...
Un piccione, spaventato, si librò in aria.
Vincenzo si piazzò dietro il paravento del vespasiano e si concentrò per
produrre poche gocce di urina.
Non ci riuscì.


--
mdp
http://www.maxdelporco.com/Default.aspx?tabid4&EntryID
- disciplinare è meglio che proibire!


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